RECENSIONI E COMMENTI archivio cronologico
L.I. | LINGUA IMPERII
La Gazzetta di Parma – 29.01.2013
di Valeria Ottolenghi
L' emozione arriva in infiniti modi, con il canto, le immagini, i dialoghi, le scritte, i racconti, in uno spettacolo quieto, composto per frammenti, senza personaggi con cui identificarsi. Magnifico.
Così Anagoor, che ogni volta presenta spettacoli diversi, inattesi. Sempre un grande rigore in ogni cosa, nelle voci, nei movimenti, nei filmati, nelle parole che scorrono su pannelli luminosi, nel comporsi e nel disintegrarsi, lettere che evaporano: perché uno dei temi guida di «L.I.Lingua Imperii», ospitato al Teatro Comunale di Casalmaggiore nel Giorno della Memoria, è proprio la lingua dei popoli che, malgrado ogni tentativo di controllo, continua a sfuggire al dominio del potere assoluto. Perfetta la scelta del dialogo - che ritorna tre volte nello spettacolo - tra Voss, un giovane, appassionato linguista, e un ufficiale nazista che vorrebbe capire se una particolare popolazione caucasica debba essere ritenuta d’origine ebraica, e quindi sterminata, un frammento tratto dal romanzo capolavoro di Littell, «Le Benevole» (un altro grazie qui al teatro che, sottolineando il valore del ricordo, riesce anche a riproporre opere che, dopo una forte presenza, paiono svanire all’attenzione storico culturale). Il racconto dell’uccisione di Ifigenia, sacrificata dal padre per ottenere venti favorevoli e partire quindi per la guerra, nuove terre da conquistare. Letti in più lingue i consigli a un genitore in lutto, «Usa il nome del tuo bambino... piangi... abituati a rispondere alla do-manda ‘quanti figli hai?’». Tanti in scena.
Preparare corone di foglie. Spogliarsi. Corpi accatastati. Cacciare: con il significato di allontanare, mandare via - e di inseguire, uccidere. Come nella storia di San Giuliano. Ricordi di torture: esperienze vissute. In un filmato pecore al pascolo si alternano a giovani con la bocca prigioniera. Così avevano fatto con Ifigenia: per non lasciare che proferisse parola. Luoghi e popoli di rinnovati massacri: nella nostra contemporaneità. Un continuo presente di dolore. Struggente la scena finale, con un antico canto mentre un cervo resta sospeso nel chiarore della neve, muto, in attesa. Con la commozione per un incontro importante, un limpido, intenso spettacolo, il lungo applauso del pubblico.
L.I. | LINGUA IMPERII
La Provincia – 29.01.2013
di Nicola Arrigoni
“L’urlo strozzato di Ifigenia, sacrificata dal padre Agamennone, la disquisizione fra un gerarca nazista e un linguista in divisa da Ss sulle lingue e la scientificità delle razze in area caucasica tratto da Le benevole di Jonathan Littel, la furia venatoria di San Giuliano, patrono dei cacciatori rappresentano i tre blocchi drammaturgici di L. I. Lingua Imperi di Anagoor, visto domenica sera al Comunale. I ragazzi di Anagoor: Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan, Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Eliza Oanca, Monica Tonietto, diretti da Simone Derai, costruiscono una messinscena che va in cerca dello stretto legame fra lingua e potere, fra idioma e dominazione dei popoli, lo fanno con una stringete argomentazione che si riversa sulla scena in una ‘rappresentazione anti-teatrale’, in una sorta di dimostrazione agita di pensiero possibile sul potere, sulla violenza con cui l’uomo deve convivere, una violenza che scoppia virulenta, che contagia le parole e il corpo e interroga le coscienze. Allora in scena accade che le parole diventino immagini, azioni, accade che la definizione di stranieri offerta dai greci con oi barbaroi, ovvero coloro che balbettano, o il modo con cui i russi definiscono i tedeschi: ‘muti’ trovino riscontro nelle bocche cucite di giovani che compaiono su un grande video, intervallati dal passaggio di pecore: due modi di significare il silenzio delle vittime delle guerre, un modo per dire del silenzio assordante dei sacrifici compiuti in nome dei confini posti non dalla razza o dall’appartenenza, ma dalla lingua e dalla necessità di segnare un’origine, un’autenticità di un popolo, piuttosto che di una nazione. Ecco che i corpi adolescenti degli attori/performer di Anagoor sono corpi ammassati, ecco che la freccia scoccata sul bersaglio è segno di un cacciare che è anche un essere cacciati e che si compie nello sguardo interrogante di un cervo che interroga e ci interroga. L. I. Lingua Imperi è un lavoro che inquieta per la sua secchezza e per la freddezza e per quei corpi e volti di ragazzi poco più che adolescenti che dicono di una fragilità che angoscia e si pone come voce muta delle vittime che interroga il nostro presente”.
PER UN TEATRO POLITICO?
doppiozero.com 20.12.12
Di Roberta Ferraresi
Il nostro patrimonio culturale
[...] A scorrere il lavoro di Anagoor, si potrebbe pensare che la compagnia lavori sui grandi capitoli della storia dell’arte: prima Giorgione, con quel Tempesta che ha confermato la compagnia all’attenzione della scena nazionale; poi l’eclettico Mariano Fortuny, ora la pittrice barocca Artemisia Gentileschi. È vero forse che l’arte visiva – insieme a molto altro – va a costituire uno degli interessi cardine del gruppo; ma è guardando Lingua Imperii, un lavoro sulla violenza e sul potere del linguaggio, che si può contestualizzare questa direzione al di fuori di una passione personale e osservare il lavoro della compagnia alla luce di un’operazione strettamente politica.
Qui, il focus – come in effetti, anche negli altri lavori – è sulla trasmissione del sapere, dunque sulla memoria e sulla storia: la violenza dell’uomo sull’uomo si dischiude in una scena scarnificata che dal sacrificio di Ifigenia conduce fino alla Shoah e oltre. La ripetizione, in scena, di alcune forme e situazioni che appartengono all’immaginario e alla storia collettiva ne consente una riattivazione pubblica. Rivelatorio, in questo senso, è il lungo percorso di Fortuny: in un passaggio in cui i crolli di Pompei facevano parlare tutto il mondo dell’incuria nostrana, Anagoor si soffermava sulla necessità di un recupero di quelle forme, immagini, vicende. Siano esse parte della cultura visiva, della grande storia o del microcosmo dell’intimità umana [...].
L.I. | LINGUA IMPERII
Hystrio - 4/2012
Di Laura Bevione
È uno spettacolo denso e complesso quest'ultimo di Anagoor: molti i simboli, le ascendenze letterarie e i linguaggi adottati. Una complessità ricercata e sostenuta con coerenza ed efficacia, a testimoniare della maturità artistica raggiunta dalla giovane compagnia di Castelfranco Veneto.
Il filo conduttore è il tema della caccia: quando si uccidono gli animali, non si dovrebbe provare rimorso e, così, fin dall'antichità le più efferate stragi di uomini sono state condotte degradando a livello bestiale il popolo che si stava sterminando e privandolo, in prima istanza, della parola. Un tema sviluppato attraverso almeno quattro diversi media espressivi, corrispondenti ad altrettanti discorsi, distinti ma fra loro intrecciati: video, parola, gesto, musica.
Su due schermi, posti in alto ai lati del palcoscenico, compaiono i volti di due soldati tedeschi, di stanza in Caucaso, nel 1942. In tre distinti momenti, il luogotenente Voss - un convincente Benna Steinegger - discute con un alto ufficiale della complessità etnica e linguistica della regione, fino a mettere furiosamente in discussione le teorie pseudoscientifìche su cui il nazismo fondava la propria ferale politica razziale.
Marco Menegoni, al microfono, racconta, chiosa, insinua stimoli al pensiero: l'assassinio di Ifigenia, bambina tramutata in agnello sacrificale, uccisa per poter compiere un'altra strage; il campo di tortura di Breendonk; gli olocausti perpetrati nelle foreste d'Europa.
Sacrificio, manipolazione dell'altro, caccia: sono i motivi visualìzzati dagli interpreti, che costruiscono in scena vivi dipinti ovvero agiscono situazioni violentemente evocative. Come spietati, paradossalmente quanto più formalmente armoniosi e poetici, sono i ritratti - proiettati su uno schermo al centro della scena - di giovani cui è stato interdetto l'uso della parola.
E poi. c'è la musica, eseguita a cappella. rigorosamente dal vivo. E un invito, accorato. che percorre e informa tutto lo spettacolo: bisogna stare con i morti, spostare l'attenzione dai carnefici alle prede e, infine, restituire loro la parola.
TEMPESTA
pascalinevallee.wordpress.com - 28.10.2012
by Pascaline Vallee
Chronique d’une tempête annoncée
Comme avant une tempête, l’atmosphère ce soir-là est lourde et venteuse à la fois. « Vous ne pouvez pas passer. » Un vigile m’interdit la traversée de la nef du 104. Motif : le concert d’EZ3kiel, qui débute dans deux heures. Un détour plus tard, me voici de l’autre côté de la zone à risque.
Dans une salle de spectacle ordinaire, une pièce pas comme les autres. Tempesta, de la compagnie italienne Anagoor, tient plus de l’installation que de l’objet théâtral. Pendant 45 minutes, pas un mot, mais des images et une musique étirée qui installent une atmosphère particulière. Sur la scène, deux écrans et un cube semi-opaque plus grand qu’un homme. Inspirée par un tableau de l’artiste de la Renaissance, Giorgione, Tempesta défie toute temporalité.
La scène commence dans un nuage de fumée artificielle. Un homme à capuche apparaît, à la fois dans le cube et sur les deux écrans. Dès qu’il recule, il disparaît dans la fumée, tel une apparition. Plus tard, sa trajectoire croisera celle d’une femme, nue sur un canapé. Les scènes qui se succèdent sont à la fois mystiques et simples. Devant cet homme et cette femme aux gestes lents et enveloppés, on se prend à se mettre à la place d’un peintre, ému par une image, un détail, un souvenir.
Le vent rend fou. Par moments, la musique attend un niveau et une stridence insupportables.
La tempête gronde, crépite, autour de ce chevalier moderne et de cette femme. On pense au metteur en scène et perfomeur Jan Fabre et à ses armures fragiles. Dans le noir soudain tombé, les écrans deviennent deux fenêtres de sous-marins. Les deux corps sont de l’autre côté, mis à distance. Magnifiés.
Après une fin en lumière blanche, on se dirige vers l’autre tempête de la soirée, celle d’EZ3kiel. Le groupe revisite son répertoire avec quinze musiciens. Tempête sous un câble. La conjugaison d’images et de plages sonores envoûte. Sur scène, les ordinateurs côtoient les instruments à corde et à vent. Sans trop de surprise, mais avec un plaisir toujours renouvelé, le groupe joue ses succès, de « Léopoldine » à « The Montagues and the Capulets ». La pluie n’existe plus.
TEMPESTA
веб-журнал Европейская Афиша | www.afficha.info - N°10 18/10/2012
by Екатерина Богопольская
Время визуальных исскуств
[...] Совсем в другом направлении работает итальянский театр Anagoor. На фестивале «Temps d'images» Anagoor показывает «Бурю» (Tempesta) - светозвуковую инсталляцию с участием перформеров. Анны и Пьерантонио Браганьоло, по мотивам произведений Джорджоне: название спектакля отсылает к самой знаменитой картине венецианского мэтра, «Буря». Театральная компания Anagoor обосновалась в родном городе Джорджоне, Кастельфранко, недалеко от Венеции, чем и объясняется обращение к творчеству живописца.
На сцене - два неболъших вертикальных экрана и большая коробка с прозрачными стенами, над которой поднимается дым, потом в воздухе чувствуется сера, слышны разряды молний, которые также появляются на экранах. из коробки выходит юноша в
трикотажном свитере с капюшоном рэпера. В сюите замедленных движений, причем каждое из них отражается на видеоэкранах, он переодевается, и когда появляется короткая красная куртка на голом торсе, облегающие чулки-штаны и высокий посох - словно оживает персонаж с картины «Буря». Тогда как внутри коробки обнаженная актриса принимает позу «Венеры спящей». Юноша-перформер повторяет и как бы расширяет образы, проецируемые на экране, идущие под аккомпанемент ренессансной музыки, или под гул ветров и крики воронья. Новое переодевание - появляется рыцарь, что-то вроде картины «Мужчина В доспехах». В финале, уже на видеоэкране Анна Браганьоло застывает в позе «IOдифи». Между визуальными образами на экранах и живым присутствием актеров на сцене завязывается своеобразная игра, перформер одновременно там, внутри видео, где образ дается фрагментарноо (каждый жест, каждая деталь предстает многократно увеличенной), и здесь, на сцене, где мы видим образ в целом.
Театр «оживающей живописи итальянцев» (режиссер спектакля Симона Дерай) - редкий образец чисто эстетических поисков в мультимедийном мире, где в моде скорее анти-красота.
L.I. | LINGUA IMPERII
Traiettorie nr. 6 | www.traiettorie.org – 18.10.2012
“L.I. Lingua Imperi”, spettacolo di contenuto e di forte impatto drammatico, è andato in scena alla Centrale Fies- Festival il 26 e il 27 luglio 2012. Produzione di Anagoor, e parte del progetto Fies Factory, lo spettacolo ha da subito il sapore del documento/testimonianza, realizzato ad altissimo livello tecnico e apprezzabile per l'originalità delle idee, l'attenzione e la cura della messa in scena. Viene introdotto dal filmato del dialogo tra due comandanti tedeschi, due primi piani in schermi indipendenti. Siamo nel 1942 e si pone il problema della scelta, tra le numerose popolazioni russe, diverse tra loro per costumi, territorio e linguaggio, di quali eliminare secondo le leggi razziali fasciste. Le posizioni dei due tedeschi sull'argomento sono diverse. Uno, appassionato ricercatore delle somiglianze e delle differenze tra i linguaggi, nega la scientificità di un'esistenza di “razza”, rivendicando che ciò che i tedeschi attribuiscono alla genetica in realtà è frutto di fattori ambientali:lingua, territorio, usi e costumi; l'altro, pressato dalle richieste dei gerarchi fascisti, vorrebbe avere nomi e certezze. L'emblematica conversazione, che nel corso dello spettacolo viene ripresa fino ad arrivare ad uno scontro dialettico, introduce implicitamente al valore dell'autodeterminazione dei popoli e al valore delle differenze. Esplicitamente ne denuncia il massacro perpetrato dalla tirannia. Lo sguardo si sposta ad altre vicende storiche, altri massacri più lontani nel tempo e più recenti, a raccontare il dolore muto delle madri e delle figlie, un dolore violento interiore ed inespresso. Lo spettacolo, curato nel dettaglio per l'ottima regia di Simone Derai, che firma anche la drammaturgia con Patrizia Vercesi, è il risultato di un'approfondita preparazione di tutti gli attori, che hanno curato anche la parte musicale, interpretativa, vocale e corporea: Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan, Marco Menegoni, Gatyanee Movisisyan, Eliza Oanca, Monica Tonietto ,e ha saputo raggiungere il pubblico con intensità emotiva. Vale la pena citare la traduzione e consulenza linguistica di Filippo Tassetto, le voci fuori campo di Silvija Stipanov, Marta Cerovecki, Gayanee Movsisyan, Yasha Young, Laurence Heintz, i costumi di Serena Bussolaro, i video di Moreno Callegari, Simone Derai e Marco Menegoni. Ne è risultato un lavoro che ha avuto l'altissimo pregio non solo di celebrare la memoria, di tenere in considerazione la storia e i suoi insegnamenti, in un clima contemporaneo in cui solo il presente e l'immediatezza sembrano avere valore, ma anche di denunciare il clima di indifferenza collettiva rispetto alla barbarie sui popoli, a prescindere dalla conoscenza dei fatti, che abbraccia quanti, pur sapendo, non prendono posizione e rimangono a guardare perché non direttamente coinvolti.
Con la virtù come guida e la fortuna per compagna
teatroecritica.net - 21.09.2012
di Simone Nebbia
L’intonaco ai muri è sgranato, ma la struttura regge ancora bene. Questo pensiero attraversa l’ingresso nell’Ex-Deposito ATR di Forlì dove per il secondo anno consecutivo l’arte performativa incontra locali dismessi dalla contemporaneità, perché sia proprio l’arte a renderli di nuovo contemporanei. Ipercorpo nasce così, con l’obiettivo di far parlare ancora quel che sembra muto. E proprio il suono, allora, schiude il capannone dei pullman all’ascolto collettivo, in questo festival che di lavoro vuole parlare, firmandosi Articolo 1. Anagoor presenta Con la virtù come guida e la fortuna per compagna, uno degli studi che hanno portato all’ultimo Fortuny; due voci intersecano le loro melodie evocative, due donne con in mano uno spartito seguono il movimento dei corpi in scena costruendo loro un tessuto avvolgente, usando la propria variazione vocale come strumento. Fuocofatuo (Mirto Baliani e Marco Parollo) con Suite A porta in scena Una collezione organizzata di oggetti, prima tappa di un concerto scenico senza musicisti, la cui melodia nasce dall’amplificazione roboante di strumenti che producono suono tramite l’energia emessa dal calore.
Se Anagoor – e quindi un teatro che si articola attraverso una modulazione corporea – sceglie la musica a far da contraltare a un’azione scenica, lasciando cioè che il sonoro si sviluppi entro un nucleo concettuale assorbito da uno spazio concreto o che almeno sia il bozzolo cellulare a fargli da abito, Fuocofatuo percorre la strada dell’azione che non nasce nella o con la musica ma è la musica stessa: l’argento dei potentissimi microfoni si china verso gli strumenti (bollitori, pentole, utensili da cucina) muti senza gli elementi naturali fuoco e acqua che, interagendo l’uno con l’altra, compiono lo sforzo energetico di produrre suono. E dunque per noi percezione, arte, maturazione civile. La tecnica interviene dunque sull’elemento naturale, ma senza l’azione dell’uomo, che in scena appronta ogni cosa, non si produrrebbe nulla, dunque nessuna arte da percepire, nessuna maturazione da accogliere. L’uomo officiante si fa portatore di energia che innesca una trasformazione. In un deposito di vecchi pullman che non camminano più, torna l’arte e dal silenzio al suono puro, fa parlare di lavoro.
Con la virtù come guida e la fortuna per compagna
iltamburofikattrin.com – 21.09.2012
di Carlotta Tringali
[…] Ma l’affastellarsi di quadri procede nell’arco della serata soprattutto con i due spettacoli di Fuocofatuo e Anagoor. […] una delle apparizioni che più rimane fissa nella memoria è quella regalataci dalla figura imponente di Anna Bragagnolo che, nella performance di Anagoor Con la virtù come guida e la fortuna per compagna, incarna una statua vivente, un’icona interamente dorata che rapisce lo sguardo emergendo da un’ambientazione oscura e fumosa.
MAGNIFICAT
Gazzetta di Parma – 19.09.2012
di Valeria Ottolenghi
«Magnificat»: i versi di Alda Merini con echi profondi dalle molte gradazioni. Con due presenze di straordinaria intensità, capaci di produrre, con forza e delicatezza insieme, un vero incanto all’ascolto: due voci emminili - di canto e di recitazione - che hanno saputo creare una magica atmosfera d’attenzione e coinvolgimento nel Santuario della Natività della Vergine di Caruberto (Cremona), uno spazio raccolto, folto di pubblico, da poco restaurato, molti gli affreschi intorno con l’immagine di Maria. Emanuela Guizzon ha ammaliato gli spettatori con la sua limpida voce, riempiendo dolcemente l’aria di un emozionante canto gregoriano, Paola Dallan ha interpretato magnificamente i versi di Alda Merini dedicati proprio a Maria, alla sua maternità. Si erano già visti alcuni spettacoli di Anagoor, visionari, magnetici, colti, ogni volta diversi uno dall’altro, una poetica legata al bisogno di ricercare, di immaginare soluzioni adeguate alle più varie, complesse intuizioni creative. Sempre una sorpresa - e di grande fascino. Tra le fonti ’ispirazione anche Giorgione, ripensato teatralmente in forme enigmatiche («Tempesta»), così come storico- ironico-narrative («Rivelazione »): ora questa compagnia di Catselfranco Veneto ha debuttato, nell’ambito di Opera Galleggiante Festival, con questo prezioso «Magnificat». Pochi i gesti di Paola Dallan che ha modulato in infinite sfumature, alorizzandoli, rendendoli ancora più densi e palpitanti, i versi della Merini, una recitazione accompagnata a tratti dalla musica, un limpido scorrere con memoria fluente, mentre le luci e i microfoni andavano variando, per voci e ombre, tonalità, venature, stati d’animo. Pagine come ali, l’adolescenza e quell’i d’acqua, l’incontro che resta sospeso, «uno che dice un mistero/ e lo divulga a tutti». Maria: eternamente giovane, eternamente madre. A tratti la recitazione pare farsi più racconto, ritornando quindi evocativa, immagini ed emozioni intrecciate. L’io della Merini e Maria figura esterna paiono quasi rispecchiarsi, lei anche incerta, tremante, con il timore di perdere Giuseppe, la sua vicinanza. Maria, «la sola radice del mondo» e strazio assoluto per quel suo figlio che vogliono portarle via: «egli non ama le lacrime,/ e pur conoscendo il dolore/ non ne ha mai parlato . Qualche istante di silenzio, come una scia d’ascolto interiore: quindi il lungo applauso per Emanuela Guizzon e Paola Dallan.
L.I. | LINGUA IMPERII
doppiozero.com – 05.09.2012
di Roberta Ferraresi
Dove si può incontrare la ricerca iconografica di Anagoor con il nuovo lavoro di Babilonia Teatri, un Pinocchio allestito con tre performer affetti da esiti di coma? Cos’ha in comune il lavoro sul tempo dei fiorentini inQuanto teatro con il plurilinguismo di Fagarazzi & Zuffellato o con la nuova eroina di Marta Cuscunà, una ragazza del ‘500 che, obbligata a passare la propria esistenza in convento, organizza una rivoluzione femminista ante litteram?
Sono alcuni degli spettacoli in programma a B.Motion 2012, segmento dedicato al contemporaneo di OperaEstate Festival Veneto di Bassano del Grappa. “Reality Shop”, il claim di quest’anno, può diventare un’occasione per rintracciare gli esiti attuali di alcuni dei percorsi artistici che qui si danno appuntamento ma anche per fare i conti con i risvolti del lavoro di una direzione artistica che stanno emergendo come determinanti. Quello che si è incontrato in questi giorni a B.Motion è un teatro che già si era distinto per un approccio mirato sulla propria società e il proprio tempo, dal celebre ritratto del nostro Paese di made in italy dei Babilonia al j’accuse nei confronti dell’incuria che segna il nostro patrimonio culturale in Fortuny di Anagoor, tanto per fare gli esempi più celebri. Le diverse stagioni del versante politico della scena italiana avevano segnato, ognuna a proprio modo, una posizione di resistenza e differenza, dal boom del coinvolgimento e della partecipazione degli anni ‘60 e ‘70, all’intimismo della Postavanguardia e della cosiddetta Terza Ondata, che potrebbero, col senno di poi della chiusura dell’epoca postmoderna, essere letti comeun tentativo di recupero della dimensione individuale. Prima la società, poi la persona. Ma gli anni passano e, in tempi di crisi come questi in cui le utopie sfioriscono facilmente, dopo un momento di relativa stagnazione dell’approccio politico – qualcuno ha parlato addirittura di “rimozione” o di “azzeramento” – sembra che qualcosa si muova lungo questi orizzonti.
Basti pensare a quello che fa Anagoor, ancora più dichiaratamente rispetto ai lavori precedenti, con L.I. Lingua Imperi, in cui si ricompongono i due filoni (immaginifico e narrativo, enigmatico e dimostrativo) attraverso cui si era articolato in tempi recenti il lavoro della compagnia. Anagoor ripercorre la storia del potere della lingua nel mondo occidentale: si parte dalla smania nazionalsocialista per incontrare il mutismo obbligato di Ifigenia, ritrovare quel silenzio in altre prede e riconoscere genocidi, guerre, cacce. Ognuno di questi contesti pertiene a un dispositivo linguistico specifico (iconografia, epica, canto, e così via), ma il senso del lavoro – l’esercizio di potere dell’uomo sull’uomo – ritorna e riverbera nelle sovrapposizioni fra le diverse linee drammaturgiche, in un crescendo di senso e coinvolgimento che riesce a tracciare traiettorie nette fra i diversi elementi e, spesso, a ricomporre i frammenti delle diverse storie e fonti in gioco [...].
L.I. | LINGUA IMPERII
cultureteatrali.org – 05.09.2012
di Silvia Mei
Reality Shop intitola il cartellone di B.motion/Teatro, branca del festival stagionale Operaestate 2012 a Bassano del Grappa, apertosi lo scorso 28 giugno e giunto alla sua trentaduesima edizione. Una settimana, quella conclusiva, dedicata essenzialmente al teatro italiano contemporaneo, con una forte presenza della scena regionale ma di respiro nazionale – come Anagoor, Fatebene Sorelle/Patricia Zanco, Babilonia Teatri, Tam/Alessandro Martinello, Fagarazzi&Zuffellato.
Segnali di una scena sventagliata, senza comuni denominatori, se non l’imperativo di smagliare le forme, opacizzare le convenzioni, reinventare la realtà, quando non reificarla, fino a ridurla a mero indizio.
Ad aprire la teoria dei dodici eventi programmati sono i geni locali Anagoor di Castelfranco Veneto, con un lavoro in coprododuzione con Operaestate e Centrale Fies di Dro, debuttato in aprile nell’ambito del Trento Film Festival: L.I. Lingua Imperii, un saggio (nel senso letterario del termine) in forma scenica montato nella modalità della conferenza-spettacolo, denso di immagini, riferimenti, citazioni che affondano nell’humus accademico e (neo)classicista della compagnia esibito senza svolazzi o protervia.
Un coro di nove presenze (che rammemora passaggi di Ellis Island di Meredith Monk), sotto la voce narrante del loro corifeo (Marco Menegoni), si alterna in canti e partiture vocali (quelli originali di Paola Dallan, tra cui una sonorizzazione "gregoriana" sui versi delle Coefore di Eschilo, e alcuni canti tradizionali armeni nella voce di Gayanée Movsisyan); compone figurazioni evocanti i lividi corpi ammassati dei lager; simula il morboso rapporto vittima-carnefice; si orna di lauri e corolle d’abete, che richiamano i tralci decorativi sui tagli di carni; oppure posa in ritratti – proiettati in un intarsio video – inghirlandati alla Julia Cameron ma sfigurati da briglie, museruole, lacci e catene, strumenti di torture, non inopportunamente “sado”, e costrizioni da dressage equino (secondo un’iconografia in stile Salpétrière).
Rispetto al precedente Fortuny, da molti ingiustamente additato come un’operazione sussiegosa infarcita di accademismi sterili e di estetismi dannunziani, Lingua Imperii modula differenti registri e linguaggi, mai ingenuamente parattatici, utilizzando il dispositivo fisso (alla Copeau) degli ormai classici display, disposti a trittico, con pannello centrale gigante e alucce laterali in miniatura, a mo’ di portaritratti: ora porte su un altrove, finestre su un esterno, ora tableaux vivants, rassomiglianti non così improbabilmente ai tablet moderni, Tavole delle leggi o anche tavolette minoico-micenee, recanti la forma arcaica del greco antico.
L’azione ideale parte non a caso dalla cosiddetta Montagna delle lingue, nel Caucaso, dove un crogiolo di culture, popoli, lingue si è innestato, meticciato, confuso: una babele per i linguisti, costretti a sospendere qualsivoglia teoria monogenetica. Da qui si dipana appunto l’erudito dialogo tra due graduati nazisti di stanza in Crimea nel 1942, tratto da Le Benevole di Jonathan Littell (Hannes Perkmann per Maximilien Aue, rigido nazionalsocialista, Benno Steinegger è invece l’appassionato e umano linguista Leutnant Voss), che scandisce i passaggi topici del lavoro. Un percorso in tre tempi sul tema iconografico-letterario della caccia, intesa anche come sacrificio – caccia all’uomo, al barbaro, all’ebreo: si parla dello spietato sgozzamento di Ifigenia, che battezza col sangue il massacro troiano; delle torture subite da Jean Améry a Breendonk e del ritiro di Gastone Novelli dopo Dachau nel folto della selva amazzonica, dove disegna ossessivamente atomi alfabetici; della leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere (nella versione di W.G. Sebald), cacciatore affetto da disturbi ossessivo-compulsivi nei confronti di indifese prese.
Annette Wiewiorka nel suo discusso compendio L’era del testimone riproponeva l’espressione con cui gli ebrei indicavano la Shoah, ovvero hurbn, distruzione. Uno sterminio che non voleva banalmente colpire un culto, annientare un popolo, ma prima di tutto sabbiare la sua lingua, l’yiddish. Elie Wiesel, transfuga in America scrive la prima stesura di La notte in yddish e durante il processo Heichmann in Palestina l’accusa lavorò selezionando i testimoni e le loro lingue, anche e soprattutto l’yiddish.
