L.I. | LINGUA IMPERII
Corriere del Mezzogiorno - 27.06.15

di Stefano De Stefano

"Finalmente al Napoli Teatro Festival uno spettacolo che fa il punto sulle frontiere più avanzate della ricerca scenica italiana. E' quello dei veneti Anagoor presenti con «L.I. / Lingua Imperii» e «Virgilio brucia», entrambi a Castel Sant'Elmo. E sin dalle prime battute emerge chiara la filiazione del gruppo di Simone Derai alla visione algoritmica del fare teatro, essenziale, algida e simmetrica, fatta di compilazioni maniacali e di rigore assoluto, sospesa fra l'intricata matassa del tema e la linearità pedagogica di una visione mutuata dalla tragedia greca. Il tutto shakerato poi grazie alla multimedialità, "fermata" su tre schermi su cui si svolge il dialogo fra due ufficiali nazisti a caccia di una verità assoluta: l'ebraicità dei giudei caucasici, parlanti però una lingua neoiranica. Tema appassionante sul valore della lingua come unico vero collante di una comunità, altrimenti indefinibile con le categorie razziali".

 

L.I. | LINGUA IMPERII
Il  Mattino - 27.06.15

di Enrico Fiore

"In linguistica, per esempio, la grammatica indo-germanica comparata ha permesso di formulare una teoria delle mutazioni fonologiche che ha un ottimo valore predittivo. Già Bopp, nel 1820, faceva derivare il greco e il latino dal sanscrito. Partendo dal medio iranico e seguendo le stesse regole fisse, si ritrovano parole in gaelico. Funziona, ed è dimostrabile. E perfettamente comprensibile se un linguista di vaglia si abbandona a sottilissime disquisizioni del genere in una condizione di normalità. Ma se quel linguista, Voss, rivolge quelle parole a un ufficiale delle SS, Maximilien Aue, tra un'ammazzatina e l'altra di ebrei, zingari e comunisti nel Caucaso del i 942? Si tratta, in tal caso, della tremenda impassibilità del male: che è il tema de «Le Benevole», il best-seller di, Jonathan  Littell che mi ha fornito il passo dì cui sopra. Ebbene, proprio tre dialoghi fra Voss e Aue costituiscono la colonna portante di "L.I. | Lingua Imperii" , lo spettacolo - importante e bellissimo - che la compagnia Anagoor ha presentato a Castel Sant'Elmo nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Il regista Simone Derai (autore, con Patrizia Vercesi, anche della drammatur-gia) gli ha conferito la forma di un rituale che accoglie suggestioni da tutte le esperienze capitali del teatro d'avanguardia  (leggi, poniamo: Living Theatre, OdinTeatret, Grotowsky, Teatro Immagine, Il Carrozzone, giù giù fino alle sperimentazioni sulla voce della Raffaello Sanzio) per fonderle - ecco l'approdo straordinario - nel crogiolo di un acuto senso della storia che si nutre, insieme, di smarrite tenerezze e vertiginose scalate concettuali. Un esempio? Mentre si leggono su uno schermo e si sentono recitati in inglese, tedesco, francese, croato, russo e armeno i "Consigli per un genitore in lutto", gli attori indossano corone di fronde, come per una festa, e poi si spogliano e, ammucchiati i vestiti in un canto, si accasciano disordinatamente gli uni sugli altri. Già, la Shoah. E davvero m'è sembrato che si spargesse, su quella sequenza, la consolazione del Qaddish intonato per i defunti. Si, la parola che Anagoor porta in scena è certo quella che, tacendo o mentendo, si fa complice del potere, ma è anche quella a che, risuonando in teatro, si fa veicolo di rinascita. Accade, e basterebbe questo, con i canti folcloristici raccolti da Komitas Vardapet prima d'impazzire di dolore per il genocidio armeno e morirne".

 

L.I. | LINGUA IMPERII
Il Manifesto - 27.06.2015

di Adriana Pollice

"Leutnant Voss, un linguista arruolato nell’esercito del Terzo Reich, spiega all’ufficiale delle SS, l’hauptsturmbannführer Aue, la complessità degli oltre 50 idiomi parlati nella regione del Caucaso. Il loro dialogo si svolge su due differenti schermi ai lati della scena, sono proiezioni che dettano la cornice teorica di un discorso su lingua e potere, la caccia come sistema di sterminio dell’uomo e la Shoa così come li racconta la compagnia Anagoor nel suo L.I. | Lingua Imperii (regia Simone Derai che firma anche la drammaturgia con Patrizia Vercesi), andato in scena giovedì al Napoli Teatro Festival Italia.
Cinquanta idiomi che individuano comunità, popolazioni che creano ponti tra loro grazie anche alla
permeabilità della lingua. È il linguista che spiega come i sovietici abbiano codificato per ogni ceppo all’interno del sistema delle repubbliche socialiste una forma scritta basata sul cirillico, differente per ognuna: una volta separati, e quindi irriconoscibili gli uni agli altri, sono stati riconnessi attraverso l’unica forma di comunicazione comune, il russo, lingua imperii. Il controllo e il dominio ma prima ancora l’invasione e la conquista.
Dal Caucaso del 1942 sugli schermi lo spettatore viene precipitato sulla scena: gli attori tornano al mito di Ifigenia, trasformata in un animale sacrificale per propiziare il viaggio alla conquista di Troia.
Il rito e le regole della caccia, presenti persino nelle storie edificanti dei santi, rendono socialmente
praticabile l’eccidio, a Srebrenica come in Armenia.
In scena le armonie vocali vengono attraversate dalle sonorità elettroniche fino ad aprirsi a due splendidi canti tradizionali armeni interpretati da Gayanée Movsisyan. Agli attori la rappresentazione della Shoa: il dominio assoluto esercitato attraverso il comando, la preparazione al sacrificio e il suo rifiuto, la mattanza. Sullo schermo grande, sul fondo della scena, i volti diventano proiezioni di ritratti, il viso sfigurato da finimenti come fossero cavalli, per poi cedere il passo a pecore, cervi senza controllo sul proprio destino.
Il materiale teorico che sorregge la scrittura scenica è densissimo, tratto da Jonathan Littell, Winfried Georg Sebald, Primo Levi, fino al saggio L.T.I. Lingua Tertii Imperii di Victor Klemperer: «Linguista di Dresda ebreo – spiega Derai -, scrisse diari che sono una documentazione della trasformazione del tedesco, con la comparsa di una lingua nuova, che è quella del Reich: una lingua che impoverisce il tedesco, le sue tradizioni; che urla, che suggerisce parole, le infila nella testa delle persone".

 

L.I. | LINGUA IMPERII
arabeschi.it – 03.02.2014

di Lisa Gasparotto

Le frecce vengon giù a dirotto, questo il racconto,
come scrosci di pioggia durante un temporale.
W.G. Sebald, Le Alpi nel mare (2011)

Uno spettacolo che si snoda al tempo del battito di un cuore ferito (il cuore della vittima) da una voce-dardo (il cacciatore-carnefice). Di notevole bellezza e intelligenza, L.I. | Lingua Imperii di ANAGOOR, gruppo emergente della scena italiana, è andato in scena al Teatro dell’Elfo di Milano dal 14 al 19 gennaio, e sarà in tournée al Teatro Rossini di Pesaro (31 gennaio) e al Teatro Comunale di Bolzano (14 marzo). Come già nelle precedenti produzioni – Tempesta (segnalato al Premio Scenario nel 2009), Fortuny, Et manchi pietà, *jeug- –, il lavoro di ricerca e di indagine di Anagoor approda in creazioni che mescolano la tradizione classica con le forme del contemporaneo (danza, musica, video installazioni), sempre indagando temi di grande respiro.
L.I. | Lingua Imperii (vincitore del premio Jurislav Korenić per la regia – di Simone Derai – al GRAND-PRIX del 53mo Festival MESS di Sarajevo nel 2013) è un coro tragico, in cui la parola e il gesto, il canto e la musica, sono funzionali a una riflessione sul rapporto tra lingua e potere. La lingua dell’impero intesa come dominio coercitivo (e viene in mente Lingua Tertii Imperii, 1947, del filologo e francesista Victor Klemperer); ma anche lingua in quanto linguaggio della violenza, e infine impossibilità della parola stessa, voce-muta, arresa di fronte alla violenza del dominatore. Tutta l’azione drammatica ruota così attorno ai concetti di vittima e di sacrificio (e qui si pensa a La violenza e il sacro, 1980, di RenéGirard).
Sulla scena una piccola comunità di uomini e donne, una sorta di coro di Erinni della memoria: con movenze da lamento funebre e uno sguardo attento ma stanco, gli interpreti si ripiegano su se stessi, disorientati e inquieti finiscono per non accettare la propria identità; non è più possibile convivere con la riemersione mnestica di un passato da cacciatori. Luogo mitico di questo confine anzitutto umano (quindi interiore, dell’accettazione della propria identità), è un luogo geografico: il Caucaso (dove anche Eschilo sceglie, non a caso, di incatenare il suo Prometeo). Rievocato nei dialoghi prelevati da Le Benevole di Jonathan Littell e nelle immagini dei molteplici volti della vittima che si alternano in uno schermo sospeso al centro della scena, il Caucaso viene scelto in quanto simbolo di uno spazio paradossalmente protetto, labirinto di lingue, etnie, religioni, tradizioni. I tre dialoghi, ambientati tra la primavera del 1942 e l’autunno dello stesso anno nel corso delle operazioni di penetrazione delle truppe tedesche in area, appunto, caucasica, costituiscono il ganglio spinale di tutto lo spettacolo. Due interlocutori, un ufficiale delle SS, Hauptsturmfürer Aue, e il giovane linguista, nonché ufficiale dell’esercito tedesco, Leutnant Voss, discettano di questioni linguistiche nel tentativo di rimarcare la fallacia di ogni ragionamento volto a dimostrare l’esistenza di una discendenza ebraica sulla base di una lingua parlata, magari in una comunità montana (lì, appunto, nel Caucaso del 1942). La presenza fantasmatica dei due interpreti, ‘replicati’ virtualmente attraverso l’emanazione-video di due schermi sospesi ai lati del proscenio, non impedisce alla parola di incombere ugualmente con forza.
Sempre tesi alla comparazione tra uomo e animale (tanto che ai volti molteplici della vittima si alternano sullo schermo centrale branchi di pecore tatuate come prigionieri), a voler dimostrare la bestialità (bêtise) dell’uno, si distinguono così i due temi al centro della ricerca di Anagoor: la caccia, dell’uomo nei confronti dell'uomo, la caccia in quanto dominazione, e quindi, secondo l’etimo, la caccia come inseguimento e come espulsione. Viene rievocato il sacrificio di Ifigenia, sgozzata come un agnello, e quindi le diverse forme di sacrificio e di sterminio (nei campi tedeschi, in Armenia, a Sarajevo, a Srebrenica), fino al racconto di Sebald (via Flaubert) sulla follia venatoria di San Giuliano, simbolo e patrono dei cacciatori.
Non lascia indifferenti la voce, una voce del pensiero e della coscienza (quella di Marco Menegoni), che riesce a toccare con forza il punto nevralgico delle emozioni, come il dardo lanciato dall’arco di una delle donne del villaggio, nel suo inflessibile portato simbolico. Sulla scena i corpi nudi ammassati rievocano il racconto biblico di Nimrod (non a caso titolo originario del progetto), il re cacciatore per eccellenza che esercita il suo potere cinegetico nell’accumulazione venatoria destinata a diventare un grande cumulo-torre, simbolo della sua hybris, e che, per analogia, richiama alla memoria le montagne di cadaveri che la storia del secolo scorso ci ha consegnato in eredità. Sembra quasi che Mnemosyne coinvolga a un certo punto anche lo spettatore nel vortice del senso di colpa di quella piccola comunità di uomini e donne che si aggira inquieta e pentita sulla scena. Efficace a questo proposito il fluttuare, delicato e incisivo al tempo stesso, degli interpreti, figura di una collettività, vittima e carnefice al tempo stesso, in cui ognuno può riconoscersi. A sancire con forza il coinvolgimento emotivo del pubblico, interviene la voce intensa della cantante di origine armena (Gayanée Movsisian), memoria viva di un popolo segnato da un genocidio a volte ancora ignorato. Laceranti, infine, nella loro disarmante verità, i Quindici consigli al genitore in lutto pronunciati nelle diverse lingue: quasi un vademecum allo spettatore chiamato prima o poi a soccombere alla caccia dell’uomo sull’uomo e comunque a interrogarsi sulla traccia lasciata dalla dominazione incontrollata di sé stesso.