L.I. Lingua Imperii tuttavia non è di minoranze linguistiche che vuole parlare, benché venga più volte rimestato il problema della triade popolo-territorio-lingua. Tantomeno si tratta un lavoro sulla Memoria o più in generale sulla memoria. É piuttosto un erudito percorso critico che la riattiva, ponendola a cornice di un discorso tutt’altro che celebrativo e che rifugge i luoghi comuni. Recuperando le atrocità della guerra nella ex Jugoslavia, le rivendicazioni cecene e la questione armena (in filigrana, coi canti che contrappuntano narrazione e video), Anagoor (la regia è di Simone Derai, la drammaturgia a quattro mani con Patrizia Vercesi) ci ricorda quanto ancora molte storie di violenze, di razzismo, di discriminazione debbano essere raccontate, studiate, scritte. E possibilmente tradotte in tutte le lingue possibili, contro ogni pericoloso mito dell’originario e della purezza, costruzioni fantastiche che incentivano soltanto cosmogonie xenofobe.
L.I. | LINGUA IMPERII
iltamburodikattrin.com - 29/08/2012
di Giulia Tirelli
Dopo la maratona di B.Motion Danza, che ha visto protagonisti i coreografi selezionati dal network internazionale Aerowaves per il festival Spring Forward, a Bassano del Grappa si apre la settimana del teatro. A inaugurarla è l’ultimo lavoro di Anagoor, formazione di casa che si è andata imponendo nel panorama internazionale per la qualità della sua ricerca estetica e il suo sguardo capace di penetrare in profondità la superficie del mondo.
L.I. Lingua imperii è un’opera complessa, che si muove su piani e livelli molto differenti tra loro, senza però limitarsi ad accennarli, piuttosto scavando sino a trovare quei nodi essenziali che conferiscono alla rappresentazione una struttura solida e coerente. Se infatti punto di partenza del discorso di Simone Derai e compagni è la lingua come strumento di controllo e di potere, lo spettacolo sembra vertere su temi che travalicano la linguistica per calarsi nel substrato dell’animo umano, sviscerandolo sino a raggiungere una questione che ha interessato filosofi, scrittori, registi e artisti di ogni tempo e luogo: la crudeltà, o meglio la violenza degli uomini su altri esseri umani. Il linguaggio diviene un filo d’Arianna per condurre lo spettatore in un labirinto ignoto, tutto interiore, sino a giungerne al centro, nel luogo più nascosto: video, corpi, musica e testo indicano direzioni e orientamenti per muoversi negli angoli oscuri che si dischiudono con il procedere della rappresentazione, in un tessuto che riporta l’essere umano alla sua natura animale, in un processo di purificazione da una razionalità opprimente.
L.I. | LINGUA IMPERII
Il Giornale di Vicenza – 29.08.2012
di Lorenzo Parolin
Identità e follie dittatoriali Con “Lingua Imperii” Anagoor sigla il capolavoro
B. MOTION/1. La compagnia di Castelfranco porta a OperaEstate un lavoro superlativo
Il rapporto tra lingua, potere e identità è il filo conduttore della produzione articolata con coraggio e originalità. Lacrime e applausi
BASSANO Da promettenti e studiosi ad adulti. Con "Lingua Imperii", lunedì al teatro Remondini di Bassano, gli "Anagoor" hanno messo una bella pietra miliare sulla strada della maturità e la parola capolavoro può essere usata senza timore. Se dopo tre giorni vissuti in inglese col festival "Aerowaves" si poteva temere un ritorno alla provincia, il cartellone di Bmotion teatro ha allontanato i dubbi, calando un asso pescato appena fuori casa, a Castelfranco. Il tema dello spettacolo è il rapporto tra lingua, potere e identità e la compagnia castellana lo articola con coraggio e originalità. Il filo conduttore è una riduzione cinematografica (anche questa a firma Anagoor) di "Le Benevole" di Jonathan Littell . La scena vede un ufficiale delle SS, il capitano Aue (l'attore bolzanino Hannes Perkmann) discutere con il sottotenente della Wehrmacht, Voss (l'altro bolzanino Benno Steinegger). Entrambi sono finiti al fronte durante la battaglia del Caucaso e scoprono una realtà diversa da quanto attendevano. Detto che concretamente un incontro così amichevole - le SS vivevano isolate dalla struttura militare "normale"- sarebbe stato estremamente improbabile, contano i simboli, non gli aspetti descrittivi. Di conseguenza il sottotenente Voss, uno studioso di linguistica prestato alle armi, di fronte alla concentrazione di popoli che abitano le vallate del Caucaso e alle aberrazioni linguistico-politiche che accomunano Stalin e Hitler inizia ad aprire gli occhi sulle aberrazioni dei totalitarismi. Si arriva anche a sorridere, durante "Lingua Imperii", in particolare sul termine "Bergjuden". La parola indica gli "Ebrei di montagna" incrociati sul fronte sud orientale: comunità che praticavano l'ebraismo, vivevano come tutti gli altri popoli del Caucaso e arrivavano, però, dall'Iran. Insomma, degli ariani-giudei, un nonsenso demenziale per il nazismo. Sul palco si alternano le emozioni e lo spettacolo procede intrecciando video, recitazione e musiche originali di Paola Dallan. Tra riferimenti al mondo classico (il mito di Ifigenia), a Shakespeare e ai genocidi perpetrati in Europa la serata è densa ma non cede all'erudizione. Tutte le digressioni, in altre parole, sono "colte", cioè congruenti a ciò che devono comunicare. E dopo le calligrafie di "Tempesta" o "Fortuny", si percepisce una sterzata decisa verso l'essenzialità. Un lavoro asciutto che va diritto al centro delle questioni e al cuore degli spettatori, i quali, tra battimani e qualche lacrima, hanno premiato meritatamente i giovani attori castellani. Tra l'altro, nel gioco di rimandi che ha legato le scene c'è stato anche un riferimento esplicito al concetto di "Volk" (popolo-identità) che guarda caso ha caratterizzato anche l'antipasto a Bmotion, il 23, con Alessandro Sciarroni e i Tearna Schuichplattla. "Lingua Imperii", nella sostanza, è un lavoro di eccellenza nel quale gli attori saliti sul palco (Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan,Marco Menegoni, Eliza Oanca, Monica Tonietto e la brava cantante di origini armene Gayanée Movsisyan) e il regista Simone Derai hanno raccolto i frutti di uno studio condotto in profondità.Finisce qui? No, perché gli Anagoor, che collaborano da anni con il liceo Giorgione di Castelfranco, hanno portato in scena o in regia anche quattro studenti ginnasiali o poco più. Anche questo è un segnale nell'Italia che soffre di vecchiaia. Bravi. Bravissimi.
L.I. | LINGUA IMPERII
La Repubblica – 05.08.2012
di Anna Bandettini
"[...] Dopo una serie di operazioni intrise di accademismo, per i veneti Anagoor sembra aprirsi una nuova stagione di maturità. L. I. Lingua imperii visto a Fies è un lavoro di notevole rigore, anche nei riferimenti letterari—Euripide, Jonathan Littell, Sebald, Vollman, Primo Levi — che parla di potere e di lingua, di ferocia e sopravvivenza. Si va dal dialogo filmato su doppio schermo di due ufficiali della Wehrmacht, sull’uso dei diversi idiomi etnici a scopi politici, all’esperienza del pittore Gastone Novelli, che, uscito da Dachau, fuggì in una tribù sudamericana a catalogare la lingua indigena, dal sacrificio di Ifigenia ai lager. È uno spettacolo che contiene momenti strazianti (i quindici consigli al genitore in lutto, lo squarcio sui lager…) e nessuna facile consolazione".
L.I. | LINGUA IMPERII
scatolaemozionale.blogspot.com - 03.08.2012
di Cristina Zanotto
Anagoor con L.I. Lingua Imperii | violenta la forza del morso che la ammutoliva
“Il nuovolavoro della compagnia veneta spazia una quantità di autori diversi – con Primo Levi sempre presente, si è passati da Eschilo a Jonathan Littell, dallo scrittore tedesco W.G. Sebald all'americano Vollman - lo spettacolo mette in scena le ferocie dello Shoan in particolar modo concentrandosi sul rapporto delle lingue e il potere, le testimonianze dei lager e la crudele realtà della caccia.
La lingua domina su tutto e viene dimostrato come possa essere in grado di affermare o negare unidentità, una etnia, un territorio, una razza…
Gli Anagoor colpiscono sempre e comunque, questa volta lo fanno utilizzando una tematica forte a cui non riusciamo, ne dobbiamo rimanere indifferenti; sempre con la cura che solo loro hanno negli allestimenti e nel dettaglio, appena entrati in sala ci sembra di essere di fronte ad un quadro. Tutto è perfettamente equilibrato, delicato, composto, niente è lasciato al caso. E’ da questo quadro che nove attori portano in vita i racconti più strazianti, attraverso movimenti, gesti e con un uso della voce che fa rabbrividire e che a tratti si unisce e si nasconde al sibilo del vento, un vento che spazza via ma che lascia indelebili tracce dentro di noi.
Lingua Imperii è:
“Storie di cacce innominabili. Non metafore, ma fenomeni storici concreti, antiche odiose abitudini secondo le quali, nelle forme della caccia, alcuni uomini si sono fatti predatori di altri uomini e, ancora nel XX secolo, hanno intriso il suolo d’Europa del sangue di milioni di persone: tanto il suo cuore civile, quanto le sue vaste foreste, fino ai suoi estremi confini montuosi. Lamentatori che non vogliono più essere stati cacciatori e che, di fronte al riemerso ricordo delle vittime, lamentano il peso della colpa della caccia cruenta. Il Caucaso, limite estremo dell’Europa, confine geografico naturale, montagna delle lingue e intreccio fittissimo di popoli, labirinto che traccia e insieme confonde i confini, i limiti, le distinzioni, e si erge massiccio come epicentro della memoria e luogo mitico di questo giudizio.”
L.I. | LINGUA IMPERII
Il Gazzettino – 29.07.2012
di Paolo Crespi
Anagoor, la "lingua imperii" che racconta l'indicibile.
"Caucaso, primavera-autunno1942. Ai piedi della “montagna delle lingue”, cinquanta e più idiomi che resistono in un crocevia etnico-culturale impermeabile a qualsiasi tentativo di normalizzazione da parte del dominus di turno, due ufficiali dell’esercito nazista, un semplice militare e un fine linguista prestato alle insegne del Terzo Reich, discettano di razze, dell’infondata probabilità di isolare “scientificamente” i ceppi di ascendenza ebraica da colpire e avviare velocemente allo sterminio. I loro dialoghi registrati, tratti da “Le Benevole” di Jonathan Littell e offerti al pubblico in una sorta di campo- controcampo giustapposto su due schermi separati ai lati del palco, sono l’ancora di uno spettacolo magistrale che procede altrimenti per accumulo di frammenti, evocazioni verbali, visive, sonore, altre proiezioni di inconsueta intensità e bellezza, non solo formale, ispirate al mito dell’innocenza, violata per tutti gli esseri senzienti.
Italia, estate 2012: per Anagoor “L.I., Lingua imperii”, appena presentato al Festival di Dro - Centrale Fies dopo l’anteprima al Trento Film Festival e in attesa di approdare, il 27 agosto, a Bassano del Grappa nell’alveo di Operaestate, è l’inveramento di quel progetto di politica teatrale da cui la compagnia di Castelfranco Veneto è partita dodici anni fa. Il tema impegnativo della Shoa si intreccia con quello se possibile più vasto della “caccia all’uomo”, una mattanza che storicamente non conosce frontiere né battute d’arresto, dal sacrificio di Ifigenia, al genocidio del popolo armeno, al massacro di Srebrenica. In scena i nove attori-testimoni sperimentano l’indicibile anche attraverso un uso nuovo e sapiente della voce che a tratti si amplifica in vento, tempesta solare in grado oscurare per un lungo istante il cielo e l’orizzonte della spettatore: muto, partecipe, emotivamente stravolto. Da non perdere".
L.I. | LINGUA IMPERII
Cosa vuol dire Folk? – 29.07.2012
di Andrea Falcone
"Folk è una moda, o un modo di pensare, che avvicina elementi all'apparenza lontani come le fate e i cavalieri, i fantasmi, i pionieri, storie gotiche e idee politiche, alcuni cibi tradizionali e belle espressioni dialettali. Questo insieme di passioni più o meno occasionali nasce nell'Ottocento, con l'impegno degli intellettuali romantici a far emergere le radici dell'identità nazionale. L'intera operazione culturale ruota intorno all'adozione di una parola, “Volk”, azione ricca di conseguenze, piena di significato. Alle più tragiche tra le conseguenze e al suo preciso significato ci ha riportato Lingua Imperii, opera di teatro presentata il 26 e il 27 luglio alla Centrale Fies di Dro, all'interno di un Festival che guarda al “Folk” come spunto d'innovazione.
Lo spettacolo inizia con le parole di due ufficiali tedeschi, affacciati sulla scena dall'alto, ognuno a lato, sul suo schemo, mite e isolato. Si chiedono, l'uno all'altro, quali siano le differenze linguistiche di un territorio e come usarle per dividere o unire i gruppi umani che l'hanno popolato. Conducono un ragionamento che, partendo dai concetti di originarietà e contaminazione, approda alle teorie della separazione razziale. Questo percorso è poi sviluppato nel corso di quattro interventi, che i due personaggi affrontano con intenti quasi opposti, il primo da imparziale ricercatore, il secondo da politico e militare. L'esito finale della conversazione, che li vede sempre più in contrapposizione, insieme all'esito della stessa operazione militare che sono chiamati a programmare, non viene svelato. Lo spettacolo si sposta dal contesto conosciuto della riflessione storica sul periodo della seconda guerra mondiale (affrontato da un'angolazione sobria e particolare) a quello più scivoloso della tragedia e del mito, in cui la violenza non è più argomento in discussione, ma fatto evocato, condiviso, esperito.
Il sacrificio di Ifigenia da parte del padre, il successivo massacro delle truppe troiane, l'agiografia di Giuliano, mitico e sanguinario cacciatore (prima di ascendere alle glorie dell'Altare), sono episodi della stessa narrazione che viene distesa in scena in maniera corale, con l'interpretazione di Marco Menegoni, capace di dare al racconto i tratti immaginifici e severi di un predicatore, dalla partitura canora frutto di una ricerca originale e continua, e con una grande videoproiezione. Le immagini, usate anche in sede comunicativa dalla compagnia nel suo materiale, sono quelle di ragazze e ragazzi, dai tratti diversi e intensi, che hanno prestato il volto per l'eleborazione di una metafora senza tempo e attuale. Il linguaggio come morso o filtro, strumento di controllo e dominazione, si materializza nelle forme di lacci, setacci o catene, accostati alle labbra e alle orecchie dei giovani soggetti della proiezione.
La cultura letteraria e visiva su cui si fonda ogni passaggio, ogni dettaglio delle scene, non si risolve mai in un rimando o una citazione, ma diventa il filo conduttore per un discorso che scende in profondità, verso l'orrore. Il momento in cui ogni interprete si stende e muore, in un quadro di Classicità solo formale, ha il valore di un atto di ribellione. Vediamo giovani che si esercitano a recitare la propria sparizione, a morire “nel fiore degli anni”, a ricoprire ruoli lasciati vacanti da una tragedia di cui si è persa la fine. La scena, come l'intera opera teatrale, è insieme un elogio della mitezza e un atto d'accusa per chi si accosta alla ferocia del potere con indifferenza o rassegnazione. È un atto d'interrogazione per tutti, in generale. Mostra la violenza non come atto inflitto, che desta facilmente scandalo e ammirazione, ma come esperienza, che accomuna i cervi e i conigli ai giovani di ogni storia, anche di quella più attuale".
L.I. | LINGUA IMPERII
Dro| Note critiche varie -26.07.2012
Di Federica Visciglia
Se queste parole leggerete prima dello spettacolo vi preannuncio che potreste impiegare un po’ di tempo prima di entare dentro la performance e capirne l’effettivo linguaggio teatrale. Personalmente ho utilizzato una parte dello spettacolo come guida che successivamente mi ha fornito gli strumenti per calibrare la forma espressiva di una compagnia mai vista in precedenza. Se invece conoscete gli Anagoor di già, questa premessa potrebbe non essere valida oppure potrebbe esserlo stata in passato !? Per il resto non vi resta che attendere l’inizio dello spettacolo ed interrompere qui la lettura.
Purtroppo tra la parte precedente e la prossima ne manca una terza, quella che a caldo subito dopo lo spettacolo ne racconta le impressioni più immediate; poiché l’altra, quella che segue, viene dopo alcuni giorni di metabolizzazione e oramai distacco dalla scena… potreste, prima di accingervi alla lettura, attendere un paio di giorni
Fate come credete
.. io vi ho comunque avvisato
Diverso, … che piaccia o meno è uno spettacolo diverso.
I temi principali, non sono tematiche nuove, ma diversamente sono state proposte e assemblate. L’aspetto estetico molto ricercato e attento ha retto per l’intera messa in scena, grazie alla presenza di diversi livelli: vocale, scenico, materico e video. La commistione di tecnologie moderne con storie, oggetti e abiti datati (ma comunque attuali, perché ancora presenti nella nostra memoria), rappresenta una forma espressiva che in questo caso andrebbe rintracciata e sarebbe da ricercare nel lavoro che ha condotto gli Anagoor sino a qui. La ricerca filologica effettuata e proposta, permette di entrare in sintonia con le diverse storie raccontate, l’uso del video incrementa grazie ai dialoghi tra un ufficiale ed un linguista tedeschi una vicinanza difficile da ottenere solo attraverso la lettura delle fonti o la recitazione attoriale di esse; il video diventa realtà storica ma anche portavoce, nella sequenza di immagini finali, di metafore mute e visivamente sospese, sia fisicamente vista la collocazione della video-proiezione, che nell’immaginario. La violenza universale storicamente attuata, corporale o intellettuale che sia, coinvolge tutti nella stessa misura, e l’indifferenza annessa, che si rafforza sempre di più quanto più non ci riguarda in prima persona, annulla le differenze tra il carnefice e la sua vittima, e il resto del mondo. La Shoah non è argomento facile da trattare, ma la volontà di restiturne i temi caldi che hanno portato a condurla vivamente (tra cui il razzismo biologico e linguistico) giustifacandola, e problematizzandoli dall’interno (che l’originarietà, la razza pura e l’identità sono solo delle costruzioni culturali strumentalizzate da una volontà politica di potere e di supremazia), è forse l’unica vera cosa che può esser detta a riguardo, utilizzando la lingua madre e proiettando le conversazioni in uno spazio-tempo ben definito e visibile, evitando in questo modo tutto quello che successivamente è stato fatto diventare nel corso del tempo: un fenomeno. Uno spettacolo in questo senso autosufficente, che allo stesso tempo conduce lo spettatore a compiere, proprio durante la messa in scena, la propria parte attiva. Uno spettacolo diversamente autosufficente perché per nulla autoreferenziale, che anzi sembra essere attento nella volontà di creare il giusto spazio per un pubblico interiormente partecipante.
Una buona scheda critica (non perché questa lo sia), per essere completa avrebbe bisogno a questo punto di una nota sulla realtà della compagnia. Scrivo questo perché sono fermamente convinta che ognuno dopo la visione di un qualsiasi spettacolo non può che diventare anch’egli un critico, che infattti dopo una qualsiasi visione il giudizio riguarda il processo inevitabile di una mente pensante. Quel che intendo è che oltre alla messa in scena la compagnia è altro; infatti essa attua e prosegue la propria ricerca secondo un’idea personale di teatro che gli adetti ai lavori dovrebbero quanto meno far conoscere agli spetttatori interessati, per restituire il teatro al teatro e non allontanarsi da esso tramite delle schede critiche o sin troppo euforiche o del tutto gambizzanti, che non si preoccupano del lavoro della compagnia, che il più delle volte rimane un aspetto tacito… resta sempre fermo l’assunto che uno spettacolo possa piacere oppure no e che possa riuscire o meno.. ma la ricerca che l’ha prodotto, rispetto al lavoro presentato, diventa importante in egual misura poiché è li che uno spettacolo prende vita, si sviluppa e trova buona parte della propria identità, soggetta ovviamente a continui mutamenti.
L.I. | LINGUA IMPERII
Corriere del Trentino– 26.07.2012
di Claudia Gelmi
" [...] Con lo spettacolo il gruppo veneto di Simone Derai e compagni giunge a una maturazione e a un punto di equilibrio artistico i cui semi erano già stati gettati nei lavori precedenti. Maturità drammaturgica e registica ed equilibrio tra approccio estetico-visivo, parola e performance era il punto d’approdo che ci si aspettava da questi giovani esponenti della nuova generazione del teatro italiano: L.I. Lingua Imperii è esattamente il frutto del raggiungimento di quel punto d’approdo. Complessa è la struttura quanto ardua la tematica sviluppata. Gli Anagoor indagano, fondendo armonicamente parola, video e gesto simbolico dei performer, il rapporto tra le lingue e potere, partendo dal contesto del Caucaso durante la seconda guerra mondiale per approdare ai genocidi di oggi. La ricerca guarda alla lingua dell’impero intesa come lingua dell’esercizio del dominio coercitivo: il linguaggio imposto dal dominatore che si fa strumento di potere e violenza, che nega identità per sostituire altre più funzionali, una forza che sfocia nella caccia del suo simile e che conduce ferocemente quanto “umanamente” dentro gli orrori del Novecento. Degne di nota le interpretazioni in video si Benno Steinegger e Hannes Perkmann nei panni di due soldati nazisti, evocative ed emblematiche delle diaspore e pulizie etniche le musiche armene, profonda la ricerca sul video, accurata l’estetica delle immagini".
Con la Virtù come guida e la Fortuna per compagna.
startupteatro.wordpress.com - 26.05.2012
di Francesca Razzato
Passeggiare sulla terra, sospesi. In viaggio con Anagoor.
"Entrare in un luogo e abbandonare il legame con lo spazio e il tempo è possibile: con Con la virtù come guida e la fortuna per compagna di Anagoor.
Gli spettatori, al suono ritmico e deciso delle percussioni, si dispongono nel buio della navata di un’antica chiesa.
La prima frattura con il mondo circostante avviene non appena i corpi seminudi degli interpreti irrompono e fendono lo spazio con la fisicità della propria essenza, dalle reminiscenze mitiche.
La musica liturgica ed eterea del canto gregoriano accompagna i loro passi e li sospende.
Lo sguardo dello spettatore è come ipnotizzato, e la sua anima è avviata verso un viaggio surreale.
I corpi dei performer si riscaldano con esercizi di allungamento, di rilassamento e terminano la loro intima preparazione al movimento agonistico con l’abluzione purificatoria, che riporta alla mente le movenze del rituale dell’atleta greco.
E’ il movimento, nello spettacolo, la dimensione in cui il viaggio si svolge.
E per dare inizio al viaggio si materializza la Fortuna. E’ una donna nuda con il corpo ricoperto d’oro. Il suo aspetto, esteticamente perfetto, e le sue movenze ricordano quelle di una dea o di una sacerdotessa.
Gli atleti dopo l’abluzione si vestono come gli eroi dell’antichità prima di una battaglia, ma vestono abiti contemporanei. La Fortuna si dispone dinnanzi a loro e li guida ai movimenti, li inizia al viaggio.
Una danza rituale prima lenta, poi in costante accelerazione prende piede. I corpi sembrano rispondere ai ritmi ancestrali della natura, perfetti, si fondono con la musica che è loro essenza; il respiro affannoso si sovrappone al canto.
Terminata la cerimonia i celebranti indietreggiano e si smaterializzano nel buio. Li segue la Fortuna nella sua aurea d’oro, che avanza puntando un dito al cielo, quasi a voler indicare il suo originario luogo di appartenenza.
La rappresentazione finisce e il pubblico applaude incerto: non sa se il viaggio è terminato, o forse non vuole che lo sia.
Alcuni si alzano e seguono la Dea, ipnotizzati irrimediabilmente dal luccichìo della sua perfezione.
Gli spettatori sembrano aver subito una lacerazione dalla realtà mistica in cui erano stati introdotti, e non vogliono abbandonare quel crogiuolo ancestrale di emozioni.
La performance di Anagoor proprio perché priva di connotati temporali e spaziali, non termina: sembra che i suoi attori si siano solo e momentaneamente interrotti, per proseguire il loro viaggio in un altrove sconosciuto.
E il pubblico è irrimediabilmente costretto a ritornare a passeggiare sulla terra, toccando il suolo".
L.I. | LINGUA IMPERII
myword.it – 14.05.2012
di Renato Palazzi
Il cuore di tenebra di Anagoor
“Lingua Imperii”, affronta con approccio raffinato e spiazzante la tragedia più profonda del ‘900, la Shoah, mescolando autori di diversa estrazione, da Eschilo a Littell, con Primo Levi sempre sullo sfondo.
Si sente il bisogno di riflettere a lungo dopo avere visto Lingua Imperii, la nuova creazione degli Anagoor presentata in una sorta di anteprima nell'insolita sede del Trento Film Festival: se ne sente il bisogno perché è uno degli spettacoli più interessanti della stagione; se ne sente il bisogno perché rivela il sorprendente percorso di maturazione compiuto in pochi mesi da un giovane gruppo dotato di enorme talento, che finora aveva però faticato un po' a trovare una propria direzione; ma se ne sente il bisogno soprattutto perché questa costruzione scenica complessa, che assembla tanti materiali, tante tecniche, tante suggestioni diverse, suggerisce più ampie osservazioni sul teatro che si fa oggi.
Dopo avere lavorato per molto tempo specialmente sui rapporti tra scena e pittura, su un astratto concetto di bellezza, sulla purezza fin troppo esasperata di un altissimo ideale estetico – che ha avuto nel recente Fortuny una dei suoi risultati più emblematici - il regista Simone Derai e i suoi compagni hanno scelto di puntare su un argomento diametralmente e vorrei dire drammaticamente opposto, ovvero quello della Shoah, e più in generale delle stragi, degli eccidi che hanno funestato tanta parte del ventesimo secolo: ma lo hanno fatto alla loro maniera, inquadrando questi fatti da un punto di vista inusitato e del tutto originale, che spiazza lo spettatore e gli consente di percepirli in una luce nuova e inattesa.
Mescolando, come è nelle consuetudini del gruppo, una quantità di autori diversi - da Eschilo a Jonathan Littell, dallo scrittore tedesco W.G. Sebald all'americano Vollman, con Primo Levi sempre sullo sfondo - l'architettura drammaturgica di Lingua imperii ruota intorno a tre grandi nuclei tematici, il rapporto tra lingue e potere, la ferocia della caccia e le strazianti testimonianze dei lager, delle fosse comuni, dei massacri: è dall'interazione tra questi livelli che si sviluppa l'orditura concettuale dello spettacolo, è dall'apparente scarto fra loro che nasce quel climax particolare, per cui anche avvenimenti storici a noi ben noti e orribilmente familiari riescono ancora a colpirci come pugni nello stomaco.
L'ossatura è formata da tre geniali dialoghi in video - tratti da Le benevole di Jonathan Littell - fra due ufficiali nazisti, nel 1942, sulle montagne del Caucaso: uno è un fedele esecutore dei dettami del regime, l'altro uno studioso di linguistica che non vuole fare del suo sapere la scienza della discriminazione razziale. Nel primo dialogo egli elenca ossessivamente le infinite lingue di quell'area, il cartvelico, lo svano, il mingrelico, osservando come Stalin abbia usato i differenti idiomi per separare i popoli ponendoli gli uni contro gli altri. Nel secondo confuta l'originaria purezza ariana del tedesco, rivendicata dal Reich. Nel terzo nega che sia possibile individuare una comunità ebraica attraverso la sua lingua.
In tutti e tre i casi si dimostra in vario modo come la lingua, che serve ad affermare o a negare le identità, possa essere trasformata in un docile strumento di oppressione: la lingua, che viene usata per delimitare territori, per individuare etnie, per marchiare gruppi umani come fossero delle specie animali. E così si passa all'altra, grande metafora, quella della caccia, ovvero dell'impercettibile passaggio dall'istinto di massacrare altri esseri viventi considerati “inferiori” alla vera e propria caccia all'uomo: e dalla somma tra queste due componenti, come in una sinistra operazione algebrica, si arriva direttamente alle camere a gas dei campi di sterminio, ai cecchini di Sarajevo, al genocidio degli Armeni.
Un eloquente esempio di questi enigmatici legami fra ambiti che parrebbero così estranei fra loro è dato dall'esperienza – citata da Sebald, e richiamata nello spettacolo – del pittore italiano Gastone Novelli: internato a Dachau, e sottoposto a torture, l'artista non appena fu liberato si rifugiò nella foresta sudamericana, dove visse lontano dalla “civiltà”, con una tribù di indigeni, compilando anche un dizionario della loro lingua, una lingua fatta unicamente di vocali, fra le quali prevalevano le varie modulazioni del suono A. Tornato a casa, riprese a dipingere, realizzando dei celebri quadri basati per lo più sull'alfabeto, con una particolare predilezione per le innumerevoli variazioni della lettera A.
Le varie tappe di questo atroce crescendo sono scandite da una serie di situazioni di una forza emotiva squassante: il livido racconto del sacrificio di Ifigenia, sgozzata come un agnello, i quindici consigli a un genitore al quale è morto un figlio, letti in tante lingue diverse, le immagini di ragazzi con serti di fiori in testa e orrende museruole sulla bocca – l’organo per esprimere concetti e sentimenti – fino alla truce leggenda di san Giuliano, patrono dei cacciatori, che dall'alba al tramonto, in preda a un folle raptus venatorio, abbatté ogni creatura che gli si parasse davanti, e alla toccante sequenza conclusiva dello splendido cervo che, sulle sue montagne, fissa indifferente e un po’ perplesso l’obiettivo.
In questo intreccio di linguistica, di selvaggio impulso alla violenza, di sconsolata pietas nei confronti delle vittime inermi e dell’angoscia dei sopravvissuti, gli Anagoor cercano altre vie di accesso per accostarsi al male della nostra epoca. L’azione scenica, in questo movimento insieme di avvicinamento e di distanziazione, non può risolversi in un andamento unitario, ma si traduce in una mera composizione di frammenti: la frammentarietà, che è una cifra di tanto teatro di questi anni, non è solo un tratto estetico, è lo specchio di una condizione dell’uomo di oggi, orfano delle sue certezze, privato della sua capacità di comprendere la molteplicità del reale.
Sul palcoscenico, attrezzato solo da un paio di microfoni e dai tre schermi su cui scorrono i raffinatissimi filmati, tutto è indiretto, allusivo. L'orrore si può solo evocare, affrontare trasversalmente. Secondo una tendenza ormai diffusa, non c'è una trama da rappresentare, non ci sono personaggi ai quali dare vita. Poiché il fine del lavoro non è di raccontare una vicenda, ma di comunicare delle idee, di trasmettere un pensiero, la linearità del testo è sostituita da un collage di brani della più varia provenienza. Nei loro spettacoli, gli Anagoor mettono sempre tanta carne al fuoco, ma qui si vede qualcosa che va oltre: potrebbe un solo testo, un solo autore aiutarci a cogliere questo sbandamento della Storia, questo abisso di sangue dentro il quale il mondo è precipitato?
Libero dalla necessità di interpretare, l'attore può spostare tutta la sua intensità nel singolo gesto, nelle singole parole: per questo l'alta temperatura emotiva di Lingua Imperii sembra concentrarsi soprattutto in alcuni passaggi all'apparenza marginali, i gesti rituali di una ragazza che indossa vesti da cacciatrice, tende l'arco, centra il bersaglio, facendo vibrare a lungo nell'aria il ronzio della freccia scoccata, o l'inquietante ricordo infantile, riferito da Sebald, di un mucchio di cerve squartate abbandonate sulla strada, davanti a una macelleria. E sono proprio questi dettagli che ci investono, che imprevedibilmente per un attimo ci dischiudono il “cuore di tenebra”, il mistero insondabile dell'animo umano".
L.I. | LINGUA IMPERII
rumorscena.it – 14.05.2012
di Roberto Rinaldi
Gli Anagoor ripercorrono la “caccia all’uomo” che parla altre lingue diverse da quella dell’Uomo malvagio.
“Nella loro incessante ricerca, il vitale ed eclettico gruppo degli Anagoor, si è cimentato in una nuova impresa dal titolo enigmatico: “L.I. LINGUA IMPERII violenta la forza del morso che la ammutoliva”. Una produzione presentata in occasione del 60° Trento Film Festival, incentrata su una commistione di linguaggi e codici espressivi, ricca di rimandi storicoculturali dove il tessuto drammaturgico sonda una tematica assai tragica: la “caccia all’uomo”, dove il virgolettato è d’obbligo per sottolineare come l’uomo sia capace di fare male al suo simile in condizioni di estrema disumanità. Sono vicende ambientate in una terra desolata come quella del Caucaso, luogo di confini e di molte lingue diverse tra di loro, sopravvissute ai massacri durante la Seconda guerra mondiale da parte dei nazisti. L’inizio è riservato alla mitologia con il sacrificio di Ifigenia, prologo che anticipa quanto di più orribile possa accadere tra uomini che odiano e sterminano altri loro simili. L’abilità di questa rappresentazione è quella di delineare, con la consueta cifra stilistica che contraddistingue gli Anagoor, uno sviluppo su più piani prospettici. Si intersecano come sottili fili intrecciati tra loro, ma ad una attenta visione appaiono complementari e facilmente decifrabili. Creano visioni, azioni, proiezioni di intensità emotiva tale da costringere il pensiero a rivedere scene del passato. Accadute realmente. Nascono da eventi storici brutali, scene di caccia dove il cacciatore è un uomo affamato di violenza e la preda è un altro essere umano inerme e impossibilitato a difendersi. Una caccia che ha seminato odio e sangue in tutta Europa e in Caucaso, lembo di terra lontano dalle nostre civiltà, dove vivono abitanti di montagne aspre e aride. È qui che L.I., racconta un viaggio denso di metafore e suggestioni visive /uditive – affascinanti sì- ma in grado di arrivare allo stomaco come un pugno senza preavviso. Eppure, non ci sono espedienti scenici particolari che supportino la drammaticità degli accadimenti narrati, basta la forza della parola. C’è il rapporto che analizza la lingua e il potere, l’appartenenza linguistica che determina ad un cittadino del mondo la propria identità, ne crea le differenze tra un popolo e l’altro, ma anche dentro una comunità in cui convivono idiomi diversi. La lingua è anche un’arma micidiale usata per annullare l’esistenza stessa di popoli discriminati: genocidio perpetuati in tutti gli angoli del mondo. Gli Anagoor affrontano con rigore estremo il tema e lo esplicano con didascalie visive poste in alto del palcoscenico, popolato dai performer storici della Compagnia insieme a giovani provenienti dagli esiti di laboratori di teatro: Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan, Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Eliza Oanca, Monica Toniett. Sugli schermi appaiono due ufficiali dell’esercito nazista, nella loro divisa impeccabile e dal viso squadrato, che incutono timore solo a guardarli. La perfezione del male. Ad interpretarli due bravissimi Hannes Perkmann e Benno Steinegger. Tocca a loro vestire i panni di due militari dalle posizioni ideologiche e culturali opposte e divergenti per forma mentis. I loro dialoghi creano un eco che riverbera sulla scena metafisica catalizzando l’attenzione dell’uditorio in religioso silenzio. Uno è il militare con le sue idee fanatiche di appartenere alla razza pura del popolo tedesco, la razza ariana, mentre l’altro è un uomo dedito allo studio delle lingue e difende accaloratamente le sue tesi scientifiche. Le tesi pronunciate (e filmate) derivano dal romanzo di Jonathan Littell, Le benevole (Enaudi editore) , un libro tra i più appassionanti e sconvolgenti mai scritti sugli orrori del nazismo descritti in prima persona da un ufficiale delle SS, dalla campagna di Russia allo sterminio degli ebrei. Visti dalla parte dei carnefici. Le “Benevoli” del titolo sono le Eumenidi dei Greci, ovvero le clementi custodi della giustizia dopo essere state Furie o Erinni all’inseguimento del colpevole Oreste. Lo spettacolo si nutre delle parole di Primo Levi, Grossman Vasilij, Bruno Bettlheim, Eschilo, Victor Klemperer, e molti altri, testimonianza di uno studio approfondito da parte degli Anagoor sempre attenti a guardare al passato per riproporre in chiave moderna tesi universali. Si assiste a coreografie capaci di simulare gesti apparentemente semplici, come quello di vestirsi, movenze calibrate e meditate. La normalità di un’azione quotidiana, mentre sopra di loro scorrono immagini angoscianti in cui si vedono volti innocenti e adolescenziali cinti da corone di fiori in testa e la bocca occultata da museruole metalliche che impediscono la parola e la libertà di ogni essere umano. Si assiste ad un progressivo e trascinante viaggio nei meandri più oscuri di cosa è in grado di fare un uomo. Rotto dal suono di musiche evocative e originali, in cui si intravedono echi di culture musicali come quella dell’Armenia, nazione vessata e sottoposta ad un genocidio così imponente. Solo il silenzio di un cervo ripreso nel suo habitat riconduce lo spettatore ad un ripensamento della propria esistenza. L.I. Lingua imperii violenta la forza del morso che la ammutoliva, segna una maturità artistica considerevole negli intenti portati avanti dagli Anagoor. Nella ripresa a luglio (26 e 27 luglio a Dro-Centrale Fies e il 27 al festival di Bassano) sarà interessante rivedere questa creazione per la scena contemporanea, alla quale gioverà una sintesi maggiore nell’uso prolungato delle immagini che compongono gli inserti visivi, se pur di una bellezza estetica/drammaturgica di raffinata sapienza compositiva, a tratti troppo dilatate”.
L.I. | LINGUA IMPERII
Il Sole24Ore – 06.05.2012
di Renato Palazzi
Le lingue, la caccia, il potere
"A chi dubita che il teatro italiano stia vivendo una fase di straordinaria vitalità creativa, a chi ancora non crede che sia in atto un decisivo ricambio generazionale – che è anche uno spostamento di prospettive, di canoni estetici – suggerirei di vedere il bellissimo Lingua imperii degli Anagoor: un esemplare concentrato delle modalità espressive che si usano oggi – nessuna trama da rappresentare, nessun personaggio da interpretare, ma una pura composizione di frammenti verbali, visivi, sonori – coniugato con una profondità di pensiero che colloca il gruppo ai vertici della nuova scena nazionale. L’aspetto più sorprendente del lavoro è dato dal fatto che gli Anagoor vengono spesso accusati di eccessivo formalismo. E in effetti nella loro ultima proposta, Fortuny, la messa a fuoco di una sorta di tormentata filosofia del bello si traduceva in un esasperata ricerca stilistica. Sono passati solo pochi mesi, ma il processo di maturazione della giovane compagnia veneta è stato davvero folgorante: in Lingua imperii, pur nel consueto, smagliante intarsio di video raffinati e intense azioni dal vivo, non c’è un’immagine che non sia significante. Di cosa tratta Lingua Imperii? Non è facile descrivere la sua complessa struttura drammaturgica. Lo spettacolo si articola intorno a tre temi principali, collegati sotterraneamente, ma in modo fin troppo trasparente: il rapporto tra lingua e potere – la lingua che assegna o nega ai popoli un’identità, la lingua come strumento discriminante – la caccia, che è da sempre strage di animali pronta a trasformarsi in caccia all’uomo, e la tragedia della Shoah e di tutti gli altri efferati stermini e genocidi che hanno funestato lo scorso secolo. La struttura portante è data da tre geniali dialoghi ricavati da Le Benevole di Jonathan Littell in cui due ufficiali nazisti, un semplice militare e uno studioso di linguistica, nel ’42, nel Caucaso, discutono da due diversi schermi se sia possibile riconoscere una etnia ebraica attraverso il suo idioma. Fra l’uno e l’altro si passa dal sacrificio di Ifigenia, sgozzata come un agnello, al racconto di W.G. Sebald del truce massacro di creature viventi d’ogni specie perpetrato nella furia venatoria dal patrono dei cacciatori, San Giuliano. La discesa del regista Simone Derai e dei suoi compagni negli abissi dell’anima si sviluppa in un crescendo impressionante: nel suo denso percorso intellettuale, ha momenti di emozione quasi insopportabile, come nella scena dei quindici consigli al genitore che ha perduto un figlio, ripetuti in varie lingue o nei lancinanti filmati di ragazzi con serti di fiori in testa e atroci museruole sul volto. Alla fine, le interminabili sequenze di un cervo in montagna indifferente e tacitamente interrogativo, fanno tornare a casa con un senso di persistente disagio".
L.I. | LINGUA IMPERII
franzmagazine.com – 29.04.2012
di Marco Segabinazzi
"Con una struttura cadenzata dai dialoghi tra l’SS Haupsturmfuhrer Aue e il Leutnant Voss – ambientati durante le operazioni di penetrazione dell’area caucasica da parte delle armate tedesche e tratti dal romanzo di Jonathan Littell Le Benevole – L.I. Lingua Imperii inizia dalla mitologia (rievocando il sacrificio di Ifigenia: la scena successiva, su cui si dipanano e si sovrappongono i Consigli a un genitore in lutto è forse la più toccante dell’intero spettacolo – e si trova nella prima parte, mettendo subito in chiaro quali saranno i toni), prosegue con la Storia ed evita le metafore, andando a toccare i nervi scoperti dell’Occidente riconciliato, come quando nei bellissimi monologhi, procedendo e affondando nella melma di sangue – anche questa tutt’altro che metaforica – della guerra e dei massacri, ci ricorda di Srebrenica.
E notevole è anche il lavoro svolto sulle musiche, originali e non, in particolare sulla tradizione musicale armena, di cui la giovane cantante, depositaria ideale del patrimonio culturale di un popolo offeso da un genocidio spesso ancora colpevolmente ignorato: Lingua Imperii è infatti la lingua dell’impero inteso come dominio, la lingua e l’alfabeto imposti a un popolo sottomesso, il linguaggio della violenza.
Tutto questo sullo sfondo di una regione, il Caucaso, che è stata crocevia di viaggi e commerci, scambi, ma anche, suo malgrado, epicentro della memoria di violazioni e cacce all’uomo, e che tuttavia, grazie alla sua natura di sacca protetta e alle circa cinquanta lingue che vi si parlano, ha permesso alle identità etniche che la abitano di resistere e persistere".
Tempesta
Alto Adige – 03.03.2012
di Massimo Bertoldi
La "Tempesta", spettacolo inserito nella rassegna "Altri Percorsi / Nuovi Linguaggi" curata dal Teatro Stabile di Bolzano, è un viaggio esplorativo e immaginifico nell'universo pittorico e simbolico dell'omonimo dipinto di Giorgione, fondamentale artista del Rinascimento italiano e originario di Castelfranco Veneto, da dove proviene anche Anagoor, il giovane gruppo teatrale che omaggia l'illustre cittadino con una performance-installazione di raffinato gusto. "la Tempesta", spettacolo complesso e intrigante, si fonda sulla poetica delle arti visive in un montaggio molto simile al tableaux-vivant, cui corrisponde un sapiente uso della musica, sempre presente nella sua alternanza tra sonorità e rumori elettronico-industriali e citazioni di voci e melodie antiche. L'impianto scenografico, che recupera la concezione dello spazio della pittura, modella geometrie e ospita oggetti che alludono alla frattura della simmetria tra l'età di Giorgine e la nostra contemporaneità: sulla destra due schermi sospesi in verticale proiettano immagini relative a dettagli che anticipano o precedono passaggi narrativi, particolari dei personaggi, le acque prima impetuose poi calme della tempesta; sulla sinistra c'è un enorme cubo di vetro che, avvolto di fumo, diventa luogo delle ombre e delle visioni, scatola delle meraviglie. L'inizio dello spettacolo sembra evocare la genesi primordiale: un uomo (Pierantonio Bragagnolo) e una donna (Anna Bragagnolo) emergono da una fitta nebbia, accompagnata da sonorità acque. Gli attori diventano figure dinamiche in quanto assumono simboli ora del mondo rinascimentale ora della contemporaneità. L'attore indossa una felpa con cappuccio, successivamente si spoglia per calzare abiti cinquecenteschi e una corazza, ma il moderno cappuccio rimane come segno distintivo degli adolescenti d'oggi. L'attrice si sdraia su un divano antico, sistemato nella stanza-prigione, si denuda e assume posa e sembianze di una delle tante Veneri immortalate dalla pittura coeva a Giorgine stesso. I due, come nel dipinto, non comunicano tra loro, si muovono estranei l'uno all'altro, isolati nei loro corpi che si esprimono attraverso un linguaggio sottile e lineare, intessuto di movimenti lenti, lentissimi, delicati, ovattati. Sembrano due novelli Adamo ed Eva in un improbabile giardino dell'Eden. L'atmosfera è rarefatta, sospesa. Esplode la furia della natura, la tempesta, simulata da un enorme ventilatore che soffia impetuoso e sbatte con violenza un drappeggio rosso. Poi ritornerà la quiete. Mossi dalla regia, puntuale e ordinata, di Simone Derrai, i due interpreti, fratelli nella vita e nell'arte, più che attori si dimostrano veri e propri performer dotati di una gestualità multiforme e complessa, in grado di interagire con estro creativo con l'orchestrazione degli strumenti tecnologici e la sequenza delle immagini. "Tempesta" di Anagoor, mirabile esempio di teatro visivo e sonoro, è stato applaudito dal pubblico presente in sala.
Fortuny
Hystrio - n.1 2012
di Laura Bevione
I volti della Fortuna nel segno di Anagoor.
“Può essere fuorviante il titolo dell'ultimo spettacolo di Anagoor: non si assiste, infatti, alla ricostruzione dell'esistenza di Mariano Fortuny - andaluso trapiantato a Venezia, dove fu artista del tessuto, scenografo, collezionista d'arte e molto altro - bensì a una riflessione "per immagini" sul significato della Fortuna e, conseguentemente, sulla predeterminazione o meno del destino degli uomini. Questa premessa - necessaria - non nega però la pregnanza del titolo stesso, poiché il "personaggio" Fortuny innesca percorsi drammaturgici precisi e originali, legati a una certa idea di Venezia e della bellezza, dell'arte e dell'esistenza umana. E all'artista rimandano esplicitamente gli splendidi sipari costruiti con preziose stoffe damascate e i tessuti appesi alle pareti del composito spazio scenico. Dominato da un'enorme ventola e da due schermi rettangolari sui quali sono proiettati suggestivi video di varia natura. Tre giovani, abbigliamento sportivo e zaino sulle spalle, sono visitati dalla Fortuna - dorata statua vivente - e invitati ad apprenderne i movimenti, così da poter percorrere autonomamente la propria strada. Un cammino che i tre compiono abbandonando gli abiti "comuni" per neri tabarri da pellegrini ma anche da alchimisti ovvero oscuri pirati. Dagli zaini escono vasi di vetro, coltelli, pennelli, oggetti che per i tre sono gli strumenti per appropriarsi della Fortuna e, al termine dello spettacolo, diventare essi stessi Fortuna.
Un percorso di emancipazione e di ribellione che si dipana non attraverso atti violenti e Inconsulti bensì all'insegna della lentezza e dell'armonia, alla ricerca di quella bellezza che è l'agognata meta finale ma altresì la cifra dell'Intera messa In scena. Coreografie stilizzate e plastiche, eccentrici riferimenti artistici - dall'arte primitiva al possente dipinto di Tintoretto, San Marco salva un saracena da una tempesta - quadri viventi muti ma straordinariamente eloquenti, corpi tramutati in malleabili tele. Una messa in scena stratificata, abitata da segni di una bellezza visiva discreta ed equilibrata eppure fatalmente assordante, capace di esercitare sugli spettatori una fascinazione misteriosa alla quale è impossibile sottrarsi".
Con la Virtù come guida e la Fortuna per compagna.
Sinais de cena # 16 | Associação Portuguesa de Criticos de Teatro |Dicembre 2011
di Sebastiana Fadda
"Criada em 2000, a companhia véneta Anagoor tem uma formação ecléctica, cujo leque de interesses abrange áreas de conhecimento tão específicas e especializadas como, por exemplo, a filologia clássica e a musicologia, a história da arte, das artes decorativas e das artes visuais, experimentando sinteses produtivas com as artes plasticas, cénicas e performativas, criando ambientes sugestivos, sonoridades encantatórias, imagens de exigente depuração estética, quadros vivos portadores de memórias ancestrais.
Neste sentido, a nave central da Igreja de São Vicente de Évora, espaço que acolheu Con la virtù come guida e lo fortuna per compagna, foi o lugar ideal para tornar o espectáculo, uma performance site specific de curta duração mas de grande intensidade, numa cerimónia em que as reminiscências míticas e rituais, sagradas e profanas, liturgicas e performativas, encontravam felizes ressonâncias e amplificavam as simbologias nelas inscritas. Os espectadores eram recebidos ao som martelante de um tambor e, na escuridão, cortavam o fumo brumoso e espesso dos óleos essenciais para poderem escolher o seu lugar. Quando o tambor parou, vozes melodiosas entoaram ao vivo um canto, e a voz off de um narrador aludia a um tempo sem tempo (antes da queda no pecado original ou da alienação no sistema produtivo...), em que "passear na terra era um prazer", citação do filme The Baby of Macon de Peter Greenaway. Tratava-se da paráfrase performativa dos momentos antecedentes e consecutivos à vestição do menino da pelicula. Os intérpretes traziam as suas próprias vestes, não de ouro, mas tão só um suéter, calças de ganga e ténis. Um estrado demarcava o limite de actuação dos performers, que, pousadas as roupas e em trajes menores, faziam o seu aquecimento, com exercicios de alongamento, descontracção e concentração, encerrando esta fase preparatória com abluções purificadoras, utilizando com parcimónia a água guardada em recipientes de vidro e um pano branco, para depois se vestirem, as camisolas com capuz sugerindo monges modernos e laicos, ou simplesmente os adolescentes de hoje, ainda e sempre à procura de identidade enquanto tentam esconder as suas inseguranças. Terão sido as virtudes louvadas no filme - humildade, castidade, prudência, piedade, força e pobreza -, por sinal, ou paradoxo, comparadas a acessórios preciosos mas desvalorizadas pela quantificação do preço, transferidas nos figurinos dos jovens, ou antes numa mulher, que entrava no espaço cénico com o corpo inteiramente coberto de maquilhagem dourada? Ou terá sido o antigo Bezerro de Oiro pagão reconvertido em sacerdotisa e guia, talvez a Virtude do título, enquanto conceito em sentido Iato, que todas as virtudes abrigaria, portadora também da Fortuna que protegeria os peregrinos que a ela se consagrassem? Como precisou o encenador, Simone Derai, o canto, a cappella, dispensou a amplificação devido à acústica perfeita do espaço; quanto ao tema central, estava "composto segundo o sistema gregoriano de escrita musical a partir dos próprios gestos da dança [que seguiria], mas misturado com temas da tradição musical veneziana do periodo bizantino ao periodo renascentista" (Derai 2011, tradução minha). O canto, ainda, acompanharia, ou estabeleceria, os ritmos e intensidades dos movimentos dos performers, juntamente com as orientações da deusa |guia, participando todos num momento de comunhão | dança ritual, feita por oficiantes a lembrar dervixes, com movimentos próximos do tai chi, em perfeita sincrónia, antes lenta, depois em progressiva aceleração, como as respirações, que se sobrepunham ao canto, em crescendo até atingir o cume, e depois em desaceleração, com os corpos oscilantes, metrónomos humanos que não perdiam o seu centro, até pararem. Terminada a função, os oficiantes regressariam para as trevas de que sairam. A mulher dourada, no meio do espaço de representaçao e de braço direito erguido, apontaría para o céu e desapareceria. As cantoras retirariam os objectos utilizados, recipientes e toalhas, e afastar-se-iam. Sobrariam as luzes e o fumo brumoso, o siléncio e a força da matéria, a densidade dos sincretismos culturais e artísticos vivenciados, o rasto de transcendência deixado pela fisicalidade, o eco dos gestos e emoções, as memórias
de épocas passadas e presentes, de terras distantes e familiares, pairando na atmosfera. Con la virtù come guida e la fortuna per compagna é uma das seis partes que compõem um proiecto mais amplo, Fortuny, que celebra, reinventa e desmistifica uma cidade que, no seu apogeu, contém os sinais do declinio: no século XVII, ao realizar a Punta della dogana a mare, Veneza representa-se a si própria como um grande navio de proa virada para as águas e encimada por “um idolo em precário equilíbrio por cima de um globo de ouro, uma deusa apoiada num só pé e estendida para o mar (...) a Fortuna. Veneza está assim votada à sua potência para invocar ventos propíicios numa época em que já está sensivel a sua decadência" (Anagoor 2011, t.m.). Amplia-se então a rede de significados: sem o sabermos, mas de algum modo pressentindo sentidos indefiníveis, a nave da igreja de São Vicente foi, também e ainda, por uma noite, um navio veneziano guiado pela deusa Fortuna, largando no ar o pó dourado do fausto, porém brilhando como as estrelas, que continuam a luzir depois de terem desaparecido. E, sem conseguir ensombrar essa beleza fugidia, para norteio e precaução dos navegantes, o impalpável nevoeiro carregaria as promessas de tempestades em provir, anunciadas por aquele dedo indicador esticado em direcção ao céu. Recomenda-se uma visita ao sitio internet da companhia - <www.anagoor.com> -, onde poderá acceder-se a documentos expressivos de um percurso original".
Fortuny
klpteatro.it - 11.12.2011
di Marco Menini
“Giovin’Astri è il titolo scelto dal direttore artistico Giancarlo Cauteruccio per la sesta edizione di Zoom festival, rassegna che si conclude oggi a Scandicci (FI), e che ha offerto una panoramica sui talenti emergenti di teatro, danza, performance e video installazioni. Questa edizione ha voluto essere, secondo le parole del direttore "un atto di fiducia e di speranza. Perché ogni progetto che riguardi le giovani generazioni, come fa Zoom a Scandicci, si costruisce dosando e nutrendo questi due sentimenti: la fiducia e la speranza”.
Ed è qui che, martedì scorso, abbiamo assistito a “Fortuny” del gruppo veneto Anagoor, spettacolo ispirato dalla figura di Mariano Fortuny, pittore, scenografo, fotografo, scultore, architetto... insomma “poliedrico artista ossessionato dalla bellezza di Venezia”.
Tre ragazzi incappucciati partono al seguito di una figura femminile luccicante nella sua vernice dorata e intraprendono un viaggio che li vedrà indossare vesti monastiche, crisalidi dalle quali rinasceranno lucenti e colorati.
Il tutto attraverso un dedalo di movimenti, immagini e atmosfere, dove fanno da sfondo i famosi tessuti dell’artista andaluso, menzionati anche nella “Recherche” proustiana. Questi, simbolicamente, aprono e chiudono la performance. Nel percorso di questa “drammaturgia per immagini”, uno schermo ci offre una galleria di volti deformi, deturpati da percosse o da malattie che ne squartano la bocca, immagini scioccanti che sembrano richiamare violenza e malattia, ma che al contempo restituiscono un fascino barocco per ciò che è malato e deforme. E in un continuo rimando a Venezia per immagini e atmosfere, in una nebbiolina lagunare che sembra avvolgere il pubblico in sala, cala dall’alto il dipinto di Tintoretto “San Marco salva un saraceno durante un naufragio”.
Ecco che la tela viene incisa con una lama e dalla ferita sgorga polvere d’oro che avvolge uno dei protagonisti, sì tramutato in una figura luccicante, che nasce improvvisa dalla tonaca-crisalide che ha da poco abbandonato.
Così accade per gli altri due viaggiatori, ora figure luccicanti colorate di verde e di nero. Evidente il rimando allo studio “How much fortune can we make?”, portato in scena dal gruppo veneto al Contemporanea Festival 2010 di Prato, dove la medesima azione differiva solo nella scelta del dipinto, che in tale occasione era il telero di Vittore Carpaccio “Miracolo a Rialto”.
La ricerca di Anagoor si muove ancora una volta in direzione del rapporto tra rappresentazione e fruitore. E questo vale anche per la performance di Scandicci, che ruota attorno al rapporto tra presente e passato, tra origine e uso contemporaneo di immagini, tra tempesta e fortuna, in un intreccio di danza, enigmi, tessuti, destini, dolore e memoria.
Sullo sfondo viene evocata una Venezia rinascimentale, splendente e ricca, sfarzosa e mercantile, in un continuo “mettere in luce” il rapporto tra fortuna e tempesta, sottolineato dalla scelta del dipinto, dove tre figure intente a remare, sporgendosi dai bordi di un’imbarcazione travolta dall’impeto dei marosi, tentano di soccorrere i naufraghi caduti in acqua. Ma sarà solo uno ad essere salvato dall’intervento miracoloso di san Marco.
In “Fortuny” ciascuno spettatore compie un personale viaggio, in una complessità di riferimenti e significati che lascia ampio margine interpretativo. È un lavoro forse troppo concettuale, e questo rappresenta la forza e al contempo il suo limite. All’uscita si notano, tra gli spettatori, alcune facce perplesse. Forse perché in tutti questi rimandi iconografici, nell’insistita ricerca di atmosfere evocative, si rischia talvolta di perdere un po’ di vista la sostanza, lasciando che sia la forma a prendere il sopravvento.
Si ha come la sensazione che certe scelte, certi stilemi, non derivino da una necessità di fondo ma siano guidati dall’esigenza di seguire dettami che, nel teatro contemporaneo, si stanno affermando con forza. Questo senza nulla togliere al lavoro di Anagoor, che nell’insieme è molto curato, interessante, ben strutturato e senza alcun dubbio meritevole di attenzione".
Rivelazione+Tempesta
klpteatro.it - 9.11.2011
di Bruno Bianchini
Uno scambio reciproco, alla maniera delle antiche botteghe degli artisti, quello fra Laura Curino e Anagoor: l’esperienza nell’arte della narrazione, patrimonio dell’artista torinese, viene trasmessa con dedizione e rielaborata in questa avventura in cui la Curino si concede “il lusso di lavorare con artisti molto diversi, confrontandosi con uno stile drammaturgico che agisce principalmente per immagini”. L’occasione dell’incontro è offerta dalla vita e dall’opera di un artista tanto fondamentale nella storia dell’arte quanto avvolto da un alone di mistero e interrogativi che ne ampliano smisuratamente il fascino e le potenzialità d’indagine.