 

L.I. | LINGUA IMPERII
stratagemmi.it – 29.01.2014

di Claudio Facchinelli

La poetica di Anagoor, originata da un’appassionata esplorazione dell’opera di Eschilo, che ha lasciato tracce visibili anche nei successivi lavori, è andata via via consolidandosi in produzioni di grande rigore e raffinatezza figurativa, caratterizzati da una cifra coerente, forse intellettualistica, che riusciva però, ogni volta, a risolversi in pura teatralità.
Ripenso a Jeug*, al fascino che emanava dall’accostamento fra il lucido mantello della cavalla e il corpo nudo della donna che ad essa si affidava; alle variazioni plastiche e pittoriche ispirate all’enigmatico capolavoro del Giorgione ne La tempesta; ai fantasiosi cromatismi e alle invenzioni, quasi da Wunderkammer veneziana, di Fortuny.
A una prima lettura il loro ultimo spettacolo, Lingua imperii, sembrerebbe prendere le distanze dal mondo storicamente e geograficamente più consono alla compagnia di Castelfranco Veneto. Ma così non è, come mi fa notare Simone Derai (classe 1975, cultura filologica classica, fondatore del gruppo, assieme a Paola Dallan, nel 2000): “I nostri spettacoli son legati da un filo rosso, che è una riflessione sulla diversità. Abbiamo indagato il contrasto tra l’uomo e la natura in Jeug*; abbiamo guardato a Giorgione come a un diverso nella sua terra ne La Tempesta; in Fortuny, abbiamo cercato di osservare la nostra Venezia con gli occhi di uno straniero. Adesso ci concentriamo invece sulla differenza linguistica, come pretesto per una discriminazione razziale”.
In effetti, nella costruzione di questo lavoro la compagnia prosegue lungo la medesima linea. Traendo una sollecitazione dalla lettura del monumentale Le benevole dello scrittore anglo-francese Jonathan Littell, lo spettacolo affonda le sue radici nelle pregresse frequentazioni classiche: non si tratta solo delle citazioni eschilee, ma è la struttura stessa a evocare la tragedia attica con un’alternanza di episodi e stasimi, cioè di momenti dialettici che parlano alla ragione, e di costruzioni figurative corali che sollecitano le emozioni. La parola prevale negli stasimi, ma l’incrociarsi dei linguaggi espressivi spariglia ulteriormente le carte, alternando e intrecciando l’uso del video alla presenza attorale viva.
In apertura, uno schermo ci restituisce, nell’originale tedesco (tradotto da efficaci e puntuali sottotitoli), la discussione fra due ufficiali. L’uno è un capitano delle SS; l’altro, un tenente studioso di glottologia, impegnato in una dissertazione sulla babelica situazione linguistica del Caucaso, dalla quale il primo vorrebbe ricavare qualche base scientifica che giustificasse l’annientamento di una popolazione ritenuta appartenere al ceppo ebraico. Segue un momento corale, ove quello che appare un rituale bucolico si risolve nella truce composizione di un intreccio di corpi ammassati gli uni sugli altri, come esito di una esecuzione di massa.
Lo spettacolo, più che secondo una logica narrativa, sembra procedere per accumulo, lungo un itinerario ove emotività e ragione si intrecciano, e lo stesso ricorso all’immagine proiettata serve sia la razionalità, sia la pura suggestione figurativa. Alle varie fasi della discussione fra i due militari si contrappongono ora momenti coreutici, ora il passaggio di un gregge di pecore, che mostra anche la violenza del cane da pastore. Il racconto asciutto e distaccato delle atrocità della storia – sia antica e leggendaria, sia contemporanea – è affidato alla parola di un moderno Nunzio (Marco Menegoni), mentre il canto dal vivo, ora solistico e dispiegato (il fascinoso registro vocale dell’armena Gayanée Movsisyan), ora corale, costituisce un’ulteriore variazione sul tema. Ed è ancora lo schermo a sciorinare una singolare serie di ritratti (accarezzati da una luce che sembra uscire dalla tradizione fiamminga), dove l’indifesa tenerezza di volti adolescenziali, stravolta da incongrui oggetti costrittivi (come il morso imposto al cavallo, o l’anello al naso del bue da lavoro) ci parla di una crudele, assurda violenza dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo.
Questa sconvolgente alternanza di immagine, canto, coreutica, di simboli a volte criptici, ma proprio per ciò ricchi di suggestioni, si chiude con un’ultima immagine di bellezza: un cervo, ai margini di un bosco in montagna, che guarda a lungo in macchina con insolente, sublime noncuranza, fino a volgere le terga e uscire di scena.
Un lavoro certo non facile, di un impatto emotivo che, pur alieno da qualsiasi effetto grand guignol, obbliga a riflettere su uno dei temi etici più importanti da rimettere al centro di questa nostra disattenta cultura odierna.

 

L.I. | LINGUA IMPERII
Il Corriere della Sera – 26.09.2013

di Franco Cordelli

Lingua Imperii - Gruppo Anagoor

La caccia e il sacrificio nel dialogo (etnico) tra due ufficiali nazisti

"Ai piedi di Castel del Monte, dove percossi da un freddo vento s'era visto Lingua Imperii (in tournée da Sarajevo a Milano), c'è la taverna Sforza, della quale frequentando il festival di Andria sono diventato un habitué. Alla fine dello spettacolo del gruppo Anagoor vi ho incontrato i suoi interpreti. In modo impulsivo e un po' sfacciato mi sono seduto al loro tavolo, erano una dozzina, tutti giovanissimi. Venivano da Castelfranco Veneto e vi sarebbero tornati il giorno dopo (alcuni di loro) su un furgone che non riesce a superare i 100 km l'ora. Raramente m'è successo di conoscere uomini e donne di teatro tanto appassionati, dediti al proprio lavoro come a una missione di natura direi religiosa. Del resto il loro spettacolo, che ribaltava quanto fino allora visto del festival e verso il quale m'ero diretto scettico e quindi impreparato, sarebbe stato sufficiente a rivelare la natura di Anagoor, senza che scambiassi due parole con alcuno dei suoi componenti. Incredibile a dirsi, Anagoor nasce dall'incontro a scuola tra l'allievo Simone Derai, che è il regista del gruppo, e la sua insegnante, che ne è una delle menti, Patrizia Vercesi. Non ne conoscevo la storia, una parte d'essa mi fu raccontata in quella taverna. La scoperta avvenne, come spesso succede con questo tipo di gruppi, al premio Scenario (è da Scenario che vengono Babilonia e i vincitori dell'ultima edizione, i fratelli Della Via, tutti e tre veneti - lo sottolineo per indicare che l'asse della ricerca si sta spostando dalla Romagna al Nord-est, ed è di natura prevalentemente politica; è anzi così politica e, va da sé, formalmente precisa, emotiva, intensa, da - non lo dico per polemizzare - far strano che gli occupanti del Valle non invitino proprio Anagoor e i gruppi dello stesso tipo a presentare i loro spettacoli su un palcoscenico che a me pare sostanzialmente vuoto, cioè privo di teatro). Dicevo del premio Scenario. Le prime prove di Derai, di Paola Dellan, di Marco Menegoni, di Anna e Pierantonio Bragagnolo, di Moreno Callegari e degli altri furono di natura diversa rispetto a Lingua Imperii . Ne cito, per limitarmi ai contenuti, una dedicata a La tempesta di Giorgione, un'altra a Mariano Fortuny. Ma qui di colpo ci spostiamo nel Caucaso, nel 1942. Due ufficiali tedeschi, il cui dialogo è tratto da Le benevole di Littell, discutono della quantità di lingue che lì, nel Caucaso, si parlano. Uno d'essi dice all'altro come sia impossibile (ingiustificabile) decidere una discendenza ebraica sulla base della lingua parlata da una certa comunità montana. A tale dialogo, che si svolge in tre momenti, succedono scene-frammenti che piuttosto che sviluppare una storia elaborano un'idea: quella della caccia. O meglio: il sacrificio e la caccia. Dal sacrificio di Ifigenia alle tante forme, ai tanti episodi di caccia e sterminio della storia umana: dai campi tedeschi agli armeni e ai cittadini di Sarajevo. Ma non c'è confusione, non c'è affastellamento. Al contrario, non c'è che limpidezza e fermezza dello sguardo. Penso alle immagini commoventi dei giovani, tutti bellissimi, ai quali viene posta una mordacchia. Penso alla scena in cui gli interpreti si spogliano e fanno un mucchio dei loro corpi. Penso alla voce della cantante armena. Penso ai quindici consigli offerti al genitore in lutto. Penso all'austera, straziante scena di tiro con l'arco (che tutto congiunge). Penso infine all'inizio, Eschilo; e alla fine, Sebald: al suo racconto su San Giuliano, patrono dei cacciatori, e al cervo che tutti ci guarda, fisso, impietrito.".