“Rivelazione” e “Tempesta”. Un dittico interamente dedicato al Giorgione, pittore libero e controverso, avanguardia intellettuale ed artistica di fine ‘400, originario di Castelfranco Veneto come questa formazione che ne raccoglie e sonda le gesta per tradurle in immaginifico teatrale: “Le fonti sul suo conto sono talmente scarne che non si sa nemmeno con esattezza se sia mai esistito”.
Il primo dei due lavori, nato come studio preparatorio a “Tempesta”, vive egregiamente di vita propria. Un reading a due, supportato in questa occasione dalla presenza e dalla voce di Laura Curino (cofirmataria della drammaturgia), che ha il merito di avvicinare con notevole empatia al clima dell’epoca e al “mito” Giorgione. Sette meditazioni (silenzio, natura umana, desiderio, giustizia, fede, diluvio, tempo) attorno alle quali vengono passate al setaccio altrettante opere di questo artista di valore assoluto di cui i concittadini Anagoor provano a ripercorrerne le tracce facendosi carico di una responsabilità da ricercatori e depositari della memoria.
Un affresco di fine ‘400 ritrae un nord-est all’epoca operoso quanto e più di oggi, con incursioni nel linguaggio e negli usi attraversando alcune delle opere più significative, dalla Pala di Castelfranco ai tre filosofi, con le tre religioni monoteiste a confronto e l’emergere del tema anticristico, da Giuditta e Oloferne alla Venere dormiente.
Giorgione “pittore a 20 anni, enigma per sempre”. Una performance, un reading, che è a tutti gli effetti una lezione sull’arte del Giorgione.
Se “Rivelazione” si traduce in esperienza di parola, “Tempesta” è a tutti gli effetti una creazione unicamente visiva. Un immaginario scenico direttamente estrapolato dall’olio dell’artista veneto per poi essere sottoposto ad una radiografica analisi sui suoi significati (al pari delle vere e proprie analisi radiografiche subite da questa ed altre opere dell’artista, che hanno permesso di effettuare scoperte per certi versi straordinarie e che contribuiscono ad aumentare ulteriormente l’alone di mistero attorno a sé).
Attimo fulmineo, quello del lampo che accompagna la tempesta come della sfuggente apparizione di una consapevolezza o di un’idea, congelata nella raffigurazione artistica del dipinto così come nell’immagine fotografica di scene ad alto impatto estetico messe in atto da Anagoor.
Una tempesta entro cui prende splendidamente vita la Venere dormiente, preludio ad un’imminente rinascita dell’uomo quando, fra le campagne venete (e non solo), sarà finalmente tornata la quiete.
Fortuny
mouvement.net - 19.10.2011
di Jean-Louis Perrier
Maîtres et jeunes pousses à Venise
Retour sur la 41e biennale théâtre de Venise
Venise célèbre les « maîtres » du théâtre européen, leurs élèves et une nouvelle génération italienne surgie hors des chemins balisés.
Conduite par le Catalan Alex Rigola, la 41e biennale théâtre de Venise offrait du 10 au 16 octobre un concentré d’artistes dont le seul nom faisait frémir les traditionnalistes il y a peu et écorche encore les yeux et les oreilles des gens d’église. Les hérauts du festival d’Avignon 2005 (et suivants) sont ici reconnus comme des « maîtres » indiscutables, la crème de la crème européenne relevée d’une pointe de piment argentin. Tous considérés comme assez recommandables pour former des jeunes gens à leur art, en de courtes interventions forgées in situ et placées sous le signe des sept péchés capitaux. « Maîtres », selon l’appellation vénitienne sont les Jan Fabre, Romeo Castellucci, Rodrigo Garcia, Joseph Nadj, Ricardo Bartis, Virgilio Sieni, Jan Lauwers, Stefan Kaeggi (Lion d’argent) et Thomas Ostermeier qui devait dédier son Lion d’or aux occupants du Teatro Valle à Rome, installés depuis quatre mois dans ce qui est l’homologue de l’Odéon à Paris pour la défense d’une culture de service public. Un geste qui a trouvé son répondant sur le Lido, au théâtre Marinoni, auquel les jeunes participants à la biennale n’ont pas manqué de témoigner leur solidarité. Tandis que les indignés manifestaient à Rome, le pouvoir berlusconien, tentait, comme si de rien n’était, de faire nommer à la tête des biennales l’un des siens, dont la compétence dans le domaine artistique s’arrête à la porte des instituts de sondages. Sarkozy, comme on vient de le voir à Versailles, ne procède pas autrement. [...]
Dernier volet de cette dense biennale, sous l’intitulé « Young Italian brunch » (la nouvelle création scénique italienne), avec cinq groupes de la dernière génération : Santasangre, Ricci/Forte, Teatropersona, Anagoor et Muta Imago. Une « génération » dont les intitulés en appellent évidemment à l’onomastique, avec ses Pathosformel, Orthographe, Teatro Sotterraneo, Menoventi, Codice Ivan, Dewey Dell, Babilonia Teatri et bien d’autres (1) et dont aucune composante n’est disposée à se reconnaître pleinement dans l’autre. Ces groupes ont en commun des naissances hors mariage (avec le théâtre), une attention à tous les champs artistiques, un investissement physique total, des structures étroites fortement indépendantes, une certaine proximité avec les centres sociaux ou leur délocalisation dans les campagnes. Ils maintiennent une distance prudente avec la plupart des institutions théâtrales, il est vrai confinées dans l’académisme et le renvoi d’ascenseur.
Ils forment la première génération post-castellucienne. Ils ne lui doivent rien, sinon des traces à haute dose dans le raffinement plastique, dans le bombardement sonore, dans les jeux d’ombres et de lumières. Leur curiosité témoigne d’un fort investissement dans les arts visuels, mais aussi dans la performance, dans la philosophie, l’esthétique et la littérature. Pour en juger d’après Aurae (Teatropersona), Fortuny (Anagoor) et Displace #1 La rabbia rossa (Muta imago), trois des pièces présentées, ils ont en commun une dominante crépusculaire, une fascination pour la décadence et le baroque, un intérêt vif pour l’histoire et les jeux de mémoire, une tentation pour les rituels à inventer dans des situations d’enfermement. Une phrase d’Anagoor pourrait les réunir en un : «théâtre en tension permanente entre le bégaiement de la barbarie et la splendeur cristalline du néoclassique ». Les lumières passéistes sont contredites par de jeunes corps agiles, formés ou forgés par la danse et l’exercice physique. La part congrue de parole est assumée, souvent confiée à des voix off, chargées de porter le poème et d’interpeller le public d’en haut. Même lorsqu’ils passent par le filtre du Tintoret ou de Hammershoi, c’est de l’Italie d’aujourd’hui qu’ils nous parlent, en des gestes et des mouvements cryptés, ceux d’une résistance certaine au monde qui les entoure dont ils ne trouvent d’issue que sur le plateau.
1. A leur propos, lire Lost in translation, un nuovo teatro per gli anni Dieci ? analyse de Gianni Manzella dans le dernier numéro de la revue Art’o www.art-o.net
Entretiens avec trois artistes à la tête de jeunes compagnies italiennes [...]
Simone Derai (Anagoor) : « Nous formons un surgissement spontané. »
Y a-t-il un avenir dans le théâtre italien aujourd’hui ?
« Cela devrait. Nous y travaillons. Ces dernières cinq années nous avons ?uvré à produire le ferment d’une génération qui se distingue par sa multiplicité d’approches de la scène du point de vue de l’acteur, de l’image et du texte, et cela, assurément, fait montre d’une vitalité qui donne à espérer.
Qu’est-ce qui unit cette nouvelle génération ?
« Ce que nous avons en commun est cette vitalité, cette volonté d’investissement. L’avenir du théâtre italien passe par une multitude d’approches diverses. La plus significatif c’est de voir à quel point, chaque artiste, chaque groupe développe un parcours différent.
D’où viennent ces parcours particuliers, de quelle partie de la culture ?
« Nombre d’entre nous proviennent de la périphérie et non pas des centres culturels traditionnels, ni de la capitale, ni de Milan. Nous formons un surgissement spontané, disséminé à travers tout le territoire national.
L’opposition politique institutionnelle parle de « réussir l’Italie ». Revendiquez-vous de « réussir le théâtre » ?
« Pour un groupe comme le nôtre, Anagoor, le parcours est l’objectif. Déjà, dans le nom que nous avons choisi, qui est celui de la cité utopique de Buzzati. Notre projet se développe à partir du territoire. Nous sommes parmi les plus jeunes de la nouvelle génération et pendant les dix premières années, depuis notre base de Castelfranco Veneto dans la campagne, loin des schémas du système théâtral, nous avons rassemblé les énergies et travaillé sur le terrain, en lien direct avec le public. »
Fortuny
L’Ottavo Peccato | Biennale Teatro 2011 - 14.10.2011
di Maja Cecuk
"This is my third attempt to present the Young Italian Theater scene and one question comes to my mind: where is the verbal discourse of this theater? My future expectation for the next show promises a similar situation. The selection presented in the Biennale, has no voice. It’s a very aesthetic theater, with very good and technically prepared performers, visually attractive, but could they have no discourse? Third show and still I did not even hear one word in Italian, only recorded and digitally manipulated voices. How come? Does it depend on programmers’ personal preferences? Is it a question of opportunities? Is it about trying and draw an international image towards a global market? Or the issue is to refuge from some other deeper problematic… I leave these questions for some later moment because I have already spent 2/3 of my assigned space and the Anagoor Company deserves my whole attention. The group was formed in 2000 and is a very interesting project based on multidisciplinary work. An investigation close to some performances from the 60’s and 70’s like Whitman’s, Jons’ or Desperate Optimists’. The mentioned show is dedicated to Mariano Fortuny’s sensual use of light, full of visual references to Tintoretto, Mycenae sculpture (related to Boltanski’s works) and impressive images of wounds from World War I; all this, accompanied with use of glitter on naked body creates very particular atmosphere".
Fortuny
iltamburodikattrin.com - 06.09.2011
di Roberta Ferraresi
"Negli ultimi anni festival e rassegne sono invasi da una forma piuttosto inedita di creazione teatrale, quella dello "studio": vuoi per via della struttura di alcuni premi (Scenario sceglie i propri vincitori fra progetti di venti minuti che saranno sviluppati in un secondo momento), vuoi per il mutare della soglia di attenzione o per assecondare i nuovi modi di fruizione, sempre sotto l'egida dei modelli assorbiti dai nuovi mezzi di comunicazione. Spesso il pubblico si trova dunque di fronte a formati brevi, sempre in divenire, quando addirittura non a veri e propri materiali di lavoro ancora allo stadio embrionale. In questo modo le compagnie possono sottoporre pubblicamente le proprie idee, sperimentare e testare le reazioni degli spettatori, in vista dello spettacolo definitivo.
"Genealogie" è un percorso che Il Tamburo di Kattrin intende offrire agli spettatori di B.Motion 2011: molti degli spettacoli e degli artisti in programma sono già stati ospiti delle passate edizioni del Festival o hanno avuto, durante l'anno, la possibilità di lavorare a Bassano alle nuove creazioni. In questa sezione vengono ricostruiti i passaggi, fra presentazioni e diversi studi, che dalle prime fasi di lavoro hanno portato alla realizzazione dello spettacolo, andando a scoprire come i diversi artisti utilizzano questa possibilità e quanto essa diventi un'occasione di confronto capace di incidere sul processo creativo e sugli esiti del lavoro.
Anagoor, compagnia di Castelfranco Veneto ormai presenza fissa di Opera Estate da diversi anni, giunge all'esito conclusivo del progetto Fortuny dopo un lungo percorso di ricerca, espresso di fronte al pubblico attraverso diverse performance: la prima al Festival Contemporanea di Prato, seguita da quella di Drodesera e di B.Motion 2010, fino all'esperimento site-specific che ha avuto luogo questa primavera a Palazzo Fortuny di Venezia. A differenza di altre modalità di ricerca, in cui lo studio è colto come occasione per approfondire un percorso lineare, che volta per volta viene rilanciato dall'esito scenico in questione, sembra che Anagoor utilizzi questi momenti per dare vita a uno sguardo ampio, divorante dell'immaginario e della storia. "Rizomatico" è forse la definizione che meglio si potrebbe accostare a un simile processo di lavoro, in cui i singoli episodi, pur nutrendosi di reciproche persistenze, si propongono in una dimensione di consistente autonomia.
1/4: HOW MUCH FORTUNE CAN WE MAKE? (performance)
Contemporanea Festival (Prato) - 28, 29, 30 e 31 maggio 2010
«Questa breve performance intreccia una relazione tra un giovane e l’immagine della Venezia antica che appare ne Il miracolo della Reliquia della Croce o L’esorcismo dell’indemoniato (The Healing of the Madman) una tela di Vittore Carpaccio. Il riconoscimento della vibrazione dolorosa sotterranea, interna all’opera d’arte, innesca un processo di deflagrazione della rappresentazione solare di una società che desidera vedersi rappresentata all’acme del proprio successo economico, politico e culturale».
Non essendo in grado di fornire qui un documento personale di questo primissimo approccio al progetto Fortuny, oltre alle parole della presentazione è possibile approfondire attraverso la rassegna stampa sul sito della compagnia.
2/4: WISH ME LUCK. (performance + videoinstallazione)
Drodesera Festival (Dro) - 23, 24, 25 luglio 2010
Fin dal titolo, questo episodio evoca la dimensione del viaggio: "augurami fortuna". E si apre l'itinerario all'interno del progetto Fortuny. Tre performer (Pierantonio Bragagnolo, Moreno Callegari e Marco Menegoni − anche interpreti dello spettacolo definitivo) alle prese con una sorta di rito iniziatico: la Forgia della Centrale Fies è trasformata in un interno antico, che potrebbe essere la sala di un palazzo o forse un laboratorio d'alchimia. Dal buio affiora un video, scomposto in due schermi vicini come nel lavoro precedente Tempesta: dalle estetiche inquietanti, mostra i tre emergere dalle acque lagunari e poi vestirsi per avviarsi a una rivolta mai rivelata. A conclusione del video, si scopre che uno dei tre è in scena, seduto su un tavolo, in attesa; subito un altro richiamo a Tempesta: il performer si avvicina alla Giuditta di Giorgione − ma qui non si tratta di contemplazione, mentre l'attore, dopo aver accarezzato l'immagine con una lama, ne incide e scalfisce la superficie lasciando fuoriuscire una nuvola di polvere dorata. Anagoor sembra voler introdurre lo spettatore nel proprio laboratorio intorno al progetto Fortuny, fra rimandi allo studio precedente e nuovi slanci, persistenze della propria biografia artistica e una quantità/varietà di materiali ancora in stato di lavorazione. Lo spazio è oltremodo saturo, una pienezza frutto di una composizione ben calibrata: i tessuti di Fortuny e i dipinti, i video e le progressive apparizioni dei performer che affiorano dal buio; ma la densità di questa creazione, già espressa dal suo disegno spaziale, si trova soprattutto nella precisione tagliente, nella decisione delle partiture gestuali e in una tensione irriducibile che fa vibrare la scena fra immanenza e trasformazione.
3/4: CON LA VIRTÙ COME GUIDA E LA FORTUNA PER COMPAGNA (performance)
B.Motion (Bassano del Grappa) - 3, 4 settembre 2010
La performance di Bassano, terzo momento del progetto, è invece assolutamente priva di ambientazione scenografica, incastonata com'è nello spazio ellittico della Chiesetta dell'Angelo. Fa la sua apparizione una donna, completamente coperta d'oro: fra il fumo denso che pervade la scena e un soundscape estremamente materico, comincia a muoversi, come ad insegnare al gruppo di performer che la seguono la direzione e il tempo del percorso che andranno a intraprendere. Anche qui si impone il leitmotiv della preparazione al viaggio, con la progressiva vestizione e il lavarsi reciproco dei protagonisti − ulteriore dimensione presente in Tempesta (la preparazione del performer), fra disciplina e ripetizione, ascesa e fallimento, che forse può emergere come caratterizzante della ricerca della compagnia.
4/4: BALLO VENEZIA (insediamento performativo)
Palazzo Pesaro degli Orfei (Venezia) - 18, 19, 20 febbraio 2011
Questo "insediamento performativo", ultimo passaggio prima dell'esposizione completa di Fortuny, si articola in diverse sessioni e approcci: al piano terra di Palazzo Pesaro degli Orfei (che fu abitato da Mariano Fortuny), l'installazione dei video già presenti nei precedenti episodi racconta tramite una tessitura vibrante della preparazione a una rivolta e rimanda alla distruzione delle gondole del 1507 ad opera di alcuni giovani veneziani. Dopo la video-installazione, che è una sorta di "prologo" capace di trasmettere una delle cifre ormai note della compagnia − quell'incontro mai garantito fra antico e contemporaneo − si accede alla performance vera e propria: la sala mantiene, seppur con un certo tentativo di sintesi, lo spessore dei tessuti di Fortuny, che qui trovano una precisa funzione scenica, mutandosi in progressivi sipari capaci di restituire un senso di stratificazione di segni ed emotività dalla qualità differente. I due schermi trovano posto su dei cavalletti da pittore, mostrando texture ipnotiche che poi si rivelano sculture mutilate, da intrecciare a malformazioni e deformazioni umane. La figura dorata di Con la virtù come guida rinfonde l'apprendimento di un moto a un gruppo di performer. Qui si innesta una variazione piuttosto singolare nel percorso del progetto: alzato un sipario, una schiera di figure femminili entra in scena ed entrambi i gruppi avviano una danza bidimensionale, che attraversa lo spazio in senso orizzontale, in una coreografia quasi di massa che sembra poter aprire nuovi sviluppi per il lavoro della compagnia.
Il soundscape materico lascia spazio, nell'ultimo momento della performance, ad una partitura di canti, eseguiti dal vivo al piano nobile del Palazzo.
Nel Ballo, allestito proprio in quegli spazi che furono laboratorio per Mariano Fortuny, si incontrano i segreti di una Venezia ferita (dal crollo del Campanile di San Marco in giù) e il labirinto di Teseo, imperfezioni e cangianze, la qualità luminosa della città e riferimenti estratti dal lavoro di Fortuny, segreti e rivelazioni − a comporre una performance che sembra porsi come manifesto di resistenza alle (non)politiche di un Paese che sempre meno si occupa del proprio patrimonio storico-culturale (e quindi, forse, del proprio domani ), in un cortocircuito fra passato e futuro efficacemente evocato dal lavoro di Anagoor.
FORTUNY
debutto a Drodesera Festival (Dro, TN) - 28, 29 luglio 2011
visto a B.Motion (Bassano del Grappa) - 1 settembre 2011
La Fortuna incarnata da una figura femminile dorata che ricorda la "banderuola" di Punta della Dogana (Occasio di Bernardo Falconi che rappresenta proprio la fortuna) a insegnare la strada a dei performer che sembrano intraprendere un viaggio; i due monitor che presentano immagini di statue, Venezie trafitte e figure umane oggetto di mutilazioni; i tessuti di Mariano Fortuny a mo' di sipari progressivi e il fumo che addensa la scena, la mummia, i dipinti e la cangianza dei corpi che svaporano ricoprendosi di glitter. E ancora la resistenza e la storia che riaccade, l'antico che incontra il moderno, l'apprendimento e la dimensione iniziatica, enigmatica. Sembra che Anagoor, nell'esito definitivo del progetto Fortuny, intenda far rientrare tutti gli (tanti degli) elementi incontrati lungo l'itinerario di indagine: in scena, infatti, si affiancano frammenti e squarci già intrav visti nelle performance che preludono allo spettacolo. Ma, estratti dal proprio contesto originario (quasi sempre gli interventi erano concepiti site-specific) e giustapposti, distillati in fermo-immagine da un percorso estremamente dinamico, sembrano più confondersi che partecipare a una composizione organica; forse è proprio la sottrazione dell'ambiente e il conseguente innesto in uno spazio neutrale (più vicino al non-luogo di Augé che alle raffinate collocazioni degli studi) a trasportare le azioni in una dimensione altra, fra l'impersonalità asettica, lo svaporamento dell'afflato filologico e l'affastellamento di idee. Sembra così che ognuno dei tre performer proceda all'interno di un proprio percorso conosciuto e definito (anche nelle situazioni più corali), facendo venir meno le linee di quella tensione che portavano a vibrare sia le partiture gestuali che i rapporti fra uomini e oggetti o immagini.
Di più, sembra che la compagnia si sia qui concentrata soprattutto sugli elementi residuali dalle performance di Drodesera e B.Motion 2010, privilegiandone i tratti costitutivi, mentre poco resta dell'efficace intervento a Palazzo Fortuny (dalla quantità dei performer coinvolti alla rarefazione iconografica, fino al rapporto con la storia, espresso là con particolare efficacia). Ma non è solo quest'ultima linea, che ha a che fare con la riappropriazione della storia (del passato e del futuro) in scena attraverso la performance − che sembrava di una pregnanza considerevole non solo nei termini di questo lavoro ma anche riuscendo a illuminare l'intera ricerca della compagnia − a mancare in Fortuny: anche la dimensione dell'apprendimento e dell'iniziazione (ulteriore elemento-chiave per il lavoro di Anagoor) è più accennata che sviluppata.
Si potrebbe ipotizzare che la compagnia si sia impegnata di più a risolvere un faticoso montaggio di spunti che ad esperire e trasmettere, com'è il suo solito e come si è visto nei diversi studi, un affondo progressivo nel materiale scenico . Gli episodi che precedono Fortuny erano infatti forti, da un lato, di una contestualizzazione ambientale che ne valorizzava la dimensione performativa e, dall'altro, di una concentrazione sorprendentemente eccessiva sui materiali che via via hanno caratterizzato la ricerca. Anzi, si può azzardare, quello che accadeva in scena e che magnetizzava l'attenzione del pubblico così come la tensione fra i performer, era proprio l'esposizione di una ricerca in atto, che dimostrava così tutta la propria instabilità, la propria urgenza, l'irriducibilità delle intenzioni; forse, in Fortuny, questa dimensione si è convertita in esito, andando a cristalizzare gli slanci interpretativi e ad omogeneizzare le relazioni fra i materiali".
Fortuny
Il Giornale di Vicenza - 03.09.2011
di Lorenzo Parolin
Joyce convince a metà Fortuny è sorprendente.
"Il rapporto tra la fragilità della vita e il tentativo di esorcizzare la morte: Bmotion giovedì sera, con in sequenza Città di Ebla e Anagoor, è sceso in profondità toccando, ora in maniera più concettuale ora più simbolica, i due interrogativi che segnano i confini dell'esistenza.
[...] Più caldo, invece, il saluto finale a "Fortuny" dei trevigiani Anagoor, un'ora più tardi al Garage Nardini. Anche qui le parole che si sentivano dal palco non arrivavano dalla voce degli attori, ma da una registrazione, e la narrazione è stata affidata a una sequenza densa di simboli. È nella cifra della compagnia di Castelfranco affidarsi a un simbolismo spinto all'estremo, rendendo concreto un gusto per la citazione e per il messaggio nascosto tipico di un certo umanesimo esoterico alla Pico della Mirandola, o alla Giorgione (per citare la "Tempesta" con la quale Anagoor è diventato un nome di prima fascia nel campo della ricerca teatrale). Con "Fortuny", ispirato alla vita di Mariano Fortuny y Madrazo, gli Anagoor hanno però proposto un salto dal Rinascimento al XX secolo, continuando nella loro opera d'indagine di un territorio, il Veneto, apparentemente poco votato alle esperienze di frontiera. In più, oltre che come rielaborazione della vicenda di Mariano Fortuny, il lavoro di giovedì sera può essere letto come generale metafora dell'esistenza che trova nell'arte una sorta di liturgia per raggiungere l'età adulta. Resta da registrare qualcosa nei ritmi, soprattutto in due crescendo a metà performance, che visti dal pubblico sembrano chiamare un finale che non arriva, ma gli applausi sul sipario che cala hanno premiato a ragion veduta un lavoro capace di offrire numerose chiavi d'interpretazione".
Fortuny
La Repubblica - 03.09.2011
di Rodolfo Di Giammarco
"Non è un festival di tendenza, o una manifestazione tematica e concentrata. "Operaestate" è piuttosto una galassia composita, una delle imprese culturali più a macchia d' olio nel panorama italiano, visto che alla sua 31ma edizione mette insieme, avendo Bassano del Grappa come città capofila, ben 35 comuni della pedemontana veneta, spaziando in tuttii linguaggi dell' arte (inizialmente, e lo testimonia la denominazione, nacque come appuntamento di lirica). C' è però da dire che nel quadro del festival estivo "diffuso", che dura due mesi, hanno preso piede da ormai cinque anni una coppia di sezioni di teatro e di danza efficacemente contemporanee, battezzate "B.Motion", con calendari compatti, con estensioni internazionali a livello di network europeo per la danza, e con monitoraggio di estetiche, drammaturgie e visioni performative delle nostre generazioni per quello che riguarda invece la scena. Curiosamente, sono passati due spettacoli italiani di gruppi molto quotati e in crescita, Città di Ebla e Anagoor, ed è emerso che entrambe le formazioni hanno lavorato su scritture, su estetiche e insomma su percezioni poeticheo figurative invariabilmente del primo ' 900. Agendovi sopra con strumenti di oggi.
[...] Altra storia, fisica e sempre palpabile, è quella plasmata dagli attori di Anagoor, con regia di Simone Derai, in Fortuny. Realizzato in memoria del geniale tintore di stoffe Mariano Fortuny y Madrazo, andaluso ma veneziano d' adozione, scomparso nel 1949, evoca arazzi damascati e gimnopedie di ragazzi "esploratori" che seguono la stella di una dea-modella esotica e dorata in un atelier composto da enorme ventilatore, da monitor collocati su vecchi cavalletti, e da un quadro del Tintoretto. Da qui zampillerà una polvere usata come pigmento dagli attori, fino a un epilogo con imballaggio/tumulazione di uno dei performer nel cavo di un' elegante mummia di stoffa. Impresa simbolica, ipnotica, con rischi decorativi, ma di innegabili suggestioni da factory della memoria [...]".
Fortuny
scatolaemozionale.blogspot.com - 02.09.2011
di Cristina Zanotto
"Prima scena: uno sfondo damascato che si alza lentamente lasciando spazio ad un palco più lungo che largo con un tendaggio barocco sullo sfondo. Tre uomini pronti per un lungo viaggio incontrano la "fortuna" - o almeno credo...- e con lei il viaggio ha inizio, con movimenti prima lenti poi veloci e intensi.
Seconda scena: il tendaggio barocco si alza e scopre uno spazio quadrato, circondato da pareti bianche, 3 quadri alle pareti che ricordano gli antichi tessuti, una panca bianca centrale. Gli attori si dispongono nella scena, spogliati dalle loro prime tenute e ora solo rivestiti da una tunica nera che li incappuccia.
Terza Scena: un enorme quadro scende dall'alto sovrastando la scena, per scendere a pieno titolo in verticale sulla destra.
Quando penso agli Anagoor mi vengono in mente: gusto estetico,
cura del dettaglio, ricerca della scena e...uomini incappucciati.
Con FORTUNY al B-MOTION dell'OPERA FESTIVAL VENETO di Bassano del Grappa, Anagoor ci ha fatto assistere ad una grande opera d'arte.
Non c'è un'immagine che non sembri una foto,un quadro, tutto è curato nei più piccoli dettagli.
E non posso far a meno di pensare all'enigma, alle domande, che mi affollano la testa, nel tentativo di dare un significato a quello che i miei occhi vedono, che le mie orecchie sentono e le mie emozioni percepiscono. Uno spettacolo non spettacolo, si perché sarebbe riduttivo dare una semplice definizione di questo tipo al lavoro degli Anagoor, che da sempre fanno una ricerca minuziosa iconografica, storica, unendo diversi aspetti della ricerca non solo teatrale ma prima di tutto umana.
Ecco, quando penso a Fortuny penso ad un grande quadro in movimento, in cui l'equilibrio scenico, ogni minuzioso gesto degli attori e le musiche ne fanno da protagoniste cercando di segnare una drammaturgia per immagini, dove lo spettatore può, a questo punto, farsi trascinare da quello che vede o da quello che vuole o pensa di vedere".
Fortuny, il teatro oracolare di Anagoor
myword.it - 09.08.2011
di Renato Palazzi
"Il lavoro presentato a Dro segna la punta avanzata di un percorso molto originale ma anche il suo compimento. Che ne sarà, ora, della new wave teatrale italiana?
Più che un periodo di particolari scoperte o innovazioni, quella che si sta concludendo in questi giorni coi vari festival estivi mi è parsa soprattutto una stagione di conferme. Dopo una lunga fase di esuberante fermento creativo, tutti i gruppi che si sono affermati negli ultimi anni hanno confermato gli eccellenti livelli raggiunti, senza cadute o passi indietro. È un segnale certamente positivo, la prova di una continuità, di una maturità ormai acquisita. Ma forse è anche il segnale che, nel prossimo pezzo di strada, bisognerà cercare di cambiare qualcosa, di trovare uno scarto, un ulteriore slancio, o l’intera ondata rischia di fermarsi.