L.I. | LINGUA IMPERII
klpteatro.it – 25.09.2013

di Renzo Francabandera

Lingua Imperii: la crescita di Anagoor

"ll tema di "Lingua Imperii" è intrigante: il rapporto fra parola e potere, fra linguaggio e dinamica sociale.
La drammaturgia, non lineare, è un sofisticato e composito mélange di letture, e rimandi dal primo coro dell’Agamennone di Eschilo a "Le Benevole" di Jonathan Littell, da Martha C. Nausbaum ne "La Fragilità del Bene" a W. G. Sebald Austerlitz e "Le Alpi nel mare", "I Sommersi e i Salvati" di Primo Levi fino al saggio "L.T.I. Lingua Tertii Imperii" di Victor Klemperer, che ispira il titolo del lavoro di Anagoor.
Parole non frequentate dal teatro, da cui la compagnia trae gli elementi di una creazione che, come le precedenti, cerca fondamento su una crossmedialità capace, almeno nelle intenzioni, di salvare lavoro dell’attore e medium visuale, in una dinamica di rimandi fra immagine, parola, suono, video e corpo vivo.
Fino a questo lavoro, tuttavia, la loro ricerca, pur interessante nei principi ispiratori, non arrivava, a parere di chi scrive, ad un esito profondamente compiuto, ad un equilibrio semantico e spettacolare possibile. Il perché risiedeva di volta in volta nello sbilanciamento verso questa o quella forma di linguaggio o di technè con cui il gruppo cercava di familiarizzare.
Una delle caratteristiche che da sempre il gruppo ha avuto è, comunque, la vocazione per la collezione documentale e la profonda analisi dell’equilibrio scenico, cosa evidente per tutte le loro proposte, e in particolare per quelle legate al mondo dell’arte, da "Fortuny" a quello su Giorgione.
Queste tracce, fatte di percorsi e biografie d’artista, di tableaux vivants e schermi su cui si ribaltano stati d’animo di cui è la natura a farsi interprete, come appunto ne "La Tempesta" di Giorgione, hanno però nel tempo abituato ad una sofisticazione formale di particolare pregio, e che forse è la cifra che maggiormente li rende interessanti, anche rispetto ad altre compagnie che lavorano sul codice crossmediale in Italia.
"Lingua Imperii", nella memoria della fruizione avuta all’interno del cortile di ad Andria, si compone di quattro tracce fondamentali:
- il video ispirato a "Le Benevole", un dialogo fra due nazisti, che viene trasmesso su due diversi schermi posti in alto ai bordi opposti del proscenio, uno schermo per ciascun personaggio; - le scene corali che cercano di dare rappresentazione delle dinamiche dominante-dominato e a far vivere l’emozione fisica dello spazio tragico che le parole evocano;
- i video e i testi che parlano del rapporto fra uomo e animale anche nel rapporto alimentare, individuando in questo un possibile elemento di prevaricazione, impreziositi da piccole e inquietanti maschere metalliche indossate dai protagonisti;
- il codice e il ragionamento sulla parola, sul segno, sul simbolo alfabetico e sulla sua declinazione vocale, che riporta direttamente al filmato ispirato a Le Benevole, chiudendo il cerchio di rimandi.
Il fil rouge derivato dal romanzo di Littell risulta, per ritmo, linguaggio e potenza, l’elemento meglio riuscito, capace di dipanare rimandi e sofisticazioni, e la regia sceglie bene i momenti del contrappunto fra i frammenti video in cui due gerarchi nazisti dissertano su linguaggio e potere, e il resto degli inserti spettacolari.
“L’intero progetto per altro doveva concentrarsi sul potere cinegetico; l’idea era quella di stare alle calcagna del cacciatore. Ma via via che si studiava, là dove il cervello non riusciva a dare forma logica ad un ordine storico che tenesse conto contemporaneamente di tutti i fattori sociologici, politici, psicologici (degli individui e delle masse), antropologici, succedeva che il cuore trovava una forte e precisa adesione alla memoria degli individui cacciati, zittiti e annientati - ci ha voluto raccontare in un confronto informale Simone Derai - È lì che abbiamo trovato il centro. È così che abbiamo immaginato questo doppio piano: sopra l’agone, il dialogo/duello dei due ufficiali nazisti che seduti a tavolino discutono (e battagliano) di elementi atti all’individuazione di gruppi da dominare o eliminare; sotto il coro che per contro parla direttamente al pubblico interrogando e insieme ricucendo o esaltando lo strappo del cuore (con il canto)”.
E il canto è un altro degli elementi che spiccano fra i codici Lingua Imperii usa.
Indipendentemente dal fatto che "Lingua Imperii" possa cambiare o meno, facciamo alcune considerazioni: la capacità di creare drammaturgia da fonti ed esperienze diverse e di guardare allo spazio scenico come ad un luogo non casuale di occorrenze è una delle ricchezze di questo gruppo; un’altra è la capacità di attingere a fonti complesse e plurali, mentre per converso ancora non appare affinata fino alla dimensione più crudele la tensione verso la semplificazione “animale”, il sacrificio di parti del tutto originario per salvaguardare un elemento cruciale, ovvero l’efficacia e la linearità del colpo.
Una delle immagini più vive di "Lingua Imperii" è un tiro con l’arco, in cui un’amazzone scaglia una freccia al cuore di un bersaglio di paglia.
Anagoor dimostra (e ovviamente l’argomentazione è antifrastica rispetto alla logica nonviolenta sottesa) di saper individuare la preda, di saper costruire armi drammaturgiche, anche utilizzando materiali diversi.
Adesso l’elemento più difficile: quello del predatore che deve isolare una preda e non disperdere energie seguendo troppe bestie assieme.
Perché quando si fa buio in sala è proprio quello che succede: spettatore e interprete iniziano a cacciarsi l’un l’altro, e mai lo spettatore deve pensare che l’interprete, il regista, stia inseguendo altri che non sia lo spettatore stesso; perché altrimenti è facile lo spettatore abbandoni il gioco scenico: tagliare, scegliere profondamente, anche sacrificando parti integre, in nome di un ritmo meno cerebrale e più animale, per compiere un salto definitivo verso suggestioni di maggior compattezza e universalità, senza compiacimenti
o rispetto di equilibri. Fare creazione dal vivo è un’arte crudele, su questo Artaud aveva sicuramente ragione".

 

L.I. | LINGUA IMPERII
La Gazzetta di Parma – 29.01.2013

di Valeria Ottolenghi

L' emozione arriva in infiniti modi, con il canto, le immagini, i dialoghi, le scritte, i racconti, in uno spettacolo quieto, composto per frammenti, senza personaggi con cui identificarsi. Magnifico.
Così Anagoor, che ogni volta presenta spettacoli diversi, inattesi. Sempre un grande rigore in ogni cosa, nelle voci, nei movimenti, nei filmati, nelle parole che scorrono su pannelli luminosi, nel comporsi e nel disintegrarsi, lettere che evaporano: perché uno dei temi guida di «L.I.Lingua Imperii», ospitato al Teatro Comunale di Casalmaggiore nel Giorno della Memoria, è proprio la lingua dei popoli che, malgrado ogni tentativo di controllo, continua a sfuggire al dominio del potere assoluto. Perfetta la scelta del dialogo - che ritorna tre volte nello spettacolo - tra Voss, un giovane, appassionato linguista, e un ufficiale nazista che vorrebbe capire se una particolare popolazione caucasica debba essere ritenuta d’origine ebraica, e quindi sterminata, un frammento tratto dal romanzo capolavoro di Littell, «Le Benevole» (un altro grazie qui al teatro che, sottolineando il valore del ricordo, riesce anche a riproporre opere che, dopo una forte presenza, paiono svanire all’attenzione storico culturale). Il racconto dell’uccisione di Ifigenia, sacrificata dal padre per ottenere venti favorevoli e partire quindi per la guerra, nuove terre da conquistare. Letti in più lingue i consigli a un genitore in lutto, «Usa il nome del tuo bambino... piangi... abituati a rispondere alla do-manda ‘quanti figli hai?’». Tanti in scena.
Preparare corone di foglie. Spogliarsi. Corpi accatastati. Cacciare: con il significato di allontanare, mandare via - e di inseguire, uccidere. Come nella storia di San Giuliano. Ricordi di torture: esperienze vissute. In un filmato pecore al pascolo si alternano a giovani con la bocca prigioniera. Così avevano fatto con Ifigenia: per non lasciare che proferisse parola. Luoghi e popoli di rinnovati massacri: nella nostra contemporaneità. Un continuo presente di dolore. Struggente la scena finale, con un antico canto mentre un cervo resta sospeso nel chiarore della neve, muto, in attesa. Con la commozione per un incontro importante, un limpido, intenso spettacolo, il lungo applauso del pubblico.

 

L.I. | LINGUA IMPERII
La Provincia – 29.01.2013

di Nicola Arrigoni

“L’urlo strozzato di Ifigenia, sacrificata dal padre Agamennone, la disquisizione fra un gerarca nazista e un linguista in divisa da Ss sulle lingue e la scientificità delle razze in area caucasica tratto da Le benevole di Jonathan Littel, la furia venatoria di San Giuliano, patrono dei cacciatori rappresentano i tre blocchi drammaturgici di L. I. Lingua Imperi di Anagoor, visto domenica sera al Comunale. I ragazzi di Anagoor: Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco
Crosato, Paola Dallan, Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Eliza Oanca, Monica Tonietto, diretti da Simone Derai, costruiscono una messinscena che va in cerca dello stretto legame fra lingua e potere, fra idioma e dominazione dei popoli, lo fanno con una stringete argomentazione che si riversa sulla scena in una ‘rappresentazione anti-teatrale’, in una sorta di dimostrazione agita di pensiero possibile sul potere, sulla violenza con cui l’uomo deve convivere, una violenza che scoppia virulenta, che contagia le parole e il corpo e interroga le coscienze. Allora in scena accade
che le parole diventino immagini, azioni, accade che la definizione di stranieri offerta dai greci con oi barbaroi, ovvero coloro che balbettano, o il modo con cui i russi definiscono i tedeschi: ‘muti’ trovino riscontro nelle bocche cucite di giovani che compaiono su un grande video, intervallati dal passaggio di pecore: due modi di significare il silenzio delle vittime delle guerre, un modo per dire del silenzio assordante dei sacrifici compiuti in nome dei confini posti non dalla razza o dall’appartenenza, ma dalla lingua e dalla necessità di segnare un’origine, un’autenticità di un popolo, piuttosto che di una nazione. Ecco che i corpi adolescenti degli attori/performer di Anagoor sono corpi ammassati, ecco che la freccia scoccata sul bersaglio è segno di un cacciare che è anche
un essere cacciati e che si compie nello sguardo interrogante di un cervo che interroga e ci interroga. L. I. Lingua Imperi è un lavoro che inquieta per la sua secchezza e per la freddezza e per quei corpi e volti di ragazzi poco più che adolescenti che dicono di una fragilità che angoscia e si pone come voce muta delle vittime che interroga il nostro presente”.

 

L.I. | LINGUA IMPERII
Hystrio - 4/2012

di Laura Bevione

È uno spettacolo denso e complesso quest'ultimo di Anagoor: molti i simboli, le ascendenze letterarie e i linguaggi adottati. Una complessità ricercata e sostenuta con coerenza ed efficacia, a testimoniare della maturità artistica raggiunta dalla giovane compagnia di Castelfranco Veneto.
Il filo conduttore è il tema della caccia: quando si uccidono gli animali, non si dovrebbe provare rimorso e, così, fin dall'antichità le più efferate stragi di uomini sono state condotte degradando a livello bestiale il popolo che si stava sterminando e privandolo, in prima istanza, della parola. Un tema sviluppato attraverso almeno quattro  diversi media espressivi, corrispondenti ad altrettanti discorsi, distinti ma fra loro intrecciati: video, parola, gesto, musica.
Su due schermi, posti in alto ai lati del palcoscenico, compaiono i volti di due soldati tedeschi, di stanza in Caucaso, nel 1942. In tre distinti  momenti, il luogotenente Voss - un convincente Benna Steinegger - discute con un alto ufficiale della  complessità etnica e linguistica della regione, fino a mettere furiosamente in discussione le teorie pseudoscientifìche su cui il nazismo fondava la propria ferale politica razziale.
Marco Menegoni, al microfono, racconta, chiosa, insinua stimoli al pensiero: l'assassinio di Ifigenia, bambina tramutata in agnello sacrificale, uccisa per poter compiere un'altra strage; il campo di tortura di Breendonk; gli olocausti perpetrati nelle foreste d'Europa.
Sacrificio, manipolazione dell'altro, caccia: sono i motivi visualìzzati dagli interpreti, che costruiscono in scena vivi dipinti ovvero agiscono situazioni violentemente evocative. Come spietati, paradossalmente quanto più formalmente armoniosi e poetici, sono i ritratti - proiettati su uno schermo al centro della scena - di giovani cui è stato interdetto l'uso della parola.
E poi. c'è la musica, eseguita a cappella. rigorosamente dal vivo. E un invito, accorato. che percorre e informa tutto lo spettacolo: bisogna stare con i morti, spostare l'attenzione dai carnefici alle prede e, infine, restituire loro la parola.

 

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Traiettorie  nr. 6 – 18.10.2012

“L.I. Lingua Imperi”, spettacolo di contenuto e di forte impatto drammatico, è andato in scena alla Centrale Fies- Festival il 26 e il 27 luglio 2012. Produzione di Anagoor, e parte del progetto Fies Factory, lo spettacolo ha da subito il sapore del documento/testimonianza, realizzato ad altissimo livello tecnico e apprezzabile per l'originalità delle idee, l'attenzione e la cura della messa in scena. Viene introdotto dal filmato del dialogo tra due comandanti tedeschi, due primi piani in schermi indipendenti. Siamo nel 1942 e si pone il problema della scelta, tra le numerose popolazioni russe, diverse tra loro per costumi, territorio e linguaggio, di quali eliminare secondo le leggi razziali fasciste. Le posizioni dei due tedeschi sull'argomento sono diverse. Uno, appassionato ricercatore delle somiglianze e delle differenze tra i linguaggi, nega la scientificità di un'esistenza di “razza”, rivendicando che ciò che i tedeschi attribuiscono alla genetica in realtà è frutto di fattori ambientali:lingua, territorio, usi e costumi; l'altro, pressato dalle richieste dei gerarchi fascisti, vorrebbe avere nomi e certezze. L'emblematica conversazione, che nel corso dello spettacolo viene ripresa fino ad arrivare ad uno scontro dialettico, introduce implicitamente al valore dell'autodeterminazione dei popoli e al valore delle differenze. Esplicitamente ne denuncia il massacro perpetrato dalla tirannia. Lo sguardo si sposta ad altre vicende storiche, altri massacri più lontani nel tempo e più recenti, a raccontare il dolore muto delle madri e delle figlie, un dolore violento interiore ed inespresso. Lo spettacolo, curato nel dettaglio per l'ottima regia di Simone Derai, che firma anche la drammaturgia con Patrizia Vercesi, è il risultato di un'approfondita preparazione di tutti gli attori, che hanno curato anche la parte musicale, interpretativa, vocale e corporea: Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan, Marco Menegoni, Gatyanee Movisisyan, Eliza Oanca, Monica Tonietto ,e ha saputo raggiungere il pubblico con intensità emotiva. Vale la pena citare la traduzione e consulenza linguistica di Filippo Tassetto, le voci fuori campo di Silvija Stipanov, Marta Cerovecki, Gayanee Movsisyan, Yasha Young, Laurence Heintz, i costumi di Serena Bussolaro, i video di Moreno Callegari, Simone Derai e Marco Menegoni. Ne è risultato un lavoro che ha avuto l'altissimo pregio non solo di celebrare la memoria, di tenere in considerazione la storia e i suoi insegnamenti, in un clima contemporaneo in cui solo il presente e l'immediatezza sembrano avere valore, ma anche di denunciare il clima di indifferenza collettiva rispetto alla barbarie sui popoli, a prescindere dalla conoscenza dei fatti, che abbraccia quanti, pur sapendo, non prendono posizione e rimangono a guardare perché non direttamente coinvolti.

 

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doppiozero.com – 05.09.2012

di Roberta Ferraresi

Dove si può incontrare la ricerca iconografica di Anagoor con il nuovo lavoro di Babilonia Teatri, un Pinocchio allestito con tre performer affetti da esiti di coma? Cos’ha in comune il lavoro sul tempo dei fiorentini inQuanto teatro con il plurilinguismo di Fagarazzi & Zuffellato o con la nuova eroina di Marta Cuscunà, una ragazza del ‘500 che, obbligata a passare la propria esistenza in convento, organizza una rivoluzione femminista ante litteram?
Sono alcuni degli spettacoli in programma a B.Motion 2012, segmento dedicato al contemporaneo di OperaEstate Festival Veneto di Bassano del Grappa. “Reality Shop”, il claim di quest’anno, può diventare un’occasione per rintracciare gli esiti attuali di alcuni dei percorsi artistici che qui si danno appuntamento ma anche per fare i conti con i risvolti del lavoro di una direzione artistica che stanno emergendo come determinanti. Quello che si è incontrato in questi giorni a B.Motion è un teatro che già si era distinto per un approccio mirato sulla propria società e il proprio tempo, dal celebre ritratto del nostro Paese di made in italy dei Babilonia al j’accuse nei confronti dell’incuria che segna il nostro patrimonio culturale in Fortuny di Anagoor, tanto per fare gli esempi più celebri. Le diverse stagioni del versante politico della scena italiana avevano segnato, ognuna a proprio modo, una posizione di resistenza e differenza, dal boom del coinvolgimento e della partecipazione degli anni ‘60 e ‘70, all’intimismo della Postavanguardia e della cosiddetta Terza Ondata, che potrebbero, col senno di poi della chiusura dell’epoca postmoderna, essere letti comeun tentativo di recupero della dimensione individuale. Prima la società, poi la persona. Ma gli anni passano e, in tempi di crisi come questi in cui le utopie sfioriscono facilmente, dopo un momento di relativa stagnazione dell’approccio politico – qualcuno ha parlato addirittura di “rimozione” o di “azzeramento” – sembra che qualcosa si muova lungo questi orizzonti.
Basti pensare a quello che fa Anagoor, ancora più dichiaratamente rispetto ai lavori precedenti, con L.I. Lingua Imperi, in cui si ricompongono i due filoni (immaginifico e narrativo, enigmatico e dimostrativo) attraverso cui si era articolato in tempi recenti il lavoro della compagnia. Anagoor ripercorre la storia del potere della lingua nel mondo occidentale: si parte dalla smania nazionalsocialista per incontrare il mutismo obbligato di Ifigenia, ritrovare quel silenzio in altre prede e riconoscere genocidi, guerre, cacce. Ognuno di questi contesti pertiene a un dispositivo linguistico specifico (iconografia, epica, canto, e così via), ma il senso del lavoro – l’esercizio di potere dell’uomo sull’uomo – ritorna e riverbera nelle sovrapposizioni fra le diverse linee drammaturgiche, in un crescendo di senso e coinvolgimento che riesce a tracciare traiettorie nette fra i diversi elementi e, spesso, a ricomporre i frammenti delle diverse storie e fonti in gioco [...].

 

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cultureteatrali.org – 05.09.2012