Anche gli Anagoor, col debutto a Drodesera del loro nuovo spettacolo, Fortuny, hanno ribadito le caratteristiche che già si conoscevano. Hanno ribadito di essere, nel panorama teatrale attuale, una realtà a sé stante per l’alta ricerca estetica e la qualità per così dire spirituale che la contraddistingue. Hanno ribadito la natura orfica, ermetica, quasi esoterica della loro ispirazione. Hanno ribadito l’indissolubile legame con le arti figurative, che non consiste in una mera trasposizione dei quadri in immagini sceniche, ma in un rapporto intellettuale profondo, in un bisogno di attingere continuamente al pensiero e al sapere dei grandi della pittura, prevalentemente rinascimentale.
Ci sono, a mio avviso, due elementi che illustrano eloquentemente l’anima del gruppo. Uno è l’uso di cavalletti da pittore per sostenere dei modernissimi schermi a cristalli liquidi: è un emblema delle contaminazioni, dei costanti interscambi tra presente e passato che improntano il lavoro di Simone Derai e dei suoi attori, nel segno di un raffinato anacronismo. L’altro è il grande ventilatore appoggiato su un lato della scena, che per tutta la durata dell’azione scuote i sipari, scuote i costumi, investe i personaggi stessi. Quel vento indifferente della storia, del tempo, del destino - che non si sa se preannunci un’apocalisse o una rinascita - mi sembra una perfetta sintesi della cifra simbolica degli Anagoor.
Poi, certo, occorre anche entrare nel dettaglio delle loro ardue costruzioni drammaturgiche, che vertono in questo caso su Mariano Fortuny – pittore, fotografo, scenografo, mirabolante creatore di tessuti - e sul suo rapporto con la Venezia del primo Novecento. Più che come un individuo storicamente identificato, Fortuny parrebbe essere stato assunto come incarnazione di un certo rapporto totalizzante con l’arte, con la classicità, con l’esotismo, con l’enigmatica tortuosità degli arabeschi. E questo tema si intreccia con quello dell’adolescenza inconsapevole e selvatica, e del suo difficile approccio a una bellezza antica.
Quelli che vediamo all’inizio, fuori dalla spessa cortina di tela che chiude la scena, sono tre ragazzi con felpe e zaini che, avviati da una voce autoritaria a una disciplina di rinunce e sacrifici (le parole dell’incipit sono di Eschilo) partono per una sorta di viaggio iniziatico, spogliandosi poi dei loro abiti per indossare dei ruvidi mantelli da penitenti o da navigatori. Guidati da una figura femminile col corpo nudo luccicante d’oro – che rappresenta forse la Fortuna – varcano la parete di tela per entrare in un atelier pieno di stoffe preziose, tracciano segni neri sulle immagini digitali di due statue greche, infliggono un taglio a un grande quadro di Tintoretto, da cui scaturisce una polvere d’oro che copre le loro membra. Uno dei tre si fa cucire nell’involucro di una mummia.
Non proverò neppure a decifrare i vari tasselli di questa crittografia misteriosa, in cui ambiguamente convergono il bene e il male, la dedizione e la violenza: è uno sforzo che richiederebbe pagine e pagine di riflessione. Gli Anagoor, d’altronde, citano non a caso il linguaggio dell’oracolo, che “non spiega mai e non nasconde mai, ma che sempre significa”. E questa è ovviamente una dichiarazione di intenti. Dirò soltanto che lo spettacolo è molto bello a vedersi, curatissimo, e percorso a tratti dalle folate di un’intensità squassante. C’è, nel teatro di questa giovane compagnia, la perenne nostalgia di un assoluto - non importa quale assoluto - che diventa persino dolorosa.
La domanda, però, è se questa versione più dilatata e ritualizzata aggiunga davvero qualcosa rispetto agli “studi” presentati finora. Il percorso, di sicuro, andava chiuso, e si comprende l’esigenza di inquadrare una serie di suggestioni sparse in un contesto che dia loro una direzione e una forma compiuta. Ma a questo punto il problema, se un problema c’è, non riguarda solo gli Anagoor, e si torna giocoforza all’osservazione iniziale: come le proposte di tanti altri gruppi della stessa generazione, in questo momento Fortuny è la conferma di un talento riconosciuto, non un ulteriore passo avanti. E forse certi procedimenti a tappe, tipici dello scorso decennio, andrebbero ormai considerati superati".
Fortuny - Augurami Fortuna
cultureteatrali.org - 09.08.2011
di Monica Cristini
"[...] Anagoor ha presentato la prima parte del progetto FORTUNY, Augurami Fortuna (le altre due parti del progetto, Con la virtù come guida e la fortuna per compagna e How much fortune can we make? sono state protagoniste del programma di domenica 7 agosto). ‘'FORTUNY non è un progetto teatrale attorno alla figura di Mariano Fortuny, ma di lui assume lo sguardo complesso sulla preziosa delicatezza di Venezia con l’intento di catturare il cuore del suo fervente lavoro sulla catalogazione della memoria e sulla trasmissione delle forme e osservarlo come metafora di un intervento attivo in difesa di qualcosa di altrettanto prezioso che avvertiamo minacciato’. Queste le prime righe della presentazione per lo spettacolo che prende le mosse dall’episodio storico che, in una notte del 1500, vide distrutte tutte le gondole in Canal Grande: un gesto fortemente simbolico attuato da un gruppo di giovani veneziani che, così si narra, ammutolì l’intera città. Lo spettacolo, allestito nel cortile di Villa Revedin Bolasco (Castelfranco Veneto), si articola in due parti nettamente separate per modalità e mezzi impiegati. Un primo tempo vede l’interpretazione di un antico canto evocativo, eseguito da due cantanti con la sola voce senza il supporto di altro strumento, nella suggestiva cornice architettonica sottolineata da un sapiente uso della luce che evidenzia il chiaro-scuro delle forme. L’installazione site-specific unisce al tessuto sonoro due video che si compenetrano, diventando uno il prolungamento drammaturgico-spaziale dell’altro, quindi commento e al contempo prosecuzione, i cui protagonisti sono un gruppo di adolescenti armati di mazze da baseball che si confrontano con i simboli della città attraverso una ‘performance rituale danzata del lutto come uno strumento di opposizione, unico mezzo per esercitare una rivendicazione’.
Spettacolo, quello di Anagoor, che nonostante si avvalga di ‘una drammaturgia per immagini che sceglie la forma dell’enigma perché, per paradosso, il pensiero sia più chiaro a chi vorrà ascoltare e vedere’, credo acquisti una maggiore fruibilità nella completezza della sua realizzazione, data la ricchezza e complessità del progetto FORTUNY e dell’azione drammaturgica che lo delinea".
Fortuny
Il Manifesto - 31.07.2011
di Gianni Manzella
"[...] Dall'affastellarsi di materiali di gusto pittorico di uno studio presentato qui l'anno scorso è partito Anagoor per il nuovo Fortuny che rende omaggio, nel titolo e nei decori, al collezionista d'arte veneziano (e straniero insieme, perché spagnolo d'origine) vissuto a cavallo dei due secoli passati, Mariano Fortuny appunto. Vittime della bellezza potremmo definire Simone Derai e gli altri artefici del gruppo di Castelfranco Veneto, che si era fatto conoscere per una felice Tempesta ispirata alla più celebre opera di Giorgione, inevitabile genius loci del paese di provenienza. Il tema della felice tempesta ritorna nella nuova creazione intrecciato alla fortuna evocata per assonanza dal titolo. Al centro del lavoro c'è infatti una grande tela del Tintoretto che cala dall'alto nel mezzo di una scena contornata di arazzi in cornice e battuta dalla bufera artificiale creata a vista dalle pale di una macchina del vento. San Marco salva un saraceno durante un naufragi, ed è già un bel pezzo di Venezia. Prima però c'era stato l'approdo di tre giovani viaggiatori in felpa e zaino sul pontile di legno, abbagliati dall'icona danzante di una figura femminile vestita di polvere d'oro. È con i loro occhi stranieri che ci si immerge in questa tessitura iconografica, mentre i loro corpi si coprono della polvere d'oro che scende anche da un taglio del dipinto. Non tutto funziona ancora nel lavoro di Anagoor, per i tempi come per l'intensità emotiva, ma siamo solo al debutto".
Rivelazione+Tempesta
azeglio.wordpress.com - 30.07.2011
"[...] Rivelazione è un lato B di Tempesta: in sei meditazioni Anagoor racconta la genesi della riflessione sull’opera pittorica di Giorgione. E’ un’introduzione utilissima allo spettacolo che seguirà, soprattutto per chi come me decodifica con scioltezza le narrazioni più che le apparizioni. Tempesta è una sinfonia visiva purissima. Anagoor ridisegna le opere di Giorgione in uno spazio bianco, due schermi e un cubo. I personaggi dei dipinti si fanno carne davanti agli occhi e senti che niente è fine a se stesso in queste composizioni. E’ un teatro che presuppone un pubblico colto, che possa cogliere tutte le implicazioni di un’operazione come questa. Io mi sento un po’ in soggezione. Vorrei chiedere ai presenti se sono la sola a fare di questi pensieri, ma vedo troppi tagli di capelli ricercati e montature d’occhiali originali che mi respingono. Vado in bagno mi guardo allo specchio e realizzo che più o meno anch’io sono così [...]".
Magnificat
scatolaemozionale.blogspot.com - 04.07.2011
di Cristina Zanotto
"Magnificat - Magnifico - Denso - Ipnotico - Commovente - Poetico.
Anche questa volta Anagoor ha colpito il profondo.
Un sottofondo acustico stropicciato accoglie lo spettatore nella cornice del Castello di Monselice, all'interno di OperaKantica 2011.
Una semplice quinta nera e 2 microfoni in scena e lei, Paola Dallan, cammina leggera sul palco, un vestito nero, lungo, i capelli raccolti...cammina insieme al brusio di sottofondo.
Avanza lentamente verso il microfono e inizia a parlare.
Ma la voce è diversa, arriva alle spalle dello spettatore, come se fosse una voce esterna, una riproduzione acustica del medium telefonico che tutta ad un tratto colma il vuoto scenico e ipnotizza la sala, abbracciando il pubblico.
Magnificat è un poemetto, uno dei più recenti componimenti di Alda Merini che testimoniano la sua fase mistica, in cui si descrive una Maria come mai avevamo visto, in tutta la sua complessità di adolescente, di donna, di madre e di sposa.
Una creatura in tutta la sua fragilità di carne e di spirito, spaventata e coraggiosa e...innamorata di Dio.
Infatti la prima lettura ricorda una conversazione telefonica tra amanti:
"Ho saputo tutto di te/come ogni donna terrena/sa tutto dell'uomo che ama".
"Nessuna carezza/è mai stata così silenziosa/e presente/ come la mano di Dio".
Anagoor che solitamente spinge su una ricerca iconografica e di immagini, questa volta ritorna alla voce, esclusivamente all'eleborazione musicale e vocale. Grazie alla sensibilità e all'interpretazione di Paola Dallan, ci viene regalato un puro momento di poesia che commuove e riempie lo spazio con la densità delle parole".
Ballo Venezia
Hystrio n.2 / 2011
di Laura Bevione
Il destino di Venezia tra Bellezza e Fortuna
"Evento conclusivo di un articolato percorso in quattro tappe – le precedenti a Prato, Dro e a Bassano – lo spettacolo degli Anagoor è il luminescente risultato di una strenua e necessaria ricerca della bellezza e della sua austera ed arcaica purezza. Il luogo della messa in scena – il raffinato e maestoso Palazzo Fortuny – dona certo un non indifferente valore aggiunto, ma la ricercata estrosità dei suoi arredamenti si sposa a meraviglia con la predilezione della compagnia per pesanti tessuti damascati che divengono anche sipari, così come con la creazione di situazioni teatrali di evidente discendenza pittorica. È una drammaturgia fatta di immagini e di gesti e non di parole, quella degli Anagoor, che sanno abbinare coreografie minimali e stilizzate ad eterogenee suggestioni visive. I video in bianco e nero, che restituiscono una Venezia antica e ferita dalla guerra, concludono un’azione scenica costruita su una danza corale che, nella sua prima parte, si sviluppa secondo moduli ieratici per poi sfociare in un ballo apparentemente disordinato e comunque liberatorio. Ragazzi in bluejeans e felpa con cappuccio si contrappongono a una schiera di leggiadre fanciulle in abito nero di foggia antica: a legare i due gruppi, la Fortuna stessa, incarnata da una donna ricoperta da vernice dorata. Il rimando è a eventi legati alla storia della Serenissima. Altro stimolo creativo è l’indagine della biografia dello stesso Mariano Fortuny, artista del tessuto e collezionista nella Venezia di fine Ottocento e, anch’egli, alla costante ricerca della bellezza ideale. Bellezza dunque, ma anche Fortuna e Virtù, sono gli oggetti della riflessione teatrale degli Anagoor che sanno svicolare con grazia e rigore intellettualismi e compiacimenti eruditi riuscendo a creare atmosfere rarefatte e stratificate, scosse da voci e musiche che paiono giungere da una dimensione altra e abitate da uomini e donne di iconica e sconcertante pregnanza".
Ballo Venezia
cultureteatrali.org - 22.03.2011
di Silvia Mei
“In tempi di ritorno all’ordine, tagli alla cultura (spettacolo e affini in primis) e recupero della territorialità (linguistica, economica, etc.), il Veneto potrebbe giustamente apparire come il rigurgito più acido del provincialismo italiano sulla scorta del Carroccio e del suo villaggio, di cui tutti ricordano l’esilarante presa nel 1997 del campanile di San Marco, con il cosiddetto tanco dei prodi padani che girava a vuoto nella piazza del Sansovino in attesa di una sommossa civile collettiva. Sappiamo tutti com’è finita, a disonor della storia (d’Italia).
Del resto Venezia e il Carnevale condividono un medesimo e triste destino, maschere e dialetto, che di questi tempi – tempi di pensieri deboli e poteri (troppo) forti – dettano il giorno e la notte. Il teatro in Veneto è però un teatro nazionale che tracima il regionalismo vivendo di un profondo radicamento nel territorio. Non è un vezzo tantomeno un paradosso: è la resistenza del teatro dell’ultima generazione, di nuovi gruppi e di spazi teatrali alternativi che affiancano e sostengono l’attività dei due tra i più importanti appuntamenti festivalieri e produttori teatrali italiani come Bassano del Grappa e Drodesera Fies.
[...] A Venezia (e nel Veneto) non è l’ufficialità degli Stabili a promuovere il nuovo teatro, ovvero la ricerca scenica teatrale, ma piccole realtà ricavate in vissuti spazi della città, spazi non teatrali approntati in sale da spettacolo. Qui passano anteprime, studi, nuove produzioni, site specific, prime visioni, progetti scenici, rassegne tematiche che raccolgono un bacino teatrale davvero vasto, nazionale, con spazio alle compagnie e gruppi locali.
D’area Veneta – ha sede a Castelfranco Veneto (Tv), dove si raccoglie nel 2000 intorno a Simone Derai e Paola Dallan – è la compagnia Anagoor che per Fondamenta Nuove (www.teatrofondamentanuove.it) propone l’ultimo dei quattro episodi della nuova produzione, Fortuny, di prossimo debutto in forma di spettacolo. Si tratta di un site specific, Ballo Venezia, evento esclusivo portato nel grembo dell’officina e del laboratorio dell’artista catalano, Mariano Fortuny y Madrazo, figlio d’arte, inventore di moda, stilista ante litteram, artista applicato e anche pittore, fotografo, illuminotecnico, scenografo. La sua produzione, dagli oggetti d’arte e moda alle creazioni e progetti scenici, è stata copiosa e considerevole, patrimonio della città di Venezia e di un’Italia che da sempre saluta e ospita illustri pensatori e artisti (è da ricordare che proprio dirimpetto alle Fondamenta Nuove, nell’Isola di San Michele, riposano tra gli altri, nel cimitero monumentale, Serge de Diaghilev e Igor Stravinskij).
Anagoor (www.anagoor.com) lavora qui lungo due assi convergenti che affondano nella quieta gaiezza del revival neoclassico, capace di intercettare il contemporaneo negli accessori pop di sneakers e felpe di coreuti, fanciulle e ragazzi, separati da drappeggi che ritmano lo spazio museale di palazzo Fortuny, come in un bassorilievo fidiano. Ballo a Venezia riecheggia, seppur diversamente, Voci/Versi allestito nel Museo Canova di Possagno (Tv), dove algide e pensose ninfe in lutto, vagabonde villi senz’anima nel freddo riflesso del marmo della Gipsoteca, raggelano le fanciulle di Frank Wedekind e la loro educazione fisica, tragicamente tradotta in film da John Irvin (L’educazione fisica delle fanciulle, 2005). I giovani sono appunto il rio lungo il quale scivola l’attenzione di Anagoor nel cortocircuito tra la sommossa della compagnia dei giovani nel 1507 a Venezia, con la distruzione di tutte le gondole in Canal Grande, e la pericolosa fragilità dei nostri adolescenti. Ribolle di violenza una delle installazioni che precedono l’episodio Ballo a Venezia: le serafiche calli veneziane, come in una tela metafisica, trattengono terribili, ma invisibili, accessi di violenza da tragedia greca. Sono appunto korai e kouroi sbrecciati, in dialogo su due schermi ruotanti, cornici e display che aggiornano la tecnica dei cartoni fin de siècle, a trasmigrare negli orrori medici del furore eugenetico nazista, mentre una banda di efebi si dispone in scena riecheggiando la texture apollinea degli scatti di Wilhelm von Plüschow e Wilhelm von Gloeden”.
Ballo Venezia
L'Espresso blog - 26.02.2011
di Roberto Rinaldi
"La luce e i colori della Serenessima. Ballo Venezia degli Anagoor fa rivivere l'arte preziosa di Mariano Fortuny, un artista innovatore.
Splendore, fortuna, luce, riflessi dorati sulla Serenissima. Venezia, luogo di fasti e ricchezze. E’ qui che Mariano Fortuny i de Madrazo, celebre pittore e scenografo d’origini spagnole, si distinse per talento e immaginazione, lasciando tracce indelebili del suo talento. Un artista innovatore fautore di una ricerca scientifica approfondita sui rapporti tra luce, dispositivi speculari e tempi di esposizione. Tra i primi a sperimentare le diapositive colorate, Fortuny rivoluzionò le scenografie teatrali della Fenice di Venezia e di altri teatri. Seppe rivoluzionare i sistemi d’illuminazione del palcoscenico e allestì l'intero ciclo wagneriano dell'Anello dei Nibelunghi in un unico spettacolo, folgorato da Wagner dopo un viaggio a Bayreuth. Fortuny operò una vera e propria riscoperta dei costumi autentici dell'antica Grecia che disegnò sui modelli originali per Isadora Duncan. I suoi costumi s’ispiravano ai disegni orientali degli arazzi medievali e ai dipinti del rinascimento veneziano, dove traeva motivi per le sue stoffe, i suoi costumi teatrali e i suoi abiti alla moda. A diciotto anni si trasferisce a Venezia, dove inizia a frequentare i circoli accademici e i cenacoli artistici internazionali: tra i suoi amici Gabriele D'Annunzio, Hugo von Hofmannsthal, la marchesa Casati, il principe Fritz Hohenlohe-Waldenburg.
Nell’ultimo periodo della sua vita visse nella sfarzosa dimora di San Beneto, denominato anche Palazzo Fortuny, una delle sedi dei Musei Civici Veneziani, magnifico esempio di architettura gotica, dove il gruppo teatrale degli Anagoor ha messo in scena la sua perfomance “Ballo Venezia”, (l’ultimo di quattro episodi di “Fortuny”), suadente danza che fa da coreografia a un racconto d’immagini evocative. “Le immagini iniziali fanno parte di un percorso di rappresentazione del volto, della figura umana nell'arte greca. In ordine anche cronologico. Dall’arcaico alle forme compiutamente classiche ai movimenti espressivi della più tarda arte ellenistica – spiega il regista Simone Derai – e sono i volti di Korai e di Kouroi, scelti come aggancio alla molteplicità di riferimenti artistici di Mariano Fortuny, in particolar modo al doppio filo con cui il suo sguardo cuce le Venezia antiche all'oriente. Il gotico medievale di Venezia è continuamente intessuto di rimandi grecizzanti, romani e islamici e in Fortuny queste vie sono rilette tutte in modo del tutto originale, ora lasciando emergere di più il romanticismo di stampo nordico, ora di più i labirinti cretesi” Il regista del collettivo degli Anagoor crea un collegamento con il nostro presente, quando dice che “nei giorni dei crolli di Pompei, sollevare lo sguardo su quei volti è come rivolgere un ultimo sguardo a volti cari che stanno per essere perduti. Di qui la vicinanza con i volti sfigurati dei giovani inviati al macello proprio della Prima Guerra Mondiale (allo stesso conflitto fanno riferimento le foto di Venezia di Fortuny). Le immagini della Venezia ferita e i tentativi di proteggerla arrivano dall'Archivio fotografico di Mariano Fortuny che era incaricato perché Catalano, e quindi neutrale, di sovrintendere ai lavori di protezione dei beni e poi anche nel dopoguerra di sovrintendere ai patteggiamenti per restituzione e danni. Sono una testimonianza pazzesca di sforzo e tensione epici anche abbastanza vani in alcuni casi”.
Un accostamento tra reperti di statue greche e i volti sfigurati dei giovani militari. Una commistione di sacro e profano dove appare Venezia e la sua luce che si riflette sull’acqua della laguna, sui palazzi signorili. Evocazioni suggestive e cronache della vita veneziana, come la distruzione delle gondole risalente al 1507, raccontato dallo storico dell’arte André Chastel: “Tutte le gondole in Canal Grande furono fracassate. Il mattino seguente, Venezia risvegliandosi, ammutolì di fronte allo scempio, cattivo presagio”. Gli Anagoor hanno inteso così costruire per stratificazioni e comparazioni, riunendo per simboli, immagini, metafore, iconografie visuali, movimenti coreografici rallentati e meditati. Sullo sfondo una divinità dorata, dea pagana elevata a culto ispirato a devozione, attorniata da vestali funeree, danzatrici in cerchio come una ruota che gira mossa da moto perpetuo. Sulla scena compaiono i perfomer maschi coperti dai loro cappucci di felpa che nasconde i visi, e si muovono nel loro lento rituale con le braccia rivolte verso un orizzonte infinito. E’ il loro “costume di scena” a dimostrare come l’abito di un giovane della nostra epoca, riveli la necessità di guardare avanti, aprire al futuro, cercare nuove strade da percorrere.
Senza rinnegare il passato e le tradizioni secolari. Lo stile è quello degli Anagoor, elegante, raffinato, cifra stilistica che riunisce estetica e studio filologico. Non è importante valutare l’esito del cite specific realizzato, ma ciò che sta dietro al progetto drammaturgico che indaga come un archeologo fa nello scavare per riportare alla città antiche. Lo sforzo degli Anagoor è di non sottrarsi alle tensioni che attraversano la nostra società contemporanea. Ascesa e caduta rovinosa di una civiltà sempre più degradata e degradante, rovine e macerie seppelliscono il diritto e la legalità, Pompei è una metafora di questa involuzione. C’è un barlume di speranza nella luce dorata che traspare nella messa in scena vista a Venezia. Città della luce resa immortale dai dipinti del Tiziano e del Tintoretto. La luce dei maestri come il Canaletto e il Giorgione al quale gli Anagoor sono legati da sempre per identità geografica e culturale e per aver dedicato alla sua figura di straordinario artista, un progetto scenico culminato con la creazione di “Tempesta”. In “Ballo Venezia”non c'è adulazione né compiacimento in quello che fanno, mentre traspare un’incessante ricerca di senso. In perenne progressione con l’intento di sfoltire in seguito il progetto che avrà un esito finale nell’estate 2011, quando sarà presentato compiutamente, grazie alla collaborazione di Teatro Fondamenta Nuove, Fondazione Musei Civici di Venezia, Centrale Fies e Operaestate Festival Veneto".
Ballo Venezia
nonsolocinema.com - 23.02.2011
di Elena Casadoro
"Luce, acqua, oro. E’ una Venezia misteriosa, arcaica e quasi mitica, quella evocata dalla compagnia Anagoor nella performance site specific “Ballo Venezia” allestita tra gli splendidi tessuti di Mariano Fortuny a Palazzo Pesaro degli Orfei il 19 e il 20 febbraio 2011.
Il breve spettacolo, per la regia di Simone Derai, è l’ultimo di quattro episodi di “Fortuny”, la nuova produzione della compagnia che verrà ultimata la prossima estate, realizzata grazie alla collaborazione di Teatro Fondamenta Nuove, Fondazione Musei Civici di Venezia, Centrale Fies e Operaestate Festival Veneto.
Ispirato all’opera teatrale che il pittore e scenografo spagnolo Mariano Fortuny i de Madrazo dedicò alla città lagunare nei primi anni del secolo scorso, il nuovo lavoro della compagnia di Castelfranco Veneto – tra le più interessanti sulla scena veneta contemporanea – è innanzitutto un tributo alla città di Venezia e alla sua memoria e un omaggio all’incredibile inventiva dell’artista Fortuny che, grazie ai suoi studi sui rapporti tra luce, dispositivi speculari e tempi di esposizione, rivoluzionò la scena teatrale europea dei primi del ’900.
Appositamente pensato per essere realizzato nella splendida cornice di Palazzo Pesaro degli Orfei, un tempo atelier di Mariano Fortuny e ora una delle sedi dei Musei Civici Veneziani, l’evento spettacolo si svolge tra il piano terra e il piano nobile del meraviglioso Palazzo gotico. La storia che fa da filo conduttore alla performance è ispirata al mito greco del Minotauro e il ballo a cui si fa riferimento è la danza di dolore a cui Teseo e i suoi compagni si sarebbero abbandonati per aver lasciato Arianna su un’isola mentre tornavano a casa dopo aver ucciso il mostro. Naturalmente la trama è solo una traccia per incantare lo spettatore tenendolo sospeso in uno spazio senza tempo, ipnotizzato dai movimenti sinuosi di una divinità dalla pelle dorata e dalla ritmicità gestuale di un gruppo di giovani danzatori e danzatrici – selezionati da un laboratorio di coreografia del progetto Giovani a Teatro - che via via si manifestano sulla scena.
Secondo lo stile di Anagoor, che già abbiamo avuto modo di apprezzare con i lavori sul pittore Giorgione, anche in “Ballo Venezia” il fine ultimo è creare uno spettacolo di grande valore estetico in cui il confine tra teatro e performance artistica è estremamente labile. La recitazione è quasi assente e tutto fa perno sul suono, una pulsazione elettronica che da un ritmo base, quasi primordiale, diventa progressivamente una ossessiva danza “techno-primitiva” per trasformarsi infine in canto, quando l’azione finisce e la scena si trasferisce nel piano nobile del Palazzo. Sapiente l’uso del video, perfettamente integrato nello spazio scenico e coprotagonista, insieme alla musica, dell’azione.
Molte sono le suggestioni riconducibili alla città di Venezia e ai suoi maségni, alla sua luce, al colore dorato dei mosaici della Basilica di San Marco e al movimento dell’acqua, ma vi sono anche riferimenti a fatti storici precisi come la distruzione delle gondole che – secondo il racconto dello storico dell’arte André Chastel - avvenne nel 1507 da parte delle compagnie dei giovani, e fu il segno dell’imminente declino della Serenissima. La forza ribelle degli adolescenti, nascosti nei loro cappucci neri, è un altro dei temi cari ad Anagoor, che li ritiene portatori di un rinnovamento sociale e culturale necessario in un mondo ormai invecchiato e ripiegato su se stesso, svuotato - come Venezia - a cui non resta che la bellezza esteriore come estrema chance di sopravvivenza.
Aspettiamo di vedere l’opera completa, ma intanto “Ballo Venezia” ci ha permesso di rivivere il magico atelier di Fortuny, ci ha ricordato un episodio dimenticato della storia di Venezia e soprattutto ci ha fatto venire voglia di alzarci in piedi e danzare".
Tempesta
totaltheatre.org.uk - 29.01.2011
di Charlotte Smith
"Intensity and iconography are central to Tempesta, a piece by the Venetian company Anagoor. Based around a painting by the Renaissance artist Giorgione in around 1508, it also gives a new slant on the idea of live art.
Performers Anna Bragagnolo and Pierantonio Bragagnolo both mirror and distort film footage of themselves on two screens. Sometimes they are so in-synch that the filming could be live; at other times, the setting or sequence is clearly different.
There’s a heightened tension and chivalry in the male and female figures. They have a strong, silent physical presence, such as when the naked woman reclines languorously, as in the painting. Close-ups on film, such as of the man’s armour, amplify this.
Light and sound convey weather and the elements. From the opening rumbling, the sound is punchy and vibrates around the audience. In the later scenes, a shaft of light is beautifully recreated, like sunlight in a woodland clearing.
Anagoor seem to have a genuine connection with Giorgione, who died at the age of 33, probably from plague. Their programme notes explain: ‘Trying to focus on Giorgione’s work is like trying to observe the Seven Sisters constellation – you see it better if you don’t stare at it directly. Outwardly calm and conventional, each of his pictures raises doubts in the viewer’s mind, hinting at a more complex web of meanings.’
The production may, however, be an acquired taste. Although the sound and movement help provide pace and variety, the structure isn’t entirely clear as the audience is left wondering when to clap.
The artistic richness can be cloying – beautiful young performers exploring the nature of beauty, sensuously and slowly. That said, the images do linger, such as that of a simple white tent billowing in the wind".
Tempesta
livetraces.com - 29.01.2011
di Harriet Piper
"Anagoor is an all-encompassing performance, celebrating theatre without words. It is as if being inside a painting- as it is created, layer upon layer- with very careful consideration of the formal relationship between each of the elements. The audience is invited to enter into a mysterious space where meaning is uncertain.
Things disappear and reappear- as they would in the making of a painting- creating a constantly changing painterly triptych. The three frames consist of a large glass box, in which two live performers slowly move; and two screens, onto which videos are projected. The images in the three frames compliment each other, adding to the close attention to detail. In a midst of smoke we watch a performer slowly remove a bright red jumper, as if it were a stroke of red paint. Close ups of this act are projected onto the two screens, the red being carefully moved across each of the canvases in subtly different ways.
Sound dramatically affects the atmosphere, further encompassing us into this world of moving images. It creates a collective fear amongst us; as soon as we begin to relax, the intensity of the sound suddenly increases, causing the whole space to vibrate, so much that we jump in fright. The music is never mere accompaniment to the images: the performers do not move to its rhythm. It exists very much as its own element in the space, and usually in juxtaposition to what we see. It is only in the moments of extreme intensity that the sound corresponds to the images: light moves as if it is beating in rhythm to the music; fans spin and sounds exaggerate their whirr; films show trees and hair blowing in the wind and loud whooshing sounds emphasise the winds effect. We also literally feel this wind, created by a large fan in the space.
This Italian theatre is refreshing, alluring and memorable. It provides a truly unique experience which cannot be properly described in words. I urge you to see it!"
Tempesta + Rivelazione
artitude.eu - 30.11.2010
di Roberto Rizzente
"Nel tentativo di rinnovare il repertorio, sempre più il teatro trova nella storia dell’arte un serbatoio inesauribile d’immagini e problematiche, ancora in parte inesplorato. Se per molti questo si traduce nel citazionismo di generi e opere (il bellissimo Tre studi per una crocifissione di Danio Manfredini, ispirato ai trittici di Francis Bacon), oltre che nel riferimento drammaturgico alla vita di qualche pittore illustre (L’odore assordante del bianco di Stefano Massini sul più dibattuto tra gli autori contemporanei: Vincent Van Gogh), capita di trovare gruppi in cui l’adesione è più profonda, più essenziale, connotando la poetica della compagnia. Così è per Anagoor: fondato nel 2000 a Castelfranco Veneto da Simone Derai, Marco Menegoni, Anna Bragagnolo e Paola Dallan, cui si aggiungono negli anni Moreno Callegari e Pierantonio Bragagnolo, il gruppo individua nell’arte rinascimentale un riferimento teorico e stilistico imprescindibile, costruendo intorno ai quadri della tradizione spettacoli di limpida e cristallina purezza, in cui è facile trovare un appiglio contro l’uso strumentale e acritico che oggi viene fatto della storia.
Punto di arrivo di questo percorso è Tempesta. Lo spettacolo, che si meritò, nel 2009, una segnalazione speciale al Premio Scenario, è costruito intorno ad uno dei quadri più famosi e controversi di Giorgione (1478-1510). Come nel dipinto, lo spazio, qui, è tripartito, suddiviso tra un prima - il cubo in vetro sulla destra, i due schermi sulla sinistra - e un oltre - lo spazio mistico sul fondo, di un bianco assordante, deputato alle apparizioni. La stessa iconografia rimanda al modello rinascimentale, dalla donna, nuda, pudicamente sdraiata su di un divano cinquecentesco (e la memoria corre a Tiziano e a Manet, oltre che a Giorgione), al cavaliere, un giovane in armi che, appoggiato ad una lancia, osserva la scena. Fino alla tempesta che, a lungo attesa, irrompe sulla scena, scompigliando i fragili equilibri fra gli astanti, prima di perdersi tra le meraviglie del Paradiso terrestre. Ma quello che più desta meraviglia è la capacità – sorprendente in un gruppo di ragazzi così giovani – di rendere l’atmosfera misterica del quadro, cui negli anni sono stati attribuiti significati biblici (Mosé; Adamo ed Eva), mitici (Giove ed Io), filosofici (Cielo e terra) e allegorici (Fortuna, Fortezza e Carità). Così, nello spettacolo, la presenza degli interpreti, sempre sfuggente, assorbita com’è dal gioco variopinto dei colori, oltre che del buio e della nebbia, rimane sempre al di qua di una realistica interpretazione, e irrisolto rimane, per tutta la durata della performance, il loro rapporto. Col risultato di rendere questa Tempesta sfuggente ed enigmatica, allegorica e sensuale insieme, sempre affacciata sull’orizzonte delle grandi problematiche (la fugacità della vita e della giovinezza), ma mai didascalica.
Evocato nella Tempesta il riferimento a Giorgione torna, ancora più esplicito, in Rivelazione. Sette meditazioni intorno a Giorgione. Presentato in occasione della mostra di Castelfranco dedicata all’artista nel cinquecentenario della scomparsa, lo spettacolo nasce dall’incontro di Anagoor con Laura Curino. «In quei giorni di residenza e di scambio sono stata lì per insegnare loro un'arte, quella del narrare. Loro erano lì per insegnarmi un artista, Giorgione, su cui stavano da tempo progettando un'opera teatrale, Tempesta. Anche al tempo di Giorgione l'antica bottega, il laboratorio degli artisti generava così il sapere: nel lavoro, nello studio e nello scambio». A differenza di Tempesta i significati, qui, sono molto più espliciti: c’è un libro, addirittura, che li compendia: I cieli di Giorgione. Astrologia e divinazione nel Fregio delle Arti, del professor Silvio D’Amicone. Ma, ancora una volta, bravi sono i due narratori – Paola Dallan e Marco Menegoni – a non lasciarsi ingabbiare dalla griglia delle ambizioni, confezionando uno spettacolo fluido e accattivante, che riesce nel difficile compito di conciliare la lezione di storia dell’arte con le esigenze dello spettacolo. Così, le sette Meditazioni – silenzio, natura, desiderio, nemico, battaglia, diluvio e tempo – ispirate ad altrettante opere di Giorgione, proiettate sui video in scena - la Pala di Castelfranco, i ritratti, la Venere dormiente, la Giuditta, i Tre Filosofi, la Tempesta e Il Fregio – vibrano, letteralmente, evocando con la forza incalzante della poesia un mondo misterico, fatto di desideri inespressi e avvisaglie del nuovo, in cui è facile, per uno spettatore solo appena avvertito, riconoscere le radici della propria storia in seno alla modernità".
Drodesera - Generazioni teatrali (Wish me luck.)
Sipario - ottobre 2010
di Nicola Arrigoni
"[...] Il fitto cartellone festivaliero ha infatti messo a confronto ‘vecchi maestri’ si pensi a Romeo Castellucci e Virgilio Sieni, da sempre di casa a Dro – con la generazione di Teatro Clandestino, Fanny Alexander (gli anni 90) e gli ultimi epigoni di una ricerca non conclusiva sui linguaggi della scena rappresentata da Teatro Sotterraneo, Santasangre, Babilonia Teatro, Anagoor… E proprio la prima giornata di festival ha reso evidente questo intreccio di estetiche, facendo della Societas Raffaello Sanzio un inquietante classico, del Dies Irae di Teatro Sotterraneo l’emblema dissacrante di un angoscioso sguardo sulla contemporaneità e dell’esercizio di stile di Anagoor, Wish me luck il rifugio in un passato mitico e leggendario che profuma di morte. [...] la performace calligrafica di Anagoor, Wish me luck, è un seguito – almeno si crede – del lavoro che il giovane gruppo di Castelfranco Veneto sta portando avanti su Giorgione. Dopo La Tempesta, il lavoro performativo visto a Drodesera si lega alla Giuditta e Oloferne di Giorgione, ma più genericamente alla raffinatezza e all’eleganza un po’ funerea e decadente di una Venezia opulenta e che si compiace della bellezza. In un certo qual modo Anagoor mostra di andare in cerca di auctoritates eccellenti, di radici forti per leggere la debolezza, la vacuità non tanto della società contemporanea a Giorgione, quanto del nostro mondo impazzito… Insomma Avere trent’anni per Drodesera ha voluto dire gettare uno sguardo – come sempre – sul presente con in più la consapevolezza di una maturità acquisita che impone eticamente agli artisti di non fare gli errori dei loro padri e di cambiare questo mondo al collasso… Una bella scommessa…".
Alcune considerazioni sull’estate teatrale
VeneziaMusica e dintorni - settembre/ottobre 2010
di Renato Palazzi
"La stagione dei festival ha riservato quest’anno, a mio avviso, alcuni momenti particolarmente interessanti, e ha offerto diversi spunti di riflessione che vorrei qui tentare brevemente di inquadrare. Non ho seguito direttamente tutte le manifestazioni previste dal vasto calendario estivo, e non ho visto personalmente tutti gli spettacoli che sarebbe stato necessario prendere in considerazione per arrivare a un’opinione più definita: preferisco quindi, in questo caso, limitarmi a esporre una serie di considerazioni sparse, senza pretendere di farle rientrare in un discorso organico e in qualche modo esaustivo.
1) I festival stanno sempre più diventando i luoghi della creazione contemporanea. È qui che nascono le nuove produzioni, è qui che si confrontano i nuovi linguaggi, è qui che trovano immediato approdo i nuovi gruppi ancora in cerca di occasioni per far conoscere il proprio lavoro. I teatri, soprattutto quelli istituzionali, si stanno ormai trasformando nei passivi terminali di qualcosa che avviene altrove. Nella migliore delle ipotesi vanno a rimorchio, nella peggiore sono fermi, completamente tagliati fuori.
2) Si sta sempre più scavando la distanza fra i festivalvetrina, dove si va per assistere a dei prodotti finiti, e i festival che si seguono per ricavarne delle idee: a Spoleto può capitare di vedere un bellissimo spettacolo di Bob Wilson, a Napoli si può restare colpiti dalla crescita complessiva di una macchina organizzativa creata per gestire una quarantina di eventi in meno di un mese: ma i veri laboratori del teatro che cambia – quelli da cui si torna sempre con la sensazione di avere scoperto qualcosa, quelli concepiti per aprire inediti orizzonti, per suggerire da che parte stanno andando le esperienze più avanzate – sono sempre gli stessi degli ultimi anni: passato in secondo piano, almeno per ora, Castiglioncello, c’è Santarcangelo, Dro, Castrovillari, Bassano.
3) Anche in quei festival dove accanto a un programma «ufficiale» si sviluppa un settore «off», un Fringe, come a Napoli, non a caso le cose più interessanti le fa vedere quest’ultimo. Le grandi produzioni, le coproduzioni internazionali risultano molto spesso dei gusci vuoti: colpiscono di più, in questa fase della vita del teatro, delle piccole proposte fatte con nulla, ma mettendoci idee controcorrente e invenzioni spiazzanti. Non è un problema di singole messinscene, ma di spostamento complessivo del gusto e delle aspettative, specialmente da parte di un certo tipo di spettatori più attenti e informati.
4) L’appuntamento-clou dell’estate è stato, quest’anno, Santarcangelo, col suo programma «a tesi», interamente costruito intorno ai temi della trasformazione dei rapporti tra scena e platea, tra realtà e finzione: è proprio attraverso questa capacità di sviluppare un disegno unitario, in grado di indirizzare le ricerche più diverse verso una sorta di obiettivo comune, che un festival prende senso, anche al di là della qualità dei vari titoli presentati. In questa chiave il direttore artistico di turno, Enrico Casagrande, ha dimostrato grande lucidità e intelligenza nel trascinare il pubblico all’interno di un percorso frastagliato ma coerente, tale da coinvolgerlo e al tempo stesso da fornirgli continui e non banali interrogativi sui ruoli di chi assiste e di chi agisce e sull’evoluzione del concetto stesso di rappresentazione.
Dirò di più: Casagrande ha rivelato un talento progettuale insolito in un regista legato alle sorti del proprio gruppo, che indurrebbe a considerarlo pronto – come d’altronde altri artisti della stessa generazione «anni Novanta » – a guidare qualche teatro di rilevanza nazionale.
5) Pur costretti a spezzettare il proprio cammino in una miriade di «studi» e di costruzioni a tappe, i gruppi dell’ultima, impetuosa ondata di questo primo decennio del Duemila non accennano a declinare: i Babilonia Teatri appaiono sempre più sulla cresta dell’onda, il Teatro Sotterraneo è ormai una realtà consolidata, Anagoor ha fornito una piena conferma della maturità che già si era colta lo scorso anno: il suo Wish Me Luck, realizzato a Dro, è parso perfetto dal punto di vista compositivo, più complesso, più articolato di Tempesta, dalle cui atmosfere è partito. L’unico consiglio che darei a Simone Derai e compagni è di cercare di introdurre qualche elemento di attrito nel loro alto rigore formale, per sottrarsi alla tentazione del puro esercizio stilistico. A questi nomi affermati occorre aggiungere poi le sorprese di stagione, come Fagarazzi e Zuffellato o Alessandro Sciarroni.
6) Complessivamente, l’impressione più forte che si ricava da quanto visto nelle scorse settimane è quella di un teatro che sta andando, in un modo o nell’altro, verso lo scavalcamento della figura dell’attore professionista. Non sarà una messa da parte assoluta, nel senso che ampi settori della scena continueranno ad appoggiarsi a una recitazione «tradizionale», non sarà una messa da parte definitiva, visto che si sta parlando di suggestioni del momento, chissà fino a che punto destinate a durare. Forse, anzi, questa progressiva utilizzazione di presenze anomale e inconsuete non farà che esaltare sempre più le doti tecniche di poche personalità dall’estro quasi virtuosistico.
Sta di fatto, però, che alcuni degli spettacoli più importanti proposti ai festival erano praticamente realizzati senza attori. Nell’emozionante Dòmini Public del catalano Roger Bernat, ad esempio, al centro dell’azione era il pubblico stesso, guidato a spostarsi nella piazza di Santarcangelo in risposta alle domande poste da una suadente voce in cuffia. In Enimirc di Fagarazzi e Zuffellato – un intricato stratificarsi di linguaggi e punti di vista – a fare lo spettacolo erano dieci spettatori, portati in palcoscenico, manovrati, messi in posa dai due registi, e ripresi in video perché il tutto fosse mostrato alla fine da un’altra prospettiva. E lo straordinario Wunderkammern di Virgilio Sieni consisteva di cinque brevi performance ambientate in altrettante case di Dro, i cui protagonisti erano i loro stessi abitanti, la famiglia tunisina, il ciabattino col gozzo, il baffuto proprietario di una Harley-Davidson, il vecchio maestro che leggeva Rousseau, l’anziana signora che danzava a piedi nudi fra le pagnotte appena sfornate. Sono figure ben diverse da quelle degli attori «sociali » imposti in questi anni da Pippo Delbono o da Armando Punzo, portatori di un disagio, di una sofferenza collettiva assurta a oggetto del «dramma» in sostituzione del dramma immaginato da un autore: qui non c’erano disagi o sofferenze collettive, solo persone inserite in quanto tali nella dimensione del teatro a sovvertirne i canoni rappresentativi, a suggerire una «verità», uno spessore di realtà che il teatro in sé ha probabilmente ormai perduto di vista.
7) Questo ci porta all’ultimo argomento sollevato dalle suggestioni dell’estate: la ricerca teatrale sembra andare verso una diffusa esigenza di sostituire schegge di realtà, di esistenza quotidiana alla finzione, all’artificio: ma è una realtà solo apparentemente diretta e immediata, in effetti sempre ambigua, sottilmente manipolata, mediata da un format di domande precostituite, come nel caso di Bernat, o da un sommario ma ben visibile intervento dell’artista, che altera sottilmente l’aspetto dei luoghi e i gesti più banali degli interpreti, come nel caso di Sieni. Il teatro, nel suo bisogno di reinventarsi, si lascia penetrare dalla realtà, ma al tempo stesso la contamina, la trasforma in qualcosa d’altro che non è più né totalmente vero, né totalmente falso, un ibrido, una sfera sospesa e misteriosa della vita. Il che, probabilmente, ci darà materia di discussione per i prossimi mesi".
Croci e delizie del teatro contemporaneo veneto
iltamburodikattrin.com - 02.10.2010
di Roberta Ferraresi
"Tre giorni per ventun spettacoli, capaci di condensare croci e delizie del teatro veneto contemporaneo, offrendo uno spaccato "a caldo" di ciò che accade sui palcoscenici della regione – questo l'obiettivo di Sguardi, festival-vetrina itinerante al suo numero "zero". Risultato ottenuto in pieno fin dalle brochure che annunciavano la programmazione: una tre giorni di letture, danza, prosa, ricerca che non ha lasciato fuori quasi nessuno dei numerosi artisti che popolano i teatri del nord-est. Ecco, quindi che la piccola rassegna diventa una – seppur serratissima – occasione per fare i conti con la creatività di una regione dai celebri trascorsi spettacolari e dal passato recente un po' stagnante, che da qualche anno è tornata alla ribalta, imponendosi a sorpresa, dal celebre quasi en plein di Scenario 2007, al centro dell'attenzione della scena nazionale. Azzardando un'ipotesi dal di dentro, il merito (a Sguardi lo si può ben vedere) è dell'instancabile attività di produzione, promozione e formazione di cui sono protagonisti i coraggiosi operatori del territorio, dall'originaria Opera Prima curata a Rovigo dal Teatro del Lemming fino al più recente B.Motion di Bassano, all'attività nelle città e nelle vivacissime province.
A Sguardi si è visto tanto del teatro che si frequenta da queste parti – un intrecciarsi di sperimentazione e conservazione entrambe attente soprattutto alla drammaturgia; la persistenza di una vivace linea post-amatoriale, tanto nella ricerca quanto nella tradizione; qualche sopravvivenza di quel teatro civile che una volta aveva reso celebre il Veneto sui palcoscenici di tutta Italia e soprattutto la coesistenza di una varietà di generi come di rado si vede nelle programmazioni, dalla prosa alla performance al circo, fino al teatro sociale e al teatro ragazzi. Attraversamenti di un terzo paesaggio, direbbe Gilles Clément: sempre troppo pieno (di oggetti, di significati o di parola), certo un po' isolato nei suoi circuiti, con regole e codici tutti suoi, è un territorio artistico e non solo che sopravvive con vivacità, anche alla (o nonostante la) cosiddetta scena nazionale.
Nell'esplosione di estetiche e di stili, di concetti e di contesti, di contro all'etichetta proposta dal titolo della rassegna – "teatro contemporaneo veneto" – sembra si possano individuare, senza forzature acrobatiche, alcune linee-guida che ritornano con forza fra i diversi lavori presentati e li mettono in corrispondenza a quello che sta accadendo sui palcoscenici del resto d'Italia.
Innanzitutto un dato si trova nella monumentalità della quarta parete: fatta a brandelli, superata, derisa e decostruita dal lavoro di tante generazioni del teatro di ricerca e non, questa membrana è tornata ad essere un leitmotiv raramente messo in discussione nei teatri italiani. C'è chi ne fa una protezione, collocandosi nell'alveo tradizionale dell'incorniciamento filo-cinematografico che da un paio di secoli confeziona la vitalità della scena, da Il ragazzo dell'ultimo banco di Veneziainscena-Questanave a Galileo del Tib. E c'è chi ne avvicina i vezzi, le funzioni, i limiti, alle caratteristiche più osmotiche dello schermo, dispositivo rappresentativo per eccellenza della quotidianità contemporanea, del rapporto con se stessi e con gli altri; la "quarta parete-display" torna con continuità soprattutto nei lavori della teatralità emergente, dalla frontalità esasperata di cui Babilonia Teatri ha fatto una cifra stilistica (e politica) a Rivelazione di Anagoor, fino agli attraversamenti di Insorta distesa di Plumes dans la tête. Sembra – non solo a Padova – che dopo decenni di impero mediatico televisivo, con tutte le sovversioni tentate dal teatro, il pubblico sia tornato ad essere innanzitutto voyeur e l'interprete, di frequente, si conferma sulla linea di quell'attore-soma i cui albori si trovano nelle creazioni della cosiddetta Romagna Felix. Proscenio-cornice e proscenio-schermo, naturalmente, si muovono insieme, in contraddittoria simbiosi, destinati a collocarsi allo stesso tempo come muro e come soglia, separazione e unione, fruizione passiva e comunicazione attiva. Sono le facce di una stessa medaglia performativa, forse ulteriore segnale (altri se ne trovano in questioni logistico-organizzative, oltre che estetiche) di un avvicinamento considerevole della scena alle modalità d'azione dell'arte contemporanea. Di più – e non è solo il caso, dichiarato e fortunato, della lezione-spettacolo di Anagoor – dalla protezione monumentale della quarta parete fra scena e platea, o in sua prossimità, emerge a tratti un retrogusto che si potrebbe dire di intenzione didattica. In Galileo, ad esempio,gli attori del Tib vorrebbero far apprendere i nodi dell'esistenza dell'astronomo, attraverso una sua versione umanizzata, più accessibile; mentre Teatro Scientifico tenta di insegnare la cultura dei migranti (attraverso l'esperienza di una giovane moldava) e la giovane Marta Dalla Via conclude il suo Veneti Fair con una rivelazione moral-autobiografica sulla natura documentaristica del proprio lavoro.
L'unica strategia per ragionare sull'antica e sempre attuale separazione fra scena e platea, fra attivo e passivo – con la doverosa eccezione dell'Amleto del Lemming, spettacolo che segna uno sviluppo di tutto rilievo nel lavoro della compagnia – sembra trovarsi nelle aperture del comico. La gag (e la risata) riesce qui come altrove a spaccare barriere (fra gli attori, fra gli spettatori, fra palco e realtà), ponendosi come condensatore socio-culturale, attivatore di solidarietà, collasso della critica nell'ironia. Ma attenzione, oggi come nella tradizione, la comicità possiede uno spirito duplice: se tante volte è la strada più efficace per fare critica, d'altro canto resta sempre un po' deliziosamente complice. C'è una tradizione, filosofica e non solo, per cui si ride di ciò di cui ci si sente (o si desidera sentirsi) migliori, per distaccarsene. E non è un caso, probabilmente, che tali strategie entrino più spesso in gioco proprio quando si tratta di parlare di cultura, di società, di politica: la tipizzazione che può edulcorare lo stereotipo, la derisione di modelli tanto atroci quanto buffi, la trattazione (auto)critica a tratti affettuosa, sono linee di azione che emergono soprattutto in quei lavori che intendono dichiaratamente riferirsi alla situazione politica del territorio, alle sue paure razziste più o meno giustificabili, alla sua avidità di lavoro e denaro, ai suoi "vizi" più evidenti, dal lavoro nero, giù giù, fino al pettegolezzo di paese e al culto dell'aperitivo.
Oltre gli stili, la tecnica, i formati, occorre dunque un passaggio intorno e dentro la questione tematica dell'identità locale che è a inquietante innesco della rassegna ma, senza tante sorprese, si colloca anch'essa al centro di un interesse più italiano che veneto. Fare i conti con le contraddizioni di un territorio è sulla pelle di tutti (compresi gli scriventi), ma non è sufficiente operare scelte di ordine tematico – forse anche un po' trendy, di questi tempi – per affrontare il problema. Non è un caso se il lavoro (anche se in fase embrionale) che dimostra più potenza (espressiva, estetica, anche politica) è La bancarotta, riscrittura del dramma goldoniano ad opera di Vitaliano Trevisan presentata in forma di lettura scenica. Non accomodandosi su facili stereotipi, lontano dalla derisione per "tipi", dalla tentazione documentaristica, dall'azzardata sperimentazione di coincidenze extra-territoriali fra le periferie padane e altre anche oltreoceano, questo lavoro sembra assumersi la responsabilità della contraddizione che, da queste parti, esplode immediatamente nel tema dell'identità. Il percorso nella "venetità" passa qui attraverso un coraggioso uso dei dialetti e la ricerca di una lingua materica ben lontana dallo slang omologato che si sente in teatro o in tv, un affondo altrettanto interessante nella ferocia concreta della piccola imprenditoria di provincia, dei suoi vizi e dei suoi crimini, delle sue mollezze micidiali, così vicine a quelle che si trovano di questi tempi sui mezzi di informazione di tutta Italia. La rielaborazione di questo testo è capace di fare di un industrialotto in fallimento l'incarnazione locale di Scarface, assumendosi la responsabilità della tematica e riuscendo dunque a proporsi come un lavoro che ha il coraggio di puntare seriamente il dito al cuore del tema dell'identità e di girarlo e di rigirarlo sapientemente nella piaga".
B Motion 2010 (Con la Virtù come guida e la Fortuna per compagna.)
scanner.it - 07.10.2010
di Tommaso Chimenti
"Nero. Buio. Non si riescono nemmeno a prendere gli appunti di viaggio. Le scritte storte, le dita blu di bic senza sosta. C’è un ché di inquietante nel non vedere dove si mettono i piedi, i puntini. Anche le sottolineature sembrano cancellature. Ed in questo lapsus-cortocircuito sta la forza della sottrazione della luce. Una sorta di richiesta d’aiuto. La soluzione: ne possiamo fare a meno. Un non riuscire a vedere lo spiraglio, la fine del tunnel, la mancanza di punti di riferimenti, agganci ed appigli ai quali aggrapparsi in caso di caduta. E come si sa, quello non è il principale problema, ma l’atterraggio. Si cammina a tentoni, non si trova il bandolo della matassa. L’ago nel pagliaio o la pagliuzza a forma di trave nell’occhio guercio. E qui, proprio nell’oscurità, al festival B Motion di Bassano, è stato chiaro, palese, lampante, lapalissiano. Tenebre, che ci vuole la torcia, nebbia che servirebbe un machete per tagliarla a fette, nebulosa da credere di essere in una pellicola di fantascienza. E se sono proprio i giovani gruppi che sentono, che vedono così la realtà c’è di che preoccuparsi. Cosa c’è intorno al buco, se si sono mangiati la ciambella? La melma pece si allarga, ci mangia, ci fagocita, non siamo più niente, non sentiamo più il nostro corpo, che ha perso la sua vitalità ed importanza, la sua funzione. Siamo rimasti cuori che battono, ma lontano, di nascosto, piano, quasi per non farsi scoprire, carbonari, attutiamo i rumori come a dire, ci siamo, ma non ci siamo. Buio ma anche assenza di parole, come se quelle dette fossero già troppe e non avessero dipanato i punti interrogativi. Le uniche udite provengono da altoparlanti, da microfoni, sillabe incatenate precedentemente registrate. Niente di spontaneo, vero, vivo. Come se arrivassero da un altro pianeta, da un altro buco nero, da un’altra dimensione a spiegarci l’oggi incomprensibile. Come se non ci fosse più niente di comunicabile, di estendibile al di là dei propri confini spazio-temporali. Ed il buio accomuna come fondale nel quale barcamenarsi indistintamente le creazioni del B Motion Teatro bassanese. Dai Trickster che ci portano attraverso la via crucis delle stanzette nel loro “H.G.”, acronimo che identifica i piccoli assassini, dolci e ribelli Hansel e Gretel. Cuffia e pila in dotazione come pionieri-minatori verso un nuovo mondo che non sta più fuori di noi, ma dentro di noi. Il fuoco sotto la cenere. Una serie di passaggi e pertugi seguendo le informazioni, per la verità troppo didascaliche e che lasciano troppo poco spazio all’individualità, che arrivano in audio. Le seguiamo come automi, senza scomporci, che le ombre ormai le abbiamo digerite. Zero interazione. Peccato. Unico sussulto il sassolino, quasi un pezzetto da mosaico o puzzle di pietra, che il duo svizzero ci fa ritrovare nelle scarpe, che all’entrata nel gioco di ruolo avevamo lasciato sulla soglia, come per la preghiera in moschea. Qui, qui soltanto la realtà cruda, appuntita e solida come solo un sassolino pungente sa essere, batte cassa e frizza tra il piede e la tomaia ricordandoci che fuori è ancora più buio e che qui stavamo scherzando. Potevano sicuramente osare di più. Fumo per il “Bestiale Improvviso” dei Santasangre e nero misterico, che sa di creazione, ne lo “Stato di grazia” dei Plumes dans la tete. A confondere, a mascherare, a non far trovare, nella perdita dell’oggi, il domani, per adesso, non ci è dato di vederlo. Tutto rimane in superficie, la patina di polvere, una crosta di attesa. Ancora nuvole di ghiaccio secco sparate nelle narici per i manichini- robot de “La prima periferia” dei Pathosformel che ancora devono lavorare sul rapporto pupo-uomo, scardinando il Pinocchio, annusando i Cuticchio. Il sonoro ci riporta all’ancestralità bigbeniana, di gorgogli, grovigli, grugniti inumani, di difficile connotazione e collocazione. Siamo all’anno zero? Vorremmo esserci? Lo provocheremo o lo stiamo solamente registrando? Altro fumo, altra corsa con “Fortuny” degli Anagoor. Location spettrale ed evocativa la, perfetta per l’occasione, Chiesetta dell’Angelo. Le panche scricchiolano, la magia prende atto attraverso questi gladiatori, prima dell’incontro con la folla della fossa dei leoni, atleti prima, nell’attesa spasmodica, dell’ingaggio, della pugna. Ancora avvolti dalle tenebre nel rapimento di Rinaldi-Lanteri nel loro “Remixxx”, carnefici con passamontagna da Comandante Marcos nel loro riassunto, resoconto, ripercorso all’indietro dei migliori anni della nostra vita, dell’incresciosa storia italiana. Siamo davvero noi, quelli? Questi passivi? Una piece perfetta per quest’anno dove si festeggia, a ragione o a torto, i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia. Siamo anche il caso Moro o la sconfitta ai rigori nei mondiali di calcio americani. Dai fatti, dalla bomba di Bologna, si misura il nostro grado di integrazione, il nostro livello di patriottismo, il nostro sentirci prodotti e frutti, fiori sdentati, provenienti dallo stesso humus, molto fertilizzato a suon di palate di letame. Buio anche con le L.I.S. (il loro lavoro ricorda sempre il loro Maestro Enrique Vargas) che ci conducono in un museo, dividendoci attraverso mani sensuali e sguardi altrettanto provocatori, ancelle e vestali tra gabbie e storie, dove il corpo, i corpi, assumono le forme del loro contenitore tra eros e contrizione. Nero indotto, solo per pochi, attraverso bendature e maschere carnevalesche, di quelle pesanti e spesse di gomma, anche per i Fagarazzi e Zuffellato che portano dieci attori inconsapevoli (una vera fortuna essere stato tra quelli) sul palco, muovendoli con ordini precisi e sul momento incomprensibili per poi ricomporre tutto nel video finale, necessario per chi era automa con gli occhi incellofanati, ridondante per il pubblico che si era già visto la scena in diretta. Insomma, quando le parole finiscono e le immagini sono state tutte mostrate nella pornografia accettata e sdoganata del presente, quando l’eccesso ha travalicato, quando la bulimia ha preso il sopravvento, fuori e sopra il palcoscenico, non rimane che rifugiarsi nella placenta di un silenzioso nero, per perdere i confini e sentirsi, finalmente, battere qualcosa dentro. Un ritorno".