di Silvia Mei

Reality Shop intitola il cartellone di B.motion/Teatro, branca del festival stagionale Operaestate 2012 a Bassano del Grappa, apertosi lo scorso 28 giugno e giunto alla sua trentaduesima edizione. Una settimana, quella conclusiva, dedicata essenzialmente al teatro italiano contemporaneo, con una forte presenza della scena regionale ma di respiro nazionale – come Anagoor, Fatebene Sorelle/Patricia Zanco, Babilonia Teatri, Tam/Alessandro Martinello, Fagarazzi&Zuffellato.
Segnali di una scena sventagliata, senza comuni denominatori, se non l’imperativo di smagliare le forme, opacizzare le convenzioni, reinventare la realtà, quando non reificarla, fino a ridurla a mero indizio.
Ad aprire la teoria dei dodici eventi programmati sono i geni locali Anagoor di Castelfranco Veneto, con un lavoro in coprododuzione con Operaestate e Centrale Fies di Dro, debuttato in aprile nell’ambito del Trento Film Festival: L.I. Lingua Imperii, un saggio (nel senso letterario del termine) in forma scenica montato nella modalità della conferenza-spettacolo, denso di immagini, riferimenti, citazioni che affondano nell’humus accademico e (neo)classicista della compagnia esibito senza svolazzi o protervia.
Un coro di nove presenze
(che rammemora passaggi di Ellis Island di Meredith Monk), sotto la voce narrante del loro corifeo (Marco Menegoni), si alterna in canti e partiture vocali (quelli originali di Paola Dallan, tra cui una sonorizzazione "gregoriana" sui versi delle Coefore di Eschilo, e alcuni canti tradizionali armeni nella voce di Gayanée Movsisyan); compone figurazioni evocanti i lividi corpi ammassati dei lager; simula il morboso rapporto vittima-carnefice; si orna di lauri e corolle d’abete, che richiamano i tralci decorativi sui tagli di carni; oppure posa in ritratti – proiettati in un intarsio video – inghirlandati alla Julia Cameron ma sfigurati da briglie, museruole, lacci e catene, strumenti di torture, non inopportunamente “sado”, e costrizioni da dressage equino (secondo un’iconografia in stile Salpétrière).
Rispetto al precedente Fortuny, da molti ingiustamente additato come un’operazione sussiegosa infarcita di accademismi sterili e di estetismi dannunziani, Lingua Imperii modula differenti registri e linguaggi, mai ingenuamente parattatici, utilizzando il dispositivo fisso (alla Copeau) degli ormai classici display, disposti a trittico, con pannello centrale gigante e alucce laterali in miniatura, a mo’ di portaritratti: ora porte su un altrove, finestre su un esterno, ora tableaux vivants, rassomiglianti non così improbabilmente ai tablet moderni, Tavole delle leggi o anche tavolette minoico-micenee, recanti la forma arcaica del greco antico.
L’azione ideale parte non a caso dalla cosiddetta Montagna delle lingue, nel Caucaso, dove un crogiolo di culture, popoli, lingue si è innestato, meticciato, confuso: una babele per i linguisti, costretti a sospendere qualsivoglia teoria monogenetica. Da qui si dipana appunto l’erudito dialogo tra due graduati nazisti di stanza in Crimea nel 1942, tratto da Le Benevole di Jonathan Littell (Hannes Perkmann per Maximilien Aue, rigido nazionalsocialista, Benno Steinegger è invece l’appassionato e umano linguista Leutnant Voss), che scandisce i passaggi topici del lavoro. Un percorso in tre tempi sul tema iconografico-letterario della caccia, intesa anche come sacrificio – caccia all’uomo, al barbaro, all’ebreo: si parla dello spietato sgozzamento di Ifigenia, che battezza col sangue il massacro troiano; delle torture subite da Jean Améry a Breendonk e del ritiro di Gastone Novelli dopo Dachau nel folto della selva amazzonica, dove disegna ossessivamente atomi alfabetici; della leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere (nella versione di W.G. Sebald), cacciatore affetto da disturbi ossessivo-compulsivi nei confronti di indifese prese.
Annette Wiewiorka nel suo discusso compendio L’era del testimone riproponeva l’espressione con cui gli ebrei indicavano la Shoah, ovvero hurbn, distruzione. Uno sterminio che non voleva banalmente colpire un culto, annientare un popolo, ma prima di tutto sabbiare la sua lingua, l’yiddish. Elie Wiesel, transfuga in America scrive la prima stesura di La notte in yddish e durante il processo Heichmann in Palestina l’accusa lavorò selezionando i testimoni e le loro lingue, anche e soprattutto l’yiddish.
L.I. Lingua Imperii tuttavia non è di minoranze linguistiche che vuole parlare, benché venga più volte rimestato il problema della triade popolo-territorio-lingua. Tantomeno si tratta un lavoro sulla Memoria o più in generale sulla memoria. É piuttosto un erudito percorso critico che la riattiva, ponendola a cornice di un discorso tutt’altro che celebrativo e che rifugge i luoghi comuni. Recuperando le atrocità della guerra nella ex Jugoslavia, le rivendicazioni cecene e la questione armena (in filigrana, coi canti che contrappuntano narrazione e video), Anagoor (la regia è di Simone Derai, la drammaturgia a quattro mani con Patrizia Vercesi) ci ricorda quanto ancora molte storie di violenze, di razzismo, di discriminazione debbano essere raccontate, studiate, scritte. E possibilmente tradotte in tutte le lingue possibili, contro ogni pericoloso mito dell’originario e della purezza, costruzioni fantastiche che incentivano soltanto cosmogonie xenofobe.

 

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iltamburodikattrin.com - 29/08/2012

di Giulia Tirelli

Dopo la maratona di B.Motion Danza, che ha visto protagonisti i coreografi selezionati dal network internazionale Aerowaves per il festival Spring Forward, a Bassano del Grappa si apre la settimana del teatro. A inaugurarla è l’ultimo lavoro di Anagoor, formazione di casa che si è andata imponendo nel panorama internazionale per la qualità della sua ricerca estetica e il suo sguardo capace di penetrare in profondità la superficie del mondo.
L.I. Lingua imperii è un’opera complessa, che si muove su piani e livelli molto differenti tra loro, senza però limitarsi ad accennarli, piuttosto scavando sino a trovare quei nodi essenziali che conferiscono alla rappresentazione una struttura solida e coerente. Se infatti punto di partenza del discorso di Simone Derai e compagni è la lingua come strumento di controllo e di potere, lo spettacolo sembra vertere su temi che travalicano la linguistica per calarsi nel substrato dell’animo umano, sviscerandolo sino a raggiungere una questione che ha interessato filosofi, scrittori, registi e artisti di ogni tempo e luogo: la crudeltà, o meglio la violenza degli uomini su altri esseri umani. Il linguaggio diviene un filo d’Arianna per condurre lo spettatore in un labirinto ignoto, tutto interiore, sino a giungerne al centro, nel luogo più nascosto: video, corpi, musica e testo indicano direzioni e orientamenti per muoversi negli angoli oscuri che si dischiudono con il procedere della rappresentazione, in un tessuto che riporta l’essere umano alla sua natura animale, in un processo di purificazione da una razionalità opprimente.

 

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Il Giornale di Vicenza – 29.08.2012

di Lorenzo Parolin

Identità e follie dittatoriali Con “Lingua Imperii” Anagoor sigla il capolavoro
B. MOTION/1. La compagnia di Castelfranco porta a OperaEstate un lavoro superlativo
Il rappo
rto tra lingua, potere e identità è il filo conduttore della produzione articolata con coraggio e originalità. Lacrime e applausi
BASSANO Da promettenti e studiosi ad adulti. Con "Lingua Imperii", lunedì al teatro Remondini di Bassano, gli "Anagoor" hanno messo una bella pietra miliare sulla strada della maturità e la parola capolavoro può essere usata senza timore. Se dopo tre giorni vissuti in inglese col festival "Aerowaves" si poteva temere un ritorno alla provincia, il cartellone di Bmotion teatro ha allontanato i dubbi, calando un ass
o pescato appena fuori casa, a Castelfranco. Il tema dello spettacolo è il rapporto tra lingua, potere e identità e la compagnia castellana lo articola con coraggio e originalità. Il filo conduttore è una riduzione cinematografica (anche questa a firma Anagoor) di "Le Benevole" di Jonathan Littell . La scena vede un ufficiale delle SS, il capitano Aue (l'attore bolzanino Hannes Perkmann) discutere con il sottotenente della Wehrmacht, Voss (l'altro bolzanino Benno Steinegger). Entrambi sono finiti al fronte durante la battaglia del Caucaso e scoprono una realtà diversa da quanto attendevano. Detto che concretamente un incontro così amichevole - le SS vivevano isolate dalla struttura militare "normale"- sarebbe stato estremamente improbabile, contano i simboli, non gli aspetti descrittivi. Di conseguenza il sottotenente Voss, uno studioso di linguistica prestato alle armi, di fronte alla concentrazione di popoli che abitano le vallate del Caucaso e alle aberrazioni linguistico-politiche che accomunano Stalin e Hitler inizia ad aprire gli occhi sulle aberrazioni dei totalitarismi. Si arriva anche a sorridere, durante "Lingua Imperii", in particolare sul termine "Bergjuden". La parola indica gli "Ebrei di montagna" incrociati sul fronte sud orientale: comunità che praticavano l'ebraismo, vivevano come tutti gli altri popoli del Caucaso e arrivavano, però, dall'Iran. Insomma, degli ariani-giudei, un nonsenso demenziale per il nazismo. Sul palco si alternano le emozioni e lo spettacolo procede intrecciando video, recitazione e musiche originali di Paola Dallan. Tra riferimenti al mondo classico (il mito di Ifigenia), a Shakespeare e ai genocidi perpetrati in Europa la serata è densa ma non cede all'erudizione. Tutte le digressioni, in altre parole, sono "colte", cioè congruenti a ciò che devono comunicare. E dopo le calligrafie di "Tempesta" o "Fortuny", si percepisce una sterzata decisa verso l'essenzialità. Un lavoro asciutto che va diritto al centro delle questioni e al cuore degli spettatori, i quali, tra battimani e qualche lacrima, hanno premiato meritatamente i giovani attori castellani. Tra l'altro, nel gioco di rimandi che ha legato le scene c'è stato anche un riferimento esplicito al concetto di "Volk" (popolo-identità) che guarda caso ha caratterizzato anche l'antipasto a Bmotion, il 23, con Alessandro Sciarroni e i Tearna Schuichplattla. "Lingua Imperii", nella sostanza, è un lavoro di eccellenza nel quale gli attori saliti sul palco (Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan,Marco Menegoni, Eliza Oanca, Monica Tonietto e la brava cantante di origini armene Gayanée Movsisyan) e il regista Simone Derai hanno raccolto i frutti di uno studio condotto in profondità.Finisce qui? No, perché gli Anagoor, che collaborano da anni con il liceo Giorgione di Castelfranco, hanno portato in scena o in regia anche quattro studenti ginnasiali o poco più. Anche questo è un segnale nell'Italia che soffre di vecchiaia. Bravi. Bravissimi.

 

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La Repub
blica – 05.08.2012

di Anna Bandettini

"[...] Dopo una serie di operazioni intrise di accademismo, per i veneti Anagoor sembra aprirsi una nuova stagione di maturità. L. I. Lingua imperii visto a Fies è un lavoro di notevole rigore, anche nei riferimenti letterari—Euripide, Jonathan Littell, Sebald, Vollman, Primo Levi — che parla di potere e di lingua, di ferocia e sopravvivenza. Si va dal dialogo filmato su doppio schermo di due ufficiali della Wehrmacht, sull’uso dei diversi idiomi etnici a scopi politici, all’esperienza del pittore Gastone Novelli, che, uscito da Dachau, fuggì in una tribù sudamericana a catalogare la lingua indigena, dal sacrificio di Ifigenia ai lager. È uno spettacolo che contiene momenti strazianti (i quindici consigli al genitore in lutto, lo squarcio sui lager…) e nessuna facile consolazione".