Qualche appunto fra scena e realtà
iltamburodikattrin.com - 24.09.2010
di Roberta Ferraresi
"La particolare prossimità fra artisti e pubblico, con il suo arrischiarsi all'esposizione di lavori ancora in progress, fa del festival B.Motion un luogo di incontro raro: in una settimana di rassegna, dal 30 agosto al 4 settembre – quasi tutti presenti con frammenti di creazioni ancora da completare, chi nelle fasi conclusive, chi ancora all'innesco – si sono avvicendati sui palcoscenici (e non solo) della città i percorsi più noti della ricerca performativa italiana emergente. Di qui, la preziosità dell'esperienza, che diventa l'occasione per una riflessione di ampio respiro sullo status della teatralità contemporanea.
Tante volte si sente dire, e si legge spesso, che i tratti caratterizzanti di questo nuovo teatro si trovino nella durata degli spettacoli (sempre al di sotto dell'ora, spesso attorno alla mezz'ora), nei formati scelti (la rateizzazione in studi successivi), nella composizione minimal degli ensemble (dimensione di coppia o al massimo in trio). Elementi sicuramente evidenti, continuativi, denotativi.
Non scrivo mai in prima persona: mi dispiacerebbe se questo teatro, che in parte è il mio teatro (quello che amo, che seguo e con cui mi confronto ogni giorno, che mi delude, mi confonde, mi entusiasma, mi apre strade e crolli, mi affonda e mi slancia in avanti), venisse etichettato, confermato e infine ricordato secondo elementi che – vanno tenuti ben a mente, ma – spesso sono puramente (compromessi) tecnici. E qui, poi, andrebbe fatto un discorso a parte, visto che innanzitutto alcuni di essi (ad esempio la presentazione in forma di studio), pur potendo essere facilmente collocati in una genealogia teatrale specifica, sono il tante volte malsano esito di un'ansia produttiva del tutto affine all'american way of life dei giorni nostri, del post-capitalismo in decadenza insomma che ci fa tutti allo stesso tempo vittime e carnefici. Se tanti gruppi condividono, con sufficiente omogeneità, così tanti dati formali, logistici, organizzativi, forse il dubbio ha da sorgere e la discussione da aprirsi: si tratta di una cifra stilistica in via di affermazione, o piuttosto responsabilità del sistema, che per molti versi, attraverso queste strategie, rischia di allontanare il pubblico e schiacciare le emergenze creative? La risposta, forse soggettiva, si trova con ogni probabilità nei programmi delle tante rassegne e di qualche teatro i cui propositi, spiriti, intenti – pur dedicando un sostegno di tutto rilievo alla giovane ricerca teatrale – si rivelano poi ben lontani dagli esiti di palcoscenico e dalla vitalità della sperimentazione, nel contesto di uno scollamento sempre maggiore fra ciò che si pre-sente e quello che invece poi è presentato. Sempre con l'esempio degli studi: tanto ci annoiano, tanto ci stimolano? È comunque una nostra responsabilità, di critici, operatori, artisti, quella di continuare a trattarli come spettacoli veri e propri (il prezzo del biglietto, assieme alla recensione, è solo l'indice più noto) e di trovare di rado formule adeguate per affrontarne l'esperienza, per permettere anche al pubblico di seguirla e all'artista di utilizzarla. Ciò non vuol dire che il dato tecnico, il compromesso faticoso, aberrante, vada svalutato o rimosso, ma si può pensarlo per quel che è: tentativo di sopravvivenza, non sempre cifra stilistica, da contestualizzare con cura secondo la sua provenienza.
Di qui e di contro si colloca questo esperimento di attraversamento dei giorni di B.Motion: un'esplorazione che prova a fare i conti con i contenuti, con il rapporto fra arte e realtà, con i tentativi di comunicazione, significazione, emozione che animano la nuova ricerca teatrale. È consueto lamentare la divaricazione vertiginosa fra scena e platea, ed ecco che allora il critico – anche rifuggendo la nota tecnica, il dato logistico, la pressione organizzativa – può andare a rintracciare i nodi (voluti, capitati) di quelle reti che legano teatro e vita, sperimentarne le collocazioni, avanzare ipotesi sulle reazioni, sulle contaminazioni e, certo, sui tentativi di resistenza.
Ecco solo due o tre spunti, evidenze si potrebbe dire, da poi riunire in traiettorie di riflessione più organiche.
Su quattordici spettacoli visti, dodici non possedevano un'ambientazione precisa, in senso spazio-temporale; le eccezioni, stranamente affini, sono Semiramis di Menoventi e .h.g. di Trickster, in cui lo spazio possiede una precisa intenzione drammaturgica e si può considerare lacanianamente la mente del creatore e/o dello spettatore, se si vuole azzardare un'ipotesi. Gli altri lavori sono impegnati nella riconfigurazione di uno spazio-tempo ad hoc: ambienti asettici, con la prevalenza del monocromo o comunque di un uso cautissimo del colore e la scenografia talmente rimpicciolita da diventare quasi solo attrezzeria, sono percorsi da azioni i cui riferimenti temporali aderiscono alla durata della performance. Ogni opera sembra intenta a delineare la propria area performativa – da chi fa delle pratiche legate al framing una dichiarata cifra poetica (con gli schermi di Anagoor, il recinto-laser di Plumes dans la tête, la continua ridefinizione live dello spazio di CollettivO CineticO) a chi ne sperimenta l'attuazione in senso più ampio (da possibilità di espansione, con la l'invasione di sala in Bestiale improvviso, ad altre di riduzione e concentrazione, come la pedana incastonata a fior di scena di Pathosformel) – come a tentare una propria specificazione del “palcoscenico” capace di rivendicare l'individualità domestica di uno spazio abitato sempre, in cui lo spettatore si sta affacciando solo per qualche istante.
Al di là della costituzione di uno spazio-tempo teatrale ad hoc, un altro elemento che sembra caratterizzante e diffuso in senso drammaturgico: la concentrazione sull'esperienza del mascheramento e dello smascheramento. La scena della giovane teatralità – e anche a B.Motion se ne trovano diversi esempi – abbonda di performer in indumenti intimi, di strip-tease asettici e rituali di vestizione, di percorsi di negazione o di esaltazione dei tratti umani. Si (tra)vestono in scena Silvia Gribaudi e i danzatori di CollettivO CineticO, si spogliano (e rivestono e rispogliano) i performer di Anagoor (in Fortuny e Tempesta) e l'Insorta distesa di Plumes dans la tête; nega il volto Sonia Brunelli in Barok, mentre le danzatrici di Bestiale improvviso sono sospese in un teromorfismo inquietante e i performer di Pathosformel cedono il centro della scena a dei manichini a grandezza naturale.
Di fondo, spesso, un tessuto sonoro lattiginoso, quasi sempre di costruzione elettronica (più o meno creativa: dal sampling con rielaborazione live al remix di pezzi non originali), che assorbe anche le potenzialità della phoné sperimentata dai lavori che esplorano l'incarnazione del testo.
Due o tre appunti, la cui emergenza è nota ma il cui accostamento è del tutto parziale, stanno per collassare in una traiettoria ancora più parziale: si diceva, appunto, che di questi tempi è importante schierarsi, prendersi la responsabilità di mettere insieme i pezzi, di tessere legami, di accogliere l'incontro all'interno della propria identità.
Una ridefinizione ad hoc dello spazio-tempo della performance, con tutti i ritualismi di cui è impregnata, si può leggere in reazione al dilagare dei non-luoghi contemporanei anche nell'intimità, oltre che nei contesti pubblici. In questo, la profezia dal retrogusto apocalittico di Marc Augé forse era fin troppo intimista: non è nelle sale d'attesa o nei centri commerciali o negli imperativi dei bancomat che oggi il soggetto è annullato (in senso identitario, storico, relazionale) – questi sono spazi in cui, a maggior ragione, l'individuo si afferma con forza, nell'esperienza della scelta – ma è proprio a casa propria che si innesca l'omologazione, fra il tavolino ikea e il souvenir orientale, il proprio profilo facebook e l'ultima puntata di Scrubs. Il teatro vede, osserva, studia, esplora. E, certo, in un modo o nell'altro risponde, crollata la dicotomia fra rappresentazione e presentazione, fuori da ogni utopia, per un intervento concreto nella realtà della scena, che è quella di cui si è partecipi durante uno spettacolo. Anche con tentativi di riafferrare uno spazio-tempo specifico, decisamente dedicato, finalmente abitabile dall'azione del performer e dallo sguardo dello spettatore e costruito con cura, per accogliere al meglio questo incontro, che nella realtà quotidiana è spesso negato, declinato, rimandato.
E l'accento, come si è visto diffusissimo, sulle pratiche di mascheramento e smascheramento si può azzardare, brechtianamente, sia legato ad una costruzione live del personaggio, che viene così sbozzato di fronte allo spettatore negli interstizi fra le sovra-strutture che gli sono proprie. L'attore di questa nuova scena è dichiaratamente un costrutto collettivo, proponendosi come segnale di una profonda interrogazione sull'essere-in-scena e sull'essere-in-vita, e rimandando al pubblico le medesime domande sulla recitazione, ma anche sull'interrelazione e sull'identità.
Esiste un teatro che, immerso nella decadenza del potere biopolitico – in cui l'individuo è minacciato (come artista, come uomo) dal continuo venir meno della responsabilità individuale, mutato in spettatore silente di linee di governance sempre più indecenti – tenta di dire la sua, di reagirvi, di rifare della scena un luogo di incontro, di pensiero e, perché no, di resistenza. Certo lo fa con i suoi strumenti, quelli dell'estetica, della composizione, dell'azione. Forse ad innesco di possibili percorsi di riappropriazione della vita (culturale, sociale, politica), offrendo spunti e suggestioni spesso di un certo spessore, che poi sta anche ad altri – a chi guarda, a chi segue – condurre nella quotidianità, in linea con quello che essi sono: arte, quindi sempre più che arte – vita.
C'è chi parla di astrazione e di smania concettuale, di intimismi e di autoreferenzialità del nuovo teatro, ma essa ha origine e fine nella realtà in cui si sperimenta, e spesso le rivendica con una forza spiazzante – questo, un originale rapporto con la realtà che precede e segue la scena, è forse il contesto in cui ricondurre quel magnetismo difficile da spiegare, che si presenta per intuizioni, di cui sono impregnati tante esperienze del teatro emergente, dalle coreografie di Barokthegreat e Santasangre ai cori forsennati di Babilonia Teatri, dall'affezione di Pathosformel alle composizioni di Anagoor e Plumes dans la tête".
Rivelazione
scatolaemozionale.blogspot.com - 23.09.2010
di Cristina Zanotto
"Rivelare. Svelare. Spiegare. Approfondire. Ecco di fronte a questo lavoro degli Anagoor mi sono sentita come ad una lezione di storia dell'arte.
Abituata a vederli ma non a sentirli parlare all'inizio si rimane, credo, sorpresi nell'osservare in scena:
due leggii, due attori in piedi e alle loro spalle i due riquadri usati nella Tempesta, loro precedente lavoro.
Sappiamo che gli Anagoor portano in scena spesso e volentieri il Giorgione, in questo caso la compagnia ha scelto di leggere trattati e frammenti di vita del pittore, cercando di analizzare le sue opere proiettate alle spalle dei due attori.
La lettura è stata suddivisa in 7 meditazioni che approfondivano i diversi aspetti: silenzio, natura umana, desiderio, giustizia, fede, diluvio e tempo.
Questi in realtà sono i temi di altrettante 7 opere di Giorgione: La Pala, I Ritratti, La Venere Dormiente, La Giuditta, I Tre Filosofi, La Tempesta, Il Fregio.
Il racconto era accompagnato non solo dalle immagini ma anche dai suoni, che contraddistinguono il lavoro di questa compagnia veneta.
Sicuramente istruttivo".
Rivelazione
nonsolocinema.com - 21.09.2010
di Enrico Silvano
"Un bell’omaggio a Giorgione a cinquecento anni dalla morte.
La qualità e la notevole quantità di materiale preparatorio raccolto per scrivere Tempesta, lo spettacolo realizzato da Anagoor sulla figura di Giorgione, ha convinto la compagnia a preparare un’altra opera sull’artista veneto, con l’obiettivo di ricostruire, attraverso la lettura dei documenti dell’epoca e l’analisi dei suoi quadri, le atmosfere del tempo nel quale ha vissuto.
La preparazione che la compagnia considera alla base di ogni spettacolo prevede uno studio approfondito della filologia classica, della storia dell’arte, dell’architettura e di molte altre materie a cui i riferimenti distribuiti lungo lo spettacolo rimandano in continuazione. L’allestimento della scena è minimo: sul palco, due attori, un uomo e una donna, con due microfoni e due leggii. Dietro di loro due grandi schermi per proiettare le opere del Giorgione che mai appaiono nella loro totalità; se ne vedono via via infatti solo alcuni dettagli.
Rivelazione è una lezione d’arte; all’iniziale descrizione delle città nelle quali Giorgione ha vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento, Castelfranco e Venezia, seguono sette meditazioni che Laura Curino, autrice della drammaturgia dello spettacolo, e Anagoor sviluppano partendo dai quadri più famosi del pittore; l’attenzione poi si sposta poi sui sette temi al centro delle opere: il silenzio, la natura umana, il desiderio, la giustizia, la fede, il diluvio e il tempo. La prima e l’ultima meditazione hanno origine dalle due pitture di Castelfranco: la pala, custodita nel Duomo, e il fregio, l’affresco dipinto dall’artista proprio nella casa natale.
Come rendere una lezione d’arte appassionante e valida dal punto di vista teatrale? Anagoor prova a farlo cercando di immergere completamente lo spettatore nelle atmosfere ricreate: Venezia è evocata descrivendo i suoni e gli odori che riempivano le calli quattrocentesche; Castelfranco invece è dipinta solo con pochi tratti, i documenti che descrivono la città rinascimentale si mischiamo ai ricordi degli attori che, come Giorgione, a Castelfranco hanno vissuto la loro infanzia; ma dalla città non riescono a dissipare completamente quel pesante strato di nebbia che permette alla figura di Giorgione di conservare quel velo di mistero che lo rende ancora oggi così affascinante.
Le sette meditazioni invece si sviluppano in libertà, nessuna è collegata all’altra; così nell’introduzione allo spettacolo viene spiegato il metodo che è stato scelto per trattare l’autore: “Giorgione è una delle figure più enigmatiche della storia dell’arte. Metterlo a fuoco è come osservare la costellazione delle Pleiadi, le sette sorelle, riesce meglio se non si fissano direttamente”. In ognuna delle sette meditazioni, ad una breve introduzione, segue la descrizione del quadro di cui si tenta di far rivivere sempre l’aspetto più affascinante, mentre la musica incessante e varia asseconda le diverse atmosfere; i personaggi riprendono vita nelle storie raccontate dai due attori, nei cui racconti però, il romanzo non prevale mai sulla storia, né la finzione sulla ricostruzione rigorosa; l’obiettivo infatti rimane quello di ogni buona lezione d’arte: fornire informazioni, stimolare la riflessione e, soprattutto, tessere collegamenti in grado di mettere in relazione quell’epoca alle problematiche attuali".
Con la Virtù come guida e la Fortuna per compagna.
scatolaemozionale.blogspot.com - 05.09.2010
di Cristina Zanotto
"Una chiesetta, piccola, ellittica. Poca luce, fumo e ai lati i banconi dove poter prendere posto. Gli attori sono già in scena, in mezzo alla scena, l'unica scena dove si muovono, fanno riscaldamento, in mutande.
Musica inquietante in sottofondo e fumo...ancora tanto fumo. Si è per un momento confusi e quasi smarriti in questo piccolo spazio. I corpi in scena continuano a muoversi, lentamente, non fanno caso al pubblico seduto, non c'è un inizio e forse nemmeno una fine se ci penso bene.
Iniziano a vestirsi e seguendo una donna, La Fortuna, iniziano a comporre forme di Tai-Chi, ognuno col suo ritmo, chi più veloce, chi più lento, chi più svogliato chi più preciso.
E si guarda. Si guarda questa composizione di corpi che si muovono e che poi abbandonano la scena, senza nemmeno avere il piacere di applaudire. Si, applaudire un vero elogio all'estetica.
Prima assoluta della performance degli Anagoor con Fortuny, all'interno del Bassano OperaEstate.
Lavoro originale che incrocia teatro, performance ed arte, rievocando il mito della fortuna ed ispirato per l'appunto alla grande figura di Mariano Fortuny.
E' sempre un pò difficile, raccontare gli spettacoli di questa compagnia, che comunica principalmente attraverso linguaggi simbolici che si rifanno, quasi sempre, all'arte figurata. Dico che è difficile parlarne perchè è un teatro fatto nettamente di emozioni, non c'è una trama, ma spesso sembra quasi di vedere una grande opera pittorica che prende forma e che trasporta lo spettatore all'interno della figurazione estetica. Da vedere."
Tempesta
teatro.org - 31.08.2010
di Roberto Rinaldi
"La Tempesta prende vita grazie agli Anagoor. Nel programma dell'Opera Estate BMotion di Bassano del Grappa sulla scheda di presentazione di “Tempesta”, il lavoro messo in scena dal gruppo di Castelfranco Anagoor, si legge: “È il tratto pittorico il segno distintivo di questa performance che indaga il mistero Giorgione. Tempèstas in origine significò momento del giorno, solo in seguito divenne condizione, stato atmosferico e infine, in modo speciale, un tempo burrascoso e rovinoso, Ne la Tempesta, nel Fregio e in altri dipinti di Giorgione l'attimo fulmineo viene congelato nella rappresentazione naturale del lampo, dell'atmosfera e della luce di un Veneto che non ritornerà, catturato dallo sguardo che fissa la stagione e le fasi del ciclo di vita vegetale, sconvolto dal vento, saturato dalle buie nubi incombenti”. Un lungo prologo per raccontare l'esito felicissimo di una messa in scena raffinata e spettacolare. Parte da questa spiegazione l'intenzionalità di dare vita ad una rappresentazione che contiene tutti gli stilemi pittorici del grande Giorgione nativo proprio di Castelfranco a cui è stata dedicata, di recente, una mostra a Casa Giorgione, in occasione del quinto centenario della sua morte. “Tempesta” che ricevuto una segnalazione speciale al Premio Scenario 2009 è una rappresentazione per immagini e suggestioni che scaturiscono a ritmo continuo. Fuoriescono da un contenitore a forma di cubo collocato all'interno di uno spazio candido e neutrale. Un candore che accoglie la luce e le vibrazioni cromatiche che si susseguono fino a comporre veri quadri (nel quadro), dove le immagini si compongono e si scompongono attraverso una sovrapposizione tra azione scenica estemporanea e quelle in video proiezione. Una sorta di sdoppiamento calibrato ed efficace. La cifra stilistica che caratterizza “Tempesta” è data dalla libera interpretazione ricavata, appunto, da due opere del pittore: la Tempesta e Fregio (dipinto a Casa Pelizzari ora Casa Giorgione sede museale) in cui sono presenti tutti gli elementi portanti della sua pittura: la luce, il colore, lo spazio. Opera quest'ultima rievocata attraverso la coppia dei cartigli dipinti. Una luce che si trasforma in perenne mutazione. Il colore che prende forme riconoscibili e l'uso dello spazio. Geometrico e prospettico. La potenza dell'immagine si fa protagonista e dilata la scena. A cui va aggiunto un sapiente uso della musica che mescola sonorità elettroniche a rimandi musicali antichi e forse più vicini all'epoca del Giorgione. I due protagonisti sembrano uscire dal quadro: la figura femminile posa nuda sul letto e l'uomo, il soldato si avvicina ma non entra mai in relazione. Esattamente come nel quadro dove i due personaggi sono assorti e si desume l'assenza di dialogo fra loro. Sono divisi dall'acqua e lontani dalla tempesta che si sta abbattendo sulla città. La resa scenica è mirabile. La furia della Natura esplode in tutta la sua energia. Un'enorme ventilatore soffia impetuoso e smuove una drappeggio rosso. L'atmosfera si satura di nebbia. La potenza dell'acqua sembra sommergere tutto. I due corpi si rivolgono verso un'Eden desiderato. Un parallelismo con una delle tante interpretazioni degli storici dell'arte che vedono nel quadro un chiaro riferimento ad Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso?"
Tempesta
hoop-lab.com - 30.08.2010
di Roberta Ferraresi
"Dopo diversi (successivi e vari) approcci personali a Tempesta – nelle differenti forme che il lavoro ha assunto dai venti minuti di Scenario ad oggi – e in seguito agli innumerevoli commenti comparsi su e intorno a questo spettacolo di Anagoor, persiste un residuo concettuale e sensoriale di un certo spessore, per cui forse vale la pena, ancora una volta, tornarne a parlare. Si tratta dell'interrogazione sulla cornice o, meglio, sull'incorniciamento, per usare un termine che rende in senso più performativo – con tutte le possibili declinazioni, ma anche previsioni e riassetti – le modalità di approccio all'oggetto di ricerca. L'ultimo cartiglio del Fregio con cui Giorgione ha decorato la Casa che oggi ospita il Museo dedicato all'artista è bianco, così sono circa cinquecento anni che osservatori e visitatori sono liberi di riempirlo con le proprie immaginazioni. Così Tempesta che, oltre a lavorare dichiaratamente sulle possibilità di framing (e sulle relative sovversioni), sembra composto e continuamente ricostituito a partire dagli interstizi lasciati vuoti fra le immagini che fanno lo spettacolo (e la percezione dello spettatore). Pur proponendosi come una ricercata composizione visiva, infatti, questo lavoro fatto anche di riverberi e amplificazioni, sembra piuttosto concentrarsi sugli spazi vuoti rimasti nascosti, sugli sfondi e i contesti che lo spettatore può – didascalicamente o meno – riempire di sé".
Rivelazione
Gazzetta di Parma - 18.08.2010
di Valeria Ottolenghi
"Bella lezione-spettacolo del pittore a cinquecento anni dalla morte. Una bella tradizione ormai: uno degli appuntamenti del festival «L'Opera galleggiante», direttore artistico Giuseppe Romanetti, si svolge a Ferragosto a Commessaggio, nel Mantovano, poco dopo Sabbioneta, negli ultimi anni in particolare presso la Casa Studio «La Silenziosa», colma di molte opere, sculture di legno, terracotta e pietra, materiali naturali, di Italo Lanfredini, una sorta di mostra/ museo permanente. E lì, all’aperto, è stato possibile incontrare una nuova tappa della vasta ricerca che Anagoor sta dedicando al grande pittore di Castelfranco Veneto di cui si celebrano quest’anno i cinquecento anni dalla morte, «Rivelazione, sette meditazioni intorno a Giorgione», con Paola Dallan e Marco Menegoni, regia di Simone Derai, che firma anche la drammaturgia con Laura Curino e Maria Grazia Tonon, e che è insieme responsabile, con Moreno Callegari, delle immagini video. Un limpido evento di confine tra narrazione e lezione/spettacolo, alcune informazioni intorno a quel periodo, alla terra di Giorgione, intrecciate a deduzioni immaginate, invenzioni di racconto. Belle le immagini sui due schermi nella scansione per sette, le meditazioni del titolo, dedicate a differenti opere, con forme però diverse di teatralità, per durata, personaggi coinvolti, musica. Per «La Tempesta» solo tuoni e fulmini, rumori naturali, senso di pioggia. Il triste volto della Madonna della «Pala», cui è dedicata la prima delle Meditazioni, è seguito dal tema del ritratto, «Venere Dormiente», «Giuditta», «Tre filosofi»... Di grande fascino sempre le immagini di Giorgione sul fondo della scena. Forse troppo facile il riferimento visivo, immagini che scorrono, al crollo delle torri gemelle per il male che attraversa la storia dell’uomo. L’ultima Meditazione - il Tempo - è per il «Fregio» che scorre come un nastro, circolare e ciclico, tanti oggetti, l’arte stessa, per conoscere il mondo..."
Wish me luck.
teatro.org - 04,08.2010
di Roberto Rinaldi
Nata nel 2000 a Castelfranco Veneto, Anagoor a tutt'oggi rappresenta a ben vedere una delle principali e affermate compagnie di teatro contemporaneo e performativo di tutto il Veneto. In crescita costante il gruppo è riuscito a dare impulso a nuove forme di comunicazione visuale, nell'intento di sondare nuove forme di sperimentazione. Il bagaglio di esperienze settoriali acquisite nel loro passato di studio e ricerca, ha fatto sì che i protagonisti dell'azione performativa, vista alla Centrale di Fies, nei nomi di Simone Derai, Moreno Callegari, Marco Menegoni, Pierantonio Bragagnolo, siano stati capaci di creare un'azione teatrale suntuosa e per certi versi anche esasperata, ma non certamente gratuita. Un eccesso studiato quasi come un esercizio di manierismo estetico in cui lo spettatore si fa trascinare al suo interno, dall'esito felice e sensorialmente appagante. Corpi in movimento ripresi in un contesto architettonico – artistico , unico al mondo qual'è Venezia, è il contributo visuale su video. Una sorta di contrappunto alla messa in scena estemporanea dove si consuma un rituale raffinato nella sua progressiva trasformazione. Il corpo umano si evolve e perde la sua forma originaria per assumere sembianze oniriche, simboliche, impreziosite dall'oro. Omaggio alla bellezza che muove tutto e si incarna anche nel particolare più anonimo. Spettacolo affascinante, studiato con la dovuta attenzione intellettuale.
Wish me luck.
La Gazzetta di Parma, 03.08.2010
di Valeria Ottolenghi
AL FESTIVAL DI DRO, LUOGO DI CREATIVITÀ E GRANDE FRESCHEZZA
(…) grande eleganza nella ricerca scenico figurativa di Anagoor in Wish me luck. (…)
Wish me luck.
Il manifesto - 03.08.2010
di Gianni Manzella
Avere trent'anni. È il titolo scelto per questa edizione del festival Drodesera, da tempo insediato nella ormai dismessa centrale idroelettrica di Fies. E nella duplicità semantica ben riassume la sua prospettiva. Da un lato la celebrazione pacata del trentennale del festival, l'imprinting lasciato dai tanti artisti che hanno fatto la sua storia; dall'altro il richiamo all'età putativa di una generazione che qui, in questa «factory», ha trovato una enclave climatica favorevole alla crescita. La sesta generazione del nuovo teatro italiano, significativamente a confronto con le due che l'hanno preceduta e che restano per molti tratti i modelli riconosciuti e riconoscibili: Romeo Castellucci e Virgilio Sieni, i gruppi nati nei primi anni 90 del secolo scorso, dal Teatrino Clandestino all'Accademia degli artefatti, a Fanny & Alexander che moltiplica, anche con esiti sorprendenti, l'ormai dilatato viaggio nel mondo di Oz.
Loro, i più giovani, a sentir parlare di generazione non ci stanno tanto. Tutt'al più si sentono complici, lo si vede da come partecipano l'uno al lavoro dell'altro. Dal disinteresse, finalmente!, per chi vorrebbe metterci sopra il proprio cappello. Niente consiglieri spirituali, grazie. E non si è tanto convinti che a unirli sia una generale solitudine o la mancanza di speranza nel futuro su cui qualcuno si interroga. C'è piuttosto una concezione artigianale del lavoro scenico su cui varrebbe la pena riflettere.