 

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scatolaemozionale.blogspot.com - 03.08.2012

di Cristina Zanotto

Anagoor con L.I. Lingua Imperii | violenta la forza del morso che la ammutoliva
Il nuovolavoro della compagnia veneta spazia una quantità di autori diversi – con Primo Levi sempre presente, si è passati da Eschilo a Jonathan Littell, dallo scrittore tedesco W.G. Sebald all'americano Vollman - lo spettacolo mette in scena le ferocie dello Shoan in particolar modo concentrandosi sul rapporto delle lingue e il potere, le testimonianze dei lager e la crudele realtà della caccia.
La lingua domina su tutto e viene dimostrato come possa essere in grado di affermare o negare unidentità, una etnia, un territorio, una razza…
Gli Anagoor colpiscono sempre e comunque, questa volta lo fanno utilizzando una tematica forte a cui non riusciamo, ne dobbiamo rimanere indifferenti; sempre con la cura che solo loro hanno negli allestimenti e nel dettaglio, appena entrati in sala ci sembra di essere di fronte ad un quadro. Tutto è perfettamente equilibrato, delicato, composto, niente è lasciato al caso. E’ da questo quadro che nove attori portano in vita i racconti più strazianti, attraverso movimenti, gesti e con un uso della voce che fa rabbrividire e che a tratti si unisce e si nasconde al sibilo del vento, un vento che spazza via ma che lascia indelebili tracce dentro di noi.
Lingua Imperii è:
Storie di cacce innominabili. Non metafore, ma fenomeni storici concreti, antiche odiose abitudini secondo le quali, nelle forme della caccia, alcuni uomini si sono fatti predatori di altri uomini e, ancora nel XX secolo, hanno intriso il suolo d’Europa del sangue di milioni di persone: tanto il suo cuore civile, quanto le sue vaste foreste, fino ai suoi estremi confini montuosi. Lamentatori che non vogliono più essere stati cacciatori e che, di fronte al riemerso ricordo delle vittime, lamentano il peso della colpa della caccia cruenta. Il Caucaso, limite estremo dell’Europa, confine geografico naturale, montagna delle lingue e intreccio fittissimo di popoli, labirinto che traccia e insieme confonde i confini, i limiti, le distinzioni, e si erge massiccio come epicentro della memoria e luogo mitico di questo giudizio.”

 

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Il Gazzettino – 29.07.2012

di Paolo Crespi

Anagoor, la "lingua imperii" che racconta l'indicibile.
"Caucaso, primavera-autunno1942. Ai piedi della “montagna delle lingue”, cinquanta e più idiomi che resistono in un  crocevia etnico-culturale impermeabile a qualsiasi tentativo di normalizzazione da parte del dominus di turno, due ufficiali  dell’esercito nazista, un semplice militare e un fine linguista prestato alle insegne del Terzo Reich, discettano di razze, dell’infondata probabilità di isolare “scientificamente” i ceppi di ascendenza ebraica da colpire e avviare velocemente allo sterminio. I loro dialoghi registrati, tratti da “Le Benevole” di Jonathan Littell e offerti al pubblico in una sorta di campo- controcampo giustapposto su due schermi separati ai lati del palco, sono l’ancora di uno spettacolo magistrale che procede altrimenti per accumulo di frammenti, evocazioni verbali, visive, sonore, altre proiezioni di inconsueta intensità e bellezza, non solo formale, ispirate al mito dell’innocenza, violata per tutti gli esseri senzienti.
Italia, estate 2012: per Anagoor “L.I., Lingua imperii”, appena presentato al Festival di Dro - Centrale Fies dopo l’anteprima al Trento Film Festival e in attesa di approdare, il 27 agosto, a Bassano del Grappa nell’alveo di Operaestate, è l’inveramento di quel progetto di politica teatrale da cui la compagnia di Castelfranco Veneto è partita dodici anni fa. Il tema impegnativo della Shoa si intreccia con quello se possibile più vasto della “caccia all’uomo”, una mattanza che storicamente non conosce frontiere né battute d’arresto, dal sacrificio di Ifigenia, al genocidio del popolo armeno, al massacro di Srebrenica. In scena i nove attori-testimoni sperimentano l’indicibile anche attraverso un uso nuovo e sapiente della voce che a tratti si amplifica in vento, tempesta solare in grado oscurare per un lungo istante il cielo e l’orizzonte della spettatore: muto, partecipe, emotivamente stravolto. Da non perdere".

 

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Cosa vuol dire Folk? – 29.07.2012

di Andrea Falcone

"Folk è una moda, o un modo di pensare, che avvicina elementi all'apparenza lontani come le fate e i cavalieri, i fantasmi, i pionieri, storie gotiche e idee politiche, alcuni cibi tradizionali e belle espressioni dialettali. Questo insieme di passioni più o meno occasionali nasce nell'Ottocento, con l'impegno degli intellettuali romantici a far emergere le radici dell'identità nazionale. L'intera operazione culturale ruota intorno all'adozione di una parola, “Volk”, azione ricca di conseguenze, piena di significato. Alle più tragiche tra le conseguenze e al suo preciso significato ci ha riportato Lingua Imperii, opera di teatro presentata il 26 e il 27 luglio alla Centrale Fies di Dro, all'interno di un Festival che guarda al “Folk” come spunto d'innovazione.
Lo spettacolo inizia con le parole di due ufficiali tedeschi, affacciati sulla scena dall'alto, ognuno a lato, sul suo schemo, mite e isolato. Si chiedono, l'uno all'altro, quali siano le differenze linguistiche di un territorio e come usarle per dividere o unire i gruppi umani che l'hanno popolato. Conducono un ragionamento che, partendo dai concetti di originarietà e contaminazione, approda alle teorie della separazione razziale. Questo percorso è poi sviluppato nel corso di quattro interventi, che i due personaggi affrontano con intenti quasi opposti, il primo da imparziale ricercatore, il secondo da politico e militare. L'esito finale della conversazione, che li vede sempre più in contrapposizione, insieme all'esito della stessa operazione militare che sono chiamati a programmare, non viene svelato. Lo spettacolo si sposta dal contesto conosciuto della riflessione storica sul periodo della seconda guerra mondiale (affrontato da un'angolazione sobria e particolare) a quello più scivoloso della tragedia e del mito, in cui la violenza non è più argomento in discussione, ma fatto evocato, condiviso, esperito.
Il sacrificio di Ifigenia da parte del padre, il successivo massacro delle truppe troiane, l'agiografia di Giuliano, mitico e sanguinario cacciatore (prima di ascendere alle glorie dell'Altare), sono episodi della stessa narrazione che viene distesa in scena in maniera corale, con l'interpretazione di Marco Menegoni, capace di dare al racconto i tratti immaginifici e severi di un predicatore, dalla partitura canora frutto di una ricerca originale e continua, e con una grande videoproiezione. Le immagini, usate anche in sede comunicativa dalla compagnia nel suo materiale, sono quelle di ragazze e ragazzi, dai tratti diversi e intensi, che hanno prestato il volto per l'eleborazione di una metafora senza tempo e attuale. Il linguaggio come morso o filtro, strumento di controllo e dominazione, si materializza nelle forme di lacci, setacci o catene, accostati alle labbra e alle orecchie dei giovani soggetti della proiezione.
La cultura letteraria e visiva su cui si fonda ogni passaggio, ogni dettaglio delle scene, non si risolve mai in un rimando o una citazione, ma diventa il filo conduttore per un discorso che scende in profondità, verso l'orrore. Il momento in cui ogni interprete si stende e muore, in un quadro di Classicità solo formale, ha il valore di un atto di ribellione. Vediamo giovani che si esercitano a recitare la propria sparizione, a morire “nel fiore degli anni”, a ricoprire ruoli lasciati vacanti da una tragedia di cui si è persa la fine. La scena, come l'intera opera teatrale, è insieme un elogio della mitezza e un atto d'accusa per chi si accosta alla ferocia del potere con indifferenza o rassegnazione. È un atto d'interrogazione per tutti, in generale. Mostra la violenza non come atto inflitto, che desta facilmente scandalo e ammirazione, ma come esperienza, che accomuna i cervi e i conigli ai giovani di ogni storia, anche di quella più attuale".

 

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Dro| Note critiche varie -26.07.2012

Di Federica Visciglia

Se queste parole leggerete prima dello spettacolo vi preannuncio che potreste impiegare un po’ di tempo prima di entare dentro la performance e capirne l’effettivo linguaggio teatrale. Personalmente ho utilizzato una parte dello spettacolo come guida che successivamente mi ha fornito gli strumenti per calibrare la forma espressiva di una compagnia mai vista in precedenza. Se invece conoscete gli Anagoor di già, questa premessa potrebbe non essere valida oppure potrebbe esserlo stata in passato !? Per il resto non vi resta che attendere l’inizio dello spettacolo ed interrompere qui la lettura.
Purtroppo tra la parte precedente e la prossima ne manca una terza, quella che a caldo subito dopo lo spettacolo ne racconta le impressioni più immediate; poiché l’altra, quella che segue, viene dopo alcuni giorni di metabolizzazione e oramai distacco dalla scena… potreste, prima di accingervi alla lettura, attendere un paio di giorni
Fate come credete
.. io vi ho comunque avvisato
Diverso, … che piaccia o meno è uno spettacolo diverso.
I temi principali, non sono tematiche nuove, ma diversamente sono state proposte e assemblate. L’aspetto estetico molto ricercato e attento ha retto per l’intera messa in scena, grazie alla presenza di diversi livelli: vocale, scenico, materico e video. La commistione di tecnologie moderne con storie, oggetti e abiti datati (ma comunque attuali, perché ancora presenti nella nostra memoria), rappresenta una forma espressiva che in questo caso andrebbe rintracciata e sarebbe da ricercare nel lavoro che ha condotto gli Anagoor sino a qui. La ricerca filologica effettuata e proposta, permette di entrare in sintonia con le diverse storie raccontate, l’uso del video incrementa grazie ai dialoghi tra un ufficiale ed un linguista tedeschi una vicinanza difficile da ottenere solo attraverso la lettura delle fonti o la recitazione attoriale di esse; il video diventa realtà storica ma anche portavoce, nella sequenza di immagini finali, di metafore mute e visivamente sospese, sia fisicamente vista la collocazione della video-proiezione, che nell’immaginario. La violenza universale storicamente attuata, corporale o intellettuale che sia, coinvolge tutti nella stessa misura, e l’indifferenza annessa, che si rafforza sempre di più quanto più non ci riguarda in prima persona, annulla le differenze tra il carnefice e la sua vittima, e il resto del mondo. La Shoah non è argomento facile da trattare, ma la volontà di restiturne i temi caldi che hanno portato a condurla vivamente (tra cui il razzismo biologico e linguistico) giustifacandola, e problematizzandoli dall’interno (che l’originarietà, la razza pura e l’identità sono solo delle costruzioni culturali strumentalizzate da una volontà politica di potere e di supremazia), è forse l’unica vera cosa che può esser detta a riguardo, utilizzando la lingua madre e proiettando le conversazioni in uno spazio-tempo ben definito e visibile, evitando in questo modo tutto quello che successivamente è stato fatto diventare nel corso del tempo: un fenomeno. Uno spettacolo in questo senso autosufficente, che allo stesso tempo conduce lo spettatore a compiere, proprio durante la messa in scena, la propria parte attiva. Uno spettacolo diversamente autosufficente perché per nulla autoreferenziale, che anzi sembra essere attento nella volontà di creare il giusto spazio per un pubblico interiormente partecipante.
Una buona scheda critica (non perché questa lo sia), per essere completa avrebbe bisogno a questo punto di una nota sulla realtà della compagnia. Scrivo questo perché sono fermamente convinta che ognuno dopo la visione di un qualsiasi spettacolo non può che diventare anch’egli un critico, che infattti dopo una qualsiasi visione il giudizio riguarda il processo inevitabile di una mente pensante. Quel che intendo è che oltre alla messa in scena la compagnia è altro; infatti essa attua e prosegue la propria ricerca secondo un’idea personale di teatro che gli adetti ai lavori dovrebbero quanto meno far conoscere agli spetttatori interessati, per restituire il teatro al teatro e non allontanarsi da esso tramite delle schede critiche o sin troppo euforiche o del tutto gambizzanti, che non si preoccupano del lavoro della compagnia, che il più delle volte rimane un aspetto tacito… resta sempre fermo l’assunto che uno spettacolo possa piacere oppure no e che possa riuscire o meno.. ma la ricerca che l’ha prodotto, rispetto al lavoro presentato, diventa importante in egual misura poiché è li che uno spettacolo prende vita, si sviluppa e trova buona parte della propria identità, soggetta ovviamente a continui mutamenti.

 

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Corriere del Trentino– 26.07.2012

di Claudia Gelmi

" [...] Con lo spettacolo il gruppo veneto di Simone Derai e compagni giunge a una maturazione e a un punto di equilibrio artistico i cui semi erano già stati gettati nei lavori precedenti. Maturità drammaturgica e registica ed equilibrio tra approccio estetico-visivo, parola e performance era il punto d’approdo che ci si aspettava da questi giovani esponenti della nuova generazione del teatro italiano: L.I. Lingua Imperii è esattamente il frutto del raggiungimento di quel punto d’approdo. Complessa è la struttura quanto ardua la tematica sviluppata. Gli Anagoor indagano, fondendo armonicamente parola, video e gesto simbolico dei performer, il rapporto tra le lingue e potere, partendo dal contesto del Caucaso durante la seconda guerra mondiale per approdare ai genocidi di oggi. La ricerca guarda alla lingua dell’impero intesa come lingua dell’esercizio del dominio coercitivo: il linguaggio imposto dal dominatore che si fa strumento di potere e violenza, che nega identità per sostituire altre più funzionali, una forza che sfocia nella caccia del suo simile e che conduce ferocemente quanto “umanamente” dentro gli orrori del Novecento. Degne di nota le interpretazioni in video si Benno Steinegger e Hannes Perkmann nei panni di due soldati nazisti, evocative ed emblematiche delle diaspore e pulizie etniche le musiche armene, profonda la ricerca sul video, accurata l’estetica delle immagini".

 

L.I. | LINGUA IMPERII
myword.it – 14.05.2012

di Renato Palazzi


Il cuore di tenebra di Anagoor
 “Lingua Imperii”, affronta con approccio raffinato e spiazzante la tragedia più profonda del ‘900, la Shoah, mescolando autori di diversa estrazione, da Eschilo a Littell, con Primo Levi sempre sullo sfondo.
Si sente il bisogno di riflettere a lungo dopo avere visto Lingua Imperii, la nuova creazione degli Anagoor presentata in una sorta di anteprima nell'insolita sede del Trento Film Festival: se ne sente il bisogno perché è uno degli spettacoli più interessanti della stagione; se ne sente il bisogno perché rivela il sorprendente percorso di maturazione compiuto in pochi mesi da un giovane gruppo dotato di enorme talento, che finora aveva però faticato un po' a trovare una propria direzione; ma se ne sente il bisogno soprattutto perché questa costruzione scenica complessa, che assembla tanti materiali, tante tecniche, tante suggestioni diverse, suggerisce più ampie osservazioni sul teatro che si fa oggi.
Dopo avere lavorato per molto tempo specialmente sui rapporti tra scena e pittura, su un astratto concetto di bellezza, sulla purezza fin troppo esasperata di un altissimo ideale estetico – che ha avuto nel recente Fortuny una dei suoi risultati più emblematici - il regista Simone Derai e i suoi compagni hanno scelto di puntare su un argomento diametralmente e vorrei dire drammaticamente opposto, ovvero quello della Shoah, e più in generale delle stragi, degli eccidi che hanno funestato tanta parte del ventesimo secolo: ma lo hanno fatto alla loro maniera, inquadrando questi fatti da un punto di vista inusitato e del tutto originale, che spiazza lo spettatore e gli consente di percepirli in una luce nuova e inattesa.
Mescolando, come è nelle consuetudini del gruppo, una quantità di autori diversi - da Eschilo a Jonathan Littell, dallo scrittore tedesco W.G. Sebald all'americano Vollman, con Primo Levi sempre sullo sfondo - l'architettura drammaturgica di Lingua imperii ruota intorno a tre grandi nuclei tematici, il rapporto tra lingue e potere, la ferocia della caccia e le strazianti testimonianze dei lager, delle fosse comuni, dei massacri: è dall'interazione tra questi livelli che si sviluppa l'orditura concettuale dello spettacolo, è dall'apparente scarto fra loro che nasce quel climax particolare, per cui anche avvenimenti storici a noi ben noti e orribilmente familiari riescono ancora a colpirci come pugni nello stomaco.
L'ossatura è formata da tre geniali dialoghi in video - tratti da Le benevole di Jonathan Littell - fra due ufficiali nazisti, nel 1942, sulle montagne del Caucaso: uno è un fedele esecutore dei dettami del regime, l'altro uno studioso di linguistica che non vuole fare del suo sapere la scienza della discriminazione razziale. Nel primo dialogo egli elenca ossessivamente le infinite lingue di quell'area, il cartvelico, lo svano, il mingrelico, osservando come Stalin abbia usato i differenti idiomi per separare i popoli ponendoli gli uni contro gli altri. Nel secondo confuta l'originaria purezza ariana del tedesco, rivendicata dal Reich. Nel terzo nega che sia possibile individuare una comunità ebraica attraverso la sua lingua.
In tutti e tre i casi si dimostra in vario modo come la lingua, che serve ad affermare o a negare le identità, possa essere trasformata in un docile strumento di oppressione: la lingua, che viene usata per delimitare territori, per individuare etnie, per marchiare gruppi umani come fossero delle specie animali. E così si passa all'altra, grande metafora, quella della caccia, ovvero dell'impercettibile passaggio dall'istinto di massacrare altri esseri viventi considerati “inferiori” alla vera e propria caccia all'uomo: e dalla somma tra queste due componenti, come in una sinistra operazione algebrica, si arriva direttamente alle camere a gas dei campi di sterminio, ai cecchini di Sarajevo, al genocidio degli Armeni.
Un eloquente esempio di questi enigmatici legami fra ambiti che parrebbero così estranei fra loro è dato dall'esperienza – citata da Sebald, e richiamata nello spettacolo – del pittore italiano Gastone Novelli: internato a Dachau, e sottoposto a torture, l'artista non appena fu liberato si rifugiò nella foresta sudamericana, dove visse lontano dalla “civiltà”, con una tribù di indigeni, compilando anche un dizionario della loro lingua, una lingua fatta unicamente di vocali, fra le quali prevalevano le varie modulazioni del suono A. Tornato a casa, riprese a dipingere, realizzando dei celebri quadri basati per lo più sull'alfabeto, con una particolare predilezione per le innumerevoli variazioni della lettera A.
Le varie tappe di questo atroce crescendo sono scandite da una serie di situazioni di una forza emotiva squassante: il livido racconto del sacrificio di Ifigenia, sgozzata come un agnello, i quindici consigli a un genitore al quale è morto un figlio, letti in tante lingue diverse, le immagini di ragazzi con serti di fiori in testa e orrende museruole sulla bocca – l’organo per esprimere concetti e sentimenti – fino alla truce leggenda di san Giuliano, patrono dei cacciatori, che dall'alba al tramonto, in preda a un folle raptus venatorio, abbatté ogni creatura che gli si parasse davanti, e alla toccante sequenza conclusiva dello splendido cervo che, sulle sue montagne, fissa indifferente e un po’ perplesso l’obiettivo.
In questo intreccio di linguistica, di selvaggio impulso alla violenza, di sconsolata pietas nei confronti delle vittime inermi e dell’angoscia dei sopravvissuti, gli Anagoor cercano altre vie di accesso per accostarsi al male della nostra epoca. L’azione scenica, in questo movimento insieme di avvicinamento e di distanziazione, non può risolversi in un andamento unitario, ma si traduce in una mera composizione di frammenti: la frammentarietà, che è una cifra di tanto teatro di questi anni, non è solo un tratto estetico, è lo specchio di una condizione dell’uomo di oggi, orfano delle sue certezze, privato della sua capacità di comprendere la molteplicità del reale.
Sul palcoscenico, attrezzato solo da un paio di microfoni e dai tre schermi su cui scorrono i raffinatissimi filmati, tutto è indiretto, allusivo. L'orrore si può solo evocare, affrontare trasversalmente. Secondo una tendenza ormai diffusa, non c'è una trama da rappresentare, non ci sono personaggi ai quali dare vita. Poiché il fine del lavoro non è di raccontare una vicenda, ma di comunicare delle idee, di trasmettere un pensiero, la linearità del testo è sostituita da un collage di brani della più varia provenienza. Nei loro spettacoli, gli Anagoor mettono sempre tanta carne al fuoco, ma qui si vede qualcosa che va oltre: potrebbe un solo testo, un solo autore aiutarci a cogliere questo sbandamento della Storia, questo abisso di sangue dentro il quale il mondo è precipitato?
Libero dalla necessità di interpretare, l'attore può spostare tutta la sua intensità nel singolo gesto, nelle singole parole: per questo l'alta temperatura emotiva di Lingua Imperii sembra concentrarsi soprattutto in alcuni passaggi all'apparenza marginali, i gesti rituali di una ragazza che indossa vesti da cacciatrice, tende l'arco, centra il bersaglio, facendo vibrare a lungo nell'aria il ronzio della freccia scoccata, o l'inquietante ricordo infantile, riferito da Sebald, di un mucchio di cerve squartate abbandonate sulla strada, davanti a una macelleria. E sono proprio questi dettagli che ci investono, che imprevedibilmente per un attimo ci dischiudono il “cuore di tenebra”, il mistero insondabile dell'animo umano".

 

L.I. | LINGUA IMPERII
rumorscena.it – 14.05.2012

di Roberto Rinaldi

Gli Anagoor ripercorrono la “caccia all’uomo” che parla altre lingue diverse da quella dell’Uomo malvagio.
“Nella loro incessante ricerca, il vitale ed eclettico gruppo degli Anagoor, si è cimentato in una nuova impresa dal titolo enigmatico: “L.I. LINGUA IMPERII violenta la forza del morso che la ammutoliva”. Una produzione presentata in occasione del 60° Trento Film Festival, incentrata su una commistione di linguaggi e codici espressivi, ricca di rimandi storicoculturali dove il tessuto drammaturgico sonda una tematica assai tragica: la “caccia all’uomo”, dove il virgolettato è d’obbligo per sottolineare come l’uomo sia capace di fare male al suo simile in condizioni di estrema disumanità. Sono vicende ambientate in una terra desolata come quella del Caucaso, luogo di confini e di molte lingue diverse tra di loro, sopravvissute ai massacri durante la Seconda guerra mondiale da parte dei nazisti. L’inizio è riservato alla mitologia con il sacrificio di Ifigenia, prologo che anticipa quanto di più orribile possa accadere tra uomini che odiano e sterminano altri loro simili. L’abilità di questa rappresentazione è quella di delineare, con la consueta cifra stilistica che contraddistingue gli Anagoor, uno sviluppo su più piani prospettici. Si intersecano come sottili fili intrecciati tra loro, ma ad una attenta visione appaiono complementari e facilmente decifrabili. Creano visioni, azioni, proiezioni di intensità emotiva tale da costringere il pensiero a rivedere scene del passato. Accadute realmente. Nascono da eventi storici brutali, scene di caccia dove il cacciatore è un uomo affamato di violenza e la preda è un altro essere umano inerme e impossibilitato a difendersi. Una caccia che ha seminato odio e sangue in tutta Europa e in Caucaso, lembo di terra lontano dalle nostre civiltà, dove vivono abitanti di montagne aspre e aride. È qui che L.I., racconta un viaggio denso di metafore e suggestioni visive /uditive – affascinanti sì- ma in grado di arrivare allo stomaco come un pugno senza preavviso. Eppure, non ci sono espedienti scenici particolari che supportino la drammaticità degli accadimenti narrati, basta la forza della parola. C’è il rapporto che analizza la lingua e il potere, l’appartenenza linguistica che determina ad un cittadino del mondo la propria identità, ne crea le differenze tra un popolo e l’altro, ma anche dentro una comunità in cui convivono idiomi diversi. La lingua è anche un’arma micidiale usata per annullare l’esistenza stessa di popoli discriminati: genocidio perpetuati in tutti gli angoli del mondo. Gli Anagoor affrontano con rigore estremo il tema e lo esplicano con didascalie visive poste in alto del palcoscenico, popolato dai performer storici della Compagnia insieme a giovani provenienti dagli esiti di laboratori di teatro: Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan, Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Eliza Oanca, Monica Toniett. Sugli schermi appaiono due ufficiali dell’esercito nazista, nella loro divisa impeccabile e dal viso squadrato, che incutono timore solo a guardarli. La perfezione del male. Ad interpretarli due bravissimi Hannes Perkmann e Benno Steinegger. Tocca a loro vestire i panni di due militari dalle posizioni ideologiche e culturali opposte e divergenti per forma mentis. I loro dialoghi creano un eco che riverbera sulla scena metafisica catalizzando l’attenzione dell’uditorio in religioso silenzio. Uno è il militare con le sue idee fanatiche di appartenere alla razza pura del popolo tedesco, la razza ariana, mentre l’altro è un uomo dedito allo studio delle lingue e difende accaloratamente le sue tesi scientifiche. Le tesi pronunciate (e filmate) derivano dal romanzo di Jonathan Littell, Le benevole (Enaudi editore) , un libro tra i più appassionanti e sconvolgenti mai scritti sugli orrori del nazismo descritti in prima persona da un ufficiale delle SS, dalla campagna di Russia allo sterminio degli ebrei. Visti dalla parte dei carnefici. Le “Benevoli” del titolo sono le Eumenidi dei Greci, ovvero le clementi custodi della giustizia dopo essere state Furie o Erinni all’inseguimento del colpevole Oreste. Lo spettacolo si nutre delle parole di Primo Levi, Grossman Vasilij, Bruno Bettlheim, Eschilo, Victor Klemperer, e molti altri, testimonianza di uno studio approfondito da parte degli Anagoor sempre attenti a guardare al passato per riproporre in chiave moderna tesi universali. Si assiste a coreografie capaci di simulare gesti apparentemente semplici, come quello di vestirsi, movenze calibrate e meditate. La normalità di un’azione quotidiana, mentre sopra di loro scorrono immagini angoscianti in cui si vedono volti innocenti e adolescenziali cinti da corone di fiori in testa e la bocca occultata da museruole metalliche che impediscono la parola e la libertà di ogni essere umano. Si assiste ad un progressivo e trascinante viaggio nei meandri più oscuri di cosa è in grado di fare un uomo. Rotto dal suono di musiche evocative e originali, in cui si intravedono echi di culture musicali come quella dell’Armenia, nazione vessata e sottoposta ad un genocidio così imponente. Solo il silenzio di un cervo ripreso nel suo habitat riconduce lo spettatore ad un ripensamento della propria esistenza. L.I. Lingua imperii violenta la forza del morso che la ammutoliva, segna una maturità artistica considerevole negli intenti portati avanti dagli Anagoor. Nella ripresa a luglio (26 e 27 luglio a Dro-Centrale Fies e il 27 al festival di Bassano) sarà interessante rivedere questa creazione per la scena contemporanea, alla quale gioverà una sintesi maggiore nell’uso prolungato delle immagini che compongono gli inserti visivi, se pur di una bellezza estetica/drammaturgica di raffinata sapienza compositiva, a tratti troppo dilatate”.

 

L.I. | LINGUA IMPERII
Il Sole24Ore – 06.05.2012

di Renato Palazzi

Le lingue, la caccia, il potere
"A chi dubita che il teatro italiano stia vivendo una fase di straordinaria vitalità creativa, a chi ancora non crede che sia in atto un decisivo ricambio generazionale – che è anche uno spostamento di prospettive, di canoni estetici – suggerirei di vedere il bellissimo Lingua imperii degli Anagoor: un esemplare concentrato delle modalità espressive che si usano oggi – nessuna trama da rappresentare, nessun personaggio da interpretare, ma una pura composizione di frammenti verbali, visivi, sonori – coniugato con una profondità di pensiero che colloca il gruppo ai vertici della nuova scena nazionale. L’aspetto più sorprendente del lavoro è dato dal fatto che gli Anagoor vengono spesso accusati di eccessivo formalismo. E in effetti nella loro ultima proposta, Fortuny, la messa a fuoco di una sorta di tormentata filosofia del bello si traduceva in un esasperata ricerca stilistica. Sono passati solo pochi mesi, ma il processo di maturazione della giovane compagnia veneta è stato davvero folgorante: in Lingua imperii, pur nel consueto, smagliante intarsio di video raffinati e intense azioni dal vivo, non c’è un’immagine che non sia significante. Di cosa tratta Lingua Imperii? Non è facile descrivere la sua complessa struttura drammaturgica. Lo spettacolo si articola intorno a tre temi principali, collegati sotterraneamente, ma in modo fin troppo trasparente: il rapporto tra lingua e potere – la lingua che assegna o nega ai popoli un’identità, la lingua come strumento discriminante – la caccia, che è da sempre strage di animali pronta a trasformarsi in caccia all’uomo, e la tragedia della Shoah e di tutti gli altri efferati stermini e genocidi che hanno funestato lo scorso secolo. La struttura portante è data da tre geniali dialoghi ricavati da Le Benevole di Jonathan Littell in cui due ufficiali nazisti, un semplice militare e uno studioso di linguistica, nel ’42, nel Caucaso, discutono da due diversi schermi se sia possibile riconoscere una etnia ebraica attraverso il suo idioma. Fra l’uno e l’altro si passa dal sacrificio di Ifigenia, sgozzata come un agnello, al racconto di W.G. Sebald del truce massacro di creature viventi d’ogni specie perpetrato nella furia venatoria dal patrono dei cacciatori, San Giuliano. La discesa del regista Simone Derai e dei suoi compagni negli abissi dell’anima si sviluppa in un crescendo impressionante: nel suo denso percorso intellettuale, ha momenti di emozione quasi insopportabile, come nella scena dei quindici consigli al genitore che ha perduto un figlio, ripetuti in varie lingue o nei lancinanti filmati di ragazzi con serti di fiori in testa e atroci museruole sul volto. Alla fine, le interminabili sequenze di un cervo in montagna indifferente e tacitamente interrogativo, fanno tornare a casa con un senso di persistente disagio".

 

L.I. | LINGUA IMPERII
franzmagazine.com – 29.04.2012

di Marco Segabinazzi

"Con una struttura cadenzata dai dialoghi tra l’SS Haupsturmfuhrer Aue e il Leutnant Voss – ambientati durante le operazioni di penetrazione dell’area caucasica da parte delle armate tedesche e tratti dal romanzo di Jonathan Littell Le BenevoleL.I. Lingua Imperii inizia dalla mitologia (rievocando il sacrificio di Ifigenia: la scena successiva, su cui si dipanano e si sovrappongono i Consigli a un genitore in lutto è forse la più toccante dell’intero spettacolo – e si trova nella prima parte, mettendo subito in chiaro quali saranno i toni), prosegue con la Storia ed evita le metafore, andando a toccare i nervi scoperti dell’Occidente riconciliato, come quando nei bellissimi monologhi, procedendo e affondando nella melma di sangue – anche questa tutt’altro che metaforica – della guerra e dei massacri, ci ricorda di Srebrenica.
E notevole è anche il lavoro svolto sulle musiche, originali e non, in particolare sulla tradizione musicale armena, di cui la giovane cantante, depositaria ideale del patrimonio culturale di un popolo offeso da un genocidio spesso ancora colpevolmente ignorato: Lingua Imperii è infatti la lingua dell’impero inteso come dominio, la lingua e l’alfabeto imposti a un popolo sottomesso, il linguaggio della violenza.
Tutto questo sullo sfondo di una regione, il Caucaso, che è stata crocevia di viaggi e commerci, scambi, ma anche, suo malgrado, epicentro della memoria di violazioni e cacce all’uomo, e che tuttavia, grazie alla sua natura di sacca protetta e alle circa cinquanta lingue che vi si parlano, ha permesso alle identità etniche che la abitano di resistere e persistere".