Diversi sono i livelli di maturazione, dall'appena formato duo milanese Garten, che in I will survive inscena il lento addensarsi di una favela di cartoni di riciclo, a una formazione ormai affermata qual è Babilonia Teatri, che ha chiuso il festival con una «summer collection» dei propri lavori. Diverse anche le modalità espressive, anche se qualche comune linea di lavoro sembra di poterla riconoscere. C'è un teatro che ha esiliato il corpo dell'attore, di cui Pathosformel si fa coerente interprete fin dagli esordi. Con un rigore formale che in altri casi si sposa (e si esprime) con la macchineria di un barocco contemporaneo e tecnologico, contaminando musica video e corpo, com'è il caso di Anagoor o per altri versi dei romani Santasangre che però in Seconda ipotesi_bestiale improvviso sperimentano lo scarto verso una direzione più performativa e danzata del loro teatro «apocalittico». La riflessione sul rapporto fra l'uomo e la natura, o sulla sua scissione, è un motivo ricorrente, attraversa anche la scena slabbrata e informale fino al disordine su cui al contrario si muovono Teatro Sotterraneo o Codice Ivan.
Ciò che sembra di cogliere nell'insieme di queste prove è un procedere per «prova ed errore» che, in fondo, appartiene molto alle scienze sperimentali. Così Wish me luck di Anagoor può sembrare un passo indietro rispetto a quanto il gruppo di Castelfranco Veneto aveva mostrato in Tempesta - ma l'affastellarsi dei materiali di gusto pittorico rivela anche il trovarsi nel mezzo di un processo di costruzione dello spettacolo (...).
Wish me luck.
Il Gazzettino - 01.08.2010
di Paolo Crespi
Due compagnie venete aprono e chiudono il festival teatrale più innovativo
DRO, RECITARE IN CENTRALE ELETTRICA
Con la summer collection di Babilonia Teatri, antologia degli spettacoli realizzati negli ultimi tre anni dall’ensemble veronese fondato da Valeria Raimondi e Enrico Castellani e messo in luce qualche stagione fa dal Premio Scenario, si conclude oggi negli spazi della Centrale Idroelettrica di Fies (TN) l’edizione 2010 di Drodesera – FIES. La rassegna “Avere Trent’anni”, intitolata così per sottolineare un invidiabile traguardo artistico si era aperta il 23 luglio con la prima nazionale di un altro gruppo del nord-est, gli Anagoor di Castelfranco Veneto autori di Wish me luck., secondo step visivo e immaginifico di un work in progress – Fortuny, debutto previsto 2011 – dedicato a Venezia. (…)
LINUSTEATRO di Renato Palazzi
Linus - agosto 2010
di Renato Palazzi
Sono sempre più convinto che il teatro stia vivendo un momento felicissimo. Anche i festival estivi confermano che il vorticoso ricambio generazionale in atto da qualche tempo è ben lontano dall’essersi esaurito, e che anzi – se possibile – si va ulteriormente intensificando, prende forza. Ovunque in questo periodo si nota che mentre l proposte dal taglio per così dire più tradizionale stanno perdendo ragion d’essere e motivi di interesse, l’ondata innovativa che ha investito la scena italiana si arricchisce via via di ulteriori spunti di ricerca e di nomi finora sconosciuti.
Mentre i gruppi che si erano rivelati negli ultimi anni i Muta Imago, i Santasangre, i Babilonia, Teatro Sotterraneo, gli Anagoor per citarne solo alcuni, sono ormai sulla cresta dell’onda, affermati, premiati, continuano ad affiorare talenti interessanti, da Alessandro Sciarroni a Fagarazzi & Zuffellato. Il rischio, di fronte a mutamenti così repentini del panorama creativo, è che vengano bruciate energie e potenzialità, che ai soggetti coinvolti non si lasci il tempo di crescere e maturare: ma, da quanto si vede, le realtà in questione non sembrano cadere in questa trappola. A ogni prova successiva, anziché denunciare flessioni, paiono anzi confermare sempre più le proprie doti.
Ognuno di questi gruppi ha ovviamente un suo stile, una sua cifra peculiare. Ma nell’insieme sembrano andare in una direzione comune, che punta comunque allo smontaggio del teatro, alla destrutturazione dei meccanismi della rappresentazione. Difficilmente si ricorre a testi scritti: nei rari casi in cui ciò avviene si tratta di solito di creazione di gruppo, nate direttamente alla ribalta. Non ci sono scenografie, ma le pareti nude del palco, per lo più con gli apparati tecnologici bene in vista. Non ci sono, di norma, personaggi in cui calarsi, ma opinioni e sentimenti espressi nella loro immediatezza: dapprima si scavalcò l’idea di interpretazione, poi si superò la recitazione in sé, a favore di una pure emissione verbale. Ora alcuni puntano a fare a meno degli attori stessi sostituiti – nelle sperimentazioni più recenti – da spettatori più o meno volontariamente cooptati nell’azione.
In certi casi essi spingono alle estreme conseguenze fenomeni in atto da anni, come la scelta di portare in scena persone vere prese dalla vita e non figure inventate da un autore. In altri casi stanno percorrendo strade autonome come l’ormai frequente uso di sequenze di domande e di risposte per far risalire allo scoperto emozioni e passioni personali. Basteranno questi spostamenti grandi o piccoli del linguaggio a cambiare davvero faccia al teatro? Probabilmente, da soli, no. Ma il numero dei gruppi che li pratica amplifica la forza d’urto di queste risorse col risultato di far subito apparire obsoleta ogni altra forma di spettacolo. Nel giro di pochi anni, Ibsen e Cechov rischiano di finire in soffitta con tutto il bagaglio tecnico necessario ad affrontarli.
Inoltre le giovani formazioni possono contare su un passaggio storico forse irripetibile: l’impasse delle istituzioni, il tramonto del teatro di regia, ormai incarnato solo da pochi grandi maestri, apre la strada ad altre forme espressive, che attingono alla danza, all’uso di immagini digitali, alle arti visive. L’avvento di una nuova generazione di spettatori dalle aspettative diverse rispetto ai vecchi abbonati degli Stabili, alimenta una crescente attenzione verso tutto ciò che mira a ribaltare un’estetica consolidata.
Il bisogno di scoperte ad ogni costo sfiora quasi la smania consumistica. Ma sta di fatto che se venti o trent’anni fa le spinte in avanti provenivano da non più di quattro o cinque compagnie di punta, ora sembrano spuntarne a decine ogni anno. Tutte con qualcosa da dire. E anziché fare lunghe anticamere o sparire subito nel nulla come accadeva in passato, trovano accoglienza nei maggiori festival, garantendo – magari disordinatamente – incessanti apporti di vitalità a un orizzonte in continua mutazione.
Per questo ritengo scandaloso che un certo mondo della cultura e dell’informazione si permetta continuamente – senza sapere di cosa parla – di suggerire l’idea di un teatro in crisi, una pura sopravvivenza del passato, ignorando a bella posta che accanto a una scena ufficiale oggettivamente logora c’è tutto un paesaggio teatrale che fermenta, che offre inesauribili sorprese, esprimendo una creatività diffusa come in Italia non si vedeva da anni e come certamente non si riscontra in altri campi, nella letteratura, nel cinema. È anzi prodigioso constatare come un Paese per tanti aspetti in ginocchio riesca a manifestare una tale vivacità proprio su un terreno considerato marginale come quello del teatro.
Sarebbe, anzi, il caso di interrogarsi sulle ragioni di questo stato di grazia, perché se ne potrebbe trarre qualche utile indicazione. Tutto, infatti, induce a pensare che il nuovo teatro sia così vivo perché sfugge ai condizionamenti di ogni tipo: fuori, com’è, dalle leggi dell’industria culturale, non è manipolabile o sottomesso a controlli economici e politici. Nella sua marginalità, si sottrae ai meccanismi della comunicazione di massa, poiché gli basta provocare un contatto ravvicinato fra pochi individui in carne ed ossa, con le loro sensazioni, con le loro reazioni non programmabili. Chiunque lo può fare con scarsissimi mezzi, senza quindi chiedere il permesso a nessuno. È, insomma, ancora uno spazio di libertà intellettuale: e questo ne fa un bene impagabile.
Wish me luck.
Blog de La Repubblica - 27.07.2010
di Anna Bandettini
Tra i nuovissimi, si segnala l’ambizioso e con un eccesso di manierismo progetto degli Anagoor (...).
Wish me luck.
Corriere del Trentino - 16.07.2010
di Claudia Gelmi
I romani Santasangre e i veneti Anagoor stanno lavorando proprio in questi giorni del loro spettacolo in loco. (…) I secondi, ci racconta il regista degli Anagoor Simone Derai, si stanno concentrando su un lavoro di ricerca legato alla figura di Mariano Fortuny, pittore, scenografo, fotografo, grande innovatore che rivoluzionò le scenografie teatrali e i sistemi di illuminazione del palcoscenico. “Spagnolo veneziano d’adozione dei primi del Novecento, Fortuny ha tentato di catturare lo spirito di Venezia con gli occhi dello straniero”. E quello che Anagoor ci restituirà in questo primo studio visivo e performativo dal titolo Wish me luck. Che culminerà nel 2011 nello spettacolo Fortuny, è di fatto una percezione trasfigurata e gotico-medievale di una Venezia lontana dallo stereotipo in un “doppio lavoro sul concetto di arte e di fortuna scritta nel cognome del personaggio”.
Wish me luck
Vogue - luglio 2010
di Zoraide Cremonini
FILO E CARTONE
Protagonisti della scena i due materiali quotidiani diventano sorprendenti. Grazie a giovani performers che mettono il “saper fare” al centro della riflessione artistica.
(…) E al pittore stilista e scenografo Mariano Fortuny, spagnolo di nascita, ma trasferitosi diciottenne a Venezia, è dedicato Wish me luck., del visionario gruppo Anagoor. “Il nostro Fortuny è un giovane uomo rapito dalla vertigine dell’arte”, afferma Simone Derai. “Per questa performance abbiamo ammirato e studiato le sue collezioni di tessuti antichi, e in scena ci saranno molteplici elementi di ispirazione, quali una grande riproduzione di un telero di Vittore Carpaccio, bambole di stoffa e immagini a cristalli liquidi. Il nostro tentativo è, in sintesi, quello di raccontare l’essenza della sua arte, quella continua ricerca con cui seppe stupire fin da quando, nel 1919, cominciò a produrre nella sua fabbrica alla Giudecca stoffe e tessuti a stampa”. Che sarebbero divenuti un must in tutto il mondo, tanto da essere richiestissimi ancor oggi.
How much fortune can we make?
scanner.it - 02.06.2010
di Tommaso Chimenti
C’è come un’idea di sporco che traspare, che infanga, che travalica le quattro opere del secondo step dell’Alveare di Contemporanea. Ma possiamo allargare il miraggio anche ad altre composizioni giovani. C’è un sentore, nell’aria, nella società, e quindi anche nel teatro, di passaggio ad osmosi tra lo sporco, i detriti, la polvere, le macerie, interne e quelle effettivamente reali e presenti, materiali e metaforiche, che dal fuori cercano strade per l’interno. E le trovano, anche. Ed allora l’olio sulla pelle di Luisa Cortesi (“ Eskaton”) che imbriglia un corpo in una viscidezza che epura gli altri abbracci, che la esula e la emargina al contatto in un senso di impropria lucidità, in un alone di diversità e di squagliamento, con un vestito che da lontano appare bello e colorato e che, col tempo, con la vita, con il movimento, si sfalda, si disunisce, si scolora, si imbroglia, si sgualcisce in un unico patchwork astratto di manate d’arcobaleno. La perfezione si sbriciola, oppure si può scorgere soltanto da lontano, soltanto in un fotogramma d’immagine, quindi ipocrita, finto, fasullo, volutamente fallace. La vita è una pellicola, non una fotografia. In questo quadro (e qui parlare di quadri è azzeccato visto l’amore dichiarato e palese per il Giorgione) gli Anagoor (“How much fortune can we make”), ed il loro attore modello in miniatura, prima tagliano l’opera rendendola vulnerabile, anche accessibile, toccabile, ed inutilizzabile per la pura e sola visione estetica proprio perché rovinata, e scavandone a fondo fino a ricavarne polvere d’oro. Dietro la cultura ci sta sempre anche il guadagno, che sia cerebrale oppure fruttifero. L’uomo qui diventa una grande pepita distesa su un tavolaccio da obitorio d’artigiano aspettando di essere scoperto, analizzato e riportato alla luce. Sporcano il terreno anche le Korekanè (“Primo frammento di un quotidiano disfatto”) in una danza reiterata e stancante e sfibrante di tacchi a spillo in un vortice da gioco dell’oca ad inseguimento senza prendersi. Lo sporcano con messaggi lasciati al destino, come fogli nelle bottiglie sull’oceano, sillabe concesse ad un altro inquilino del quale se ne nota la presenza dai segni di gesso nero, come graffitari urbani, come uomini primitivi nelle caverne, ma del quale non se ne conoscono i tratti. Scritte, poesie, frasi lasciate prima ad adornare di significato il gesto dell’attesa circolare, di quella corsa e piedi veloci per raggiungere nuovamente lo scopo fino alla violenza della cancellazione rabbiosa dell’altrui pensiero, perché insopportabile, perché insostenibile, come annullamento della persona stessa. La censura uccide le persone, non soltanto le parole. Pugni, sacco e molto sudore, perché tirando di boxe ad un nemico che non si vede (non è che non esiste, però!), perché coperti e nascosti da maschere scimmiesche, forse per piacere di più, sporcano e affaticano la ricerca della felicità (no, non è Muccino con Will Smith, tranquilli) azzoppata e trascinatasi nella ricerca (stavolta più convincenti sia rispetto al Premio Scenario “Pink, me and the roses” che ad “Un secco Nord”) dei Codice Ivan (“Gmgs/(andi)amo avanti”). Una soglia che si sposta senza farsi raggiungere, acchiappare. Inutile dire qui che la precarietà forgia e forma il pensiero e struttura anche queste nuove linee che sono più di sopravvivenza, di aiuto. Grida sorde e mute che paiono senza soluzioni. Il futuro è ancora nero. Il cielo non è blu. Anzi, cieli neri su di noi di bluvertighiana memoria.
How much fortune can we make?
klpteatro.it - 02.06.2010
di Marco Menini
L’intento forte di Alveare, elemento caratterizzante del Contemporanea Festival di Prato è, tra gli altri, quello di dare visibilità a giovani compagnie che “rappresentano oggi lo sviluppo artistico e produttivo di una nuova generazione”.
All’interno di Officina Giovani, ex mattatoio cittadino, Contemporanea ha così organizzato nell’edizione di quest'anno (conclusasi ieri sera con la prima nazionale di "Esto es asi' y a mi no me jodais" di Rodrigo Garcìa) due distinti percorsi, "Alveare volume I" e "Alveare volume II".
Il secondo percorso, a cui assisto spostandomi in quattro differenti spazi, ospita altrettante compagnie che presentano piccoli studi della durata di circa quindici minuti ciascuno; nell’ordine Luisa Cortesi in collaborazione con Massimo Barzagli, Anagoor, Korekané – Elisabetta Gambi e Codice Ivan.
Nel primo lavoro, "Eskaton o il telos della visione", Luisa Cortesi esplora il concetto di vicinanza e lontananza. La performer percorre, in un continuo e incessante movimento, fino quasi a saturarlo, l’intero spazio bianco longitudinale che la ospita, e ben presto realizziamo che il lucido vestito a fiori che indossa è in realtà dipinto da poco, con colori che nel corso della performance andranno a frantumarsi e mescolarsi tra loro (come non pensare all’ultimo Monet) sul corpo della danzatrice che si fa corpo dell’opera. La volontà di analizzare il cambiamento di percezione nel rapporto lontananza/vicinanza ricorda molto da vicino quella del pittore impressionista di annotare su tela le variazioni dell’apparenza del soggetto (naturale) al mutare della luce. E questa non è cosa da poco.
La storia dell’arte, così presente nel primo estratto, crea un legame con il secondo lavoro, "How much fortune can we make?" della compagnia Anagoor dove, in un ambiente claustrofobico immerso in rumori meccanici, un giovane emerge dal buio mentre è intento a contemplare il telero di Vittore Carpaccio “Miracolo a Rialto” (1494), dipinto caratterizzato dal dinamico taglio asimmetrico che raffigura la scena di un miracolo, inserita nel contesto rappresentativo di una Venezia in piena espansione economica. Anagoor affronta il legame che si instaura tra fruitore e rappresentazione. Il performer seziona la superficie dell’opera con un taglierino e, dalla ferita prodotta sulla tela, fuoriesce un fiotto di polvere d’oro - simbolo massimo di floridezza e opulenza -, che viene raccolto in una bacinella. La stessa polvere è quella con la quale il protagonista si cosparge subito dopo, per poi abbandonarsi su un tavolo, sotto a due vuoti riquadri, in una postura che rimanda al “Cristo nella tomba” di Hans Holbein il giovane. Il lavoro è forse troppo incentrato sulla ricerca di un equilibrio visivo, carica di rimandi e citazioni (Mondrian, Fontana) e questo a discapito di una riflessione, interessante sulla carta, ma che risulta poco efficace, considerata anche la breve durata. Resta il fatto che l’indagine degli Anagoor è senza dubbio stimolante, composita e originale, in un panorama che si dimostra sempre più caratterizzato da un filoneismo imperante.
Poi è la volta della compagnia Korakané, con "Primo frammento di un quotidiano disfatto", che assieme al lavoro della Cortesi, sembra essere in nuce il più promettente dal punto di vista delle possibilità evolutive che lascia intravedere. Due donne, algide e composte, reiterano un tragitto circolare all’interno di una spirale disegnata sul pavimento, e in questo percorso ossessivo e ripetitivo, fatto di brevi pause e passi veloci, si manifesta all’improvviso - sottolineato dal buio in scena - un intoppo. Il lavoro offre un’analisi interessante, se pure abbozzata, dei meccanismi replicativi insiti nella vita quotidiana, dei quali spesso non ci accorgiamo. Usciamo dallo spazio interrogandoci ancora, con le parole della presentazione, su cosa debba accadere “perché lo schema si incrini”.
"Alveare 2" termina con la compagnia Codice Ivan. "GMGS/(andi)AMO AVANTI", secondo tentativo del progetto "Give Me Money Give Me Sex", sembra essere il lavoro meno interessante. Violenza repressa e forza bruta costituiscono l’unica materia risultante in una commistione di elementi quali banane, una maschera da scimmia indossata a turno dai protagonisti, un sacco da pugile che si muove appeso a un gancio e un giovane intento a colpire il vuoto fino a cadere esausto sul pavimento. Difficile orientarsi.
L’esperimento Alveare risulta interessante e vivo, fosse solo per gli interrogativi che suscita riguardo agli spazi del fare teatro e alla commistione delle discipline artistiche; purtroppo è altrettanto difficile riuscire a scorgere un filo conduttore all’interno di quattro lavori così eterogenei, che passano davanti ai nostri occhi in rapida successione. Frammenti così brevi possono finire col confondere le idee e indirizzare su percorsi sbagliati, quando, come in questo caso, si è chiamati a suggerire delle impressioni immediate
Tempesta
teatroteatro.it - 31.05.2010
di Beatrice Bellini
Tempesta fa del teatro un'arte visiva e, delle arti visive, teatro.
Lo spettacolo non ha una struttura narrativa, prosegue per immagini e suggestioni legati alla pittura di Giorgione e al suo possibile rapporto con la contemporaneità.
Tempesta, spettacolo riconosciuto con una segnalazione speciale a Premio Scenario 2009, mette in scena immagini, frammenti, idee che si muovono tra l’antico e il contemporaneo. Le motivazioni della giuria per l’assegnazione del riconoscimento sottolineano “la preziosa indicazione di una scena dove appare possibile coniugare radicamento e modernità” e “l’attenta cura compositiva che ruba dalla pittura di Giorgine lo stupore del tempo fermato a interrogare la condizione dell’esistenza presente e l’alchimia della trasformazione possibile”.
Lo spettacolo parte da alcune suggestioni legate a due dipinti di Giorgine La Tempesta e Fregio, in cui l’attimo fulmineo viene congelato nella rappresentazione del lampo e la tempesta si fa messaggera di un tempo burrascoso, rovinoso. In questo tempo passato ed etereo si innesta la contemporaneità dura del Veneto del presente, devastato, lontano dalle sue origini.
Tempesta attinge molto dalla pittura. Lo spettacolo intero è un susseguirsi di composizioni visive, tableaux vivant che coniugano iconografie passate e contemporanee. La scena è bianca, essenziale. Ogni spazio si fa potenzialmente supporto per la proiezione di immagini, delineando un grande quadro piuttosto che un palcoscenico. Nel mezzo della scena solo due schermi sospesi. Lo spettacolo ha un rapporto strettissimo con il video. Le immagini scorrono in continuazione disegnando mondi e scenografie, dentro i quali gli attori si muovono, sia nella realtà del palcoscenico, sia nella fiction del video. L’attore è sdoppiato, forma reale e proiezione interagiscono nell’attimo della rappresentazione, in un continuum che rompe ogni struttura narrativa.
La drammaturgia dello spettacolo si gioca tutta nell’iconografia visiva. Non ci sono altri appigli per lo spettatore. Per guardare lo spettacolo bisogna lasciarsi trasportare in un flusso di forme che lentamente si evolvono. Paesaggi naturali, tempesta, acqua, foresta in una specie di viaggio nel tempo che porta dall’acqua primordiale, ai giorni nostri. Anche gli attori si trasformano in figure, simboli ora della contemporaneità - l’attore entra in scena emergendo da un nulla fumoso con il cappuccio della felpa ben calato sulla testa- ora del mondo rinascimentale - una donna nuda su un divano cinquecentesco, un cavaliere con una lancia e l’armatura. Il limite dello spettacolo è quello di dimenticare lo spettatore. Tempesta rompe ogni relazione tra sala e platea, lo spettatore è solo, come di fronte a un bel quadro. Gli attori, pur presenti in scena, nella loro carne e nella loro nudità, scompaiono, diventano figure bidimensionali che si muovono in un acquario ovattato e surreale.
*Jeug-
delteatro.it - 07.05.2010
di Claudio Facchinelli
È difficile riferire, come si farebbe per un normale spettacolo teatrale, di una performance senza parole, che vede in scena solo una ragazza e una cavalla. In effetti, *jeug (una radice sanscrita, da cui nascono le parole gioco, giogo, coniuge, giumenta) è piuttosto un percorso misterico di avvicinamento e agnizione fra due entità animate, ogni volta variabile ed aleatorio. Il velo di garza che separa l'azione dal pubblico, oltre a costituire un espediente tecnico per consentire alla cavalla di non essere distratta da presenze estranee, è anche un diaframma ad un tempo materiale e simbolico, che isola la consumazione di un rito iniziatico le cui immagini, a tratti incerte, sfumate, sembrano dimostrare l'impossibilità, o forse l'illiceità, per occhio umano, come pure per le più sofisticate tecniche fotografiche, di coglierne l'essenza segreta.
Eppure il rapporto che si sviluppa fra le due creature è chiarissimo. La prima suggestione che arriva allo spettatore, non appena la ragazza, che veste inizialmente un severo abito vittoriano, inizia a liberarsi dalle sue opprimenti strutture coercitive (la crinolina, una vera gabbia; il busto, serrato da innumerevoli laccioli), è quella dei miti che narrano degli accoppiamenti di dei o semidei, sotto specie di animali, con femmine umane. Ma, ancora più in profondità, colpisce l'adesione amorevole ed attenta fra la morbida, inerme nudità di Anna e quella non meno armoniosa e seducente della cavalla Pioggia, il reciproco, fiducioso affidarsi dell'una all'altra, ci mostrano un rapporto perduto fra l'uomo e la natura, forse più alla maniera di David Herbert Lawrence che di Jean-Jacques Rousseau; ci parlano di un panteismo che la civiltà contemporanea ha respinto ai margini del nostro sentire.
Cercando di valutare con parametri estetici e teatrali il lavoro, si coglie il fascino dei giochi d'ombra, che moltiplicano sullo schermo di garza la corsa della cavalla; si apprezza la geometria drammaturgica rigorosa, pur all'interno di quella imprevedibile libertà, propria del vitale, di cui si è detto (ma il teatro non è forse una continua scommessa con l'alea del possibile?), che rende ogni volta diversa anche l'estensione temporale dello spettacolo.
Purtroppo, dopo oltre tre anni di lavoro; dopo riconoscimenti prestigiosi da parte della critica, ma poche repliche (peraltro sempre connotate dal "tutto esaurito"); dopo la cancellazione, a un mese dalla data prevista, della programmazione, a Milano, nell'ambito della rassegna "Danae", lo spettacolo esce dal repertorio della compagnia, che non ha la possibilità di sobbarcarsi, non tanto il mantenimento della cavalla, quanto il suo delicatissimo, permanente training. Sarebbe importante farlo sopravvivere, perché raramente capita di imbattersi in performance che esprimano, col puro linguaggio delle immagini, un messaggio così coinvolgente e denso di contenuti culturali, etici, sociologici.
*Jeug-
blalab.it - 06.05.2010
di Mirko Corato
Ricordo che all’istituto d’arte Boscardin di Vicenza il prof. Gallio (interessante scultore e grande appassionato di cavalli nonché di colombi) ci sfidava a tradurre le pose della modella nell’anatomia di un cavallo. “Non è difficile – ci diceva -; siamo entrambi mammiferi ed anche se quelle del cavallo hanno proporzioni e forme diverse in fondo abbiamo le stesse identiche ossa”. Conservo ancora uno di quei bozzetti d’argilla, ma conservo, soprattutto, un ricordo vivissimo di quell’esperienza: ricongiungersi all’identico passando attraverso la trasfigurazione, mettersi in gioco nella fusione-confusione anatomica. L’abilità manuale e lo sforzo intellettivo erano solo la cornice entro la quale si dispiegava un evento insondabile, una ritualità ancestrale i cui significati non riuscivo ancora a decifrare.
Appresi qualche anno più tardi come fin dagli albori dell’umanità i riti d’iniziazione assumessero quale figura di riferimento un animale totemico. L’animale doveva essere attraversato e introiettato mediante processi d’identificazione. Questo percorso d’immedesimazione e superamento rendeva l’animale dispensatore di beni e virtù, ma anche di segreti, mestieri, formule magiche e tecniche.
Vladimir Propp, studioso russo del folclore e della letteratura, verificò come, nelle fiabe e nei racconti di magia, uno dei tipici compiti assegnati costantemente all’eroe nel suo percorso d’iniziazione fosse quello di domare un cavallo (Propp, Le radici storiche dei racconti di magia).
Quali erano le caratteristiche, le virtù o le tecniche che l’uomo poteva trarre dalla domesticazione del cavallo?
Certamente gli uomini desiderarono farsi uguali ad un animale particolarmente veloce. Il cavallo, inoltre, così come tutti gli ungulati a lui simili, rispondeva perfettamente al comando di fuga, era cioè specializzato nel fuggire insieme con gli altri individui del branco.
Il comando – scrive Elias Canetti nella sua monumentale opera Massa e potere – è più antico del linguaggio e trae la sua origine biologica proprio dal comando di fuga. La fuga, infatti, è strettamente legata all’istinto di sopravvivenza ma soprattutto è l’ultima e l’unica istanza cui ci si può appellare contro la sentenza di morte insita nella differenza di potere.
L’uomo, addomesticando il cavallo, forma con esso una nuova unità. Tra uomo e cavallo si crea un rapporto personalissimo, necessario e familiare.
Nel rapporto cavallo-cavaliere il comando si traduce nell’accondiscendenza ad ogni pressione del corpo, attraverso cioè un contatto anatomico nelle forme del premere e del tirare.
L’invenzione della cavalcatura – sostiene Canetti – ha introdotto un nuovo agente nella storia dei rapporti fra le creature, rivestendo poi un ruolo determinante anche in relazione ai rapporti tra le diverse civiltà e popolazioni.
“L’arte del cavaliere – prosegue Canetti -, non appena acquista carattere militare, consiste nel permettere ad una massa grandissima di sottoposti di trasmettere immediatamente ad altri – ai cavalli – ogni ordine ricevuto”. “La domesticazione del cavallo e la costituzione della cavalleria nella sua forma più compiuta – continua Canetti – furono il presupposto delle grandi invasioni storiche dall’Oriente”. La storia della domesticazione del cavallo appare così indissolubilmente intrecciata con l’arte della guerra e con la logica del comando militare.
In apertura di *jeug sentiamo un brano tratto dal libro di Giobbe: “Sei tu che hai dato la forza al cavallo e adornato il suo collo con la criniera? Puoi farlo saltare come fosse un grillo? Egli mette spavento quando lo senti nitrire, scalpita spensierato nella valle, va incontro alle armi con forza. Non conosce la paura né il terrore, la battaglia non lo mette in fuga. Porta addosso frecce tintinnanti, lance e spade che luccicano. Freme impaziente di divorare le distanze. Nessuno lo trattiene quando suona la tromba, essa dà il via e il cavallo nitrisce. Da lontano sente la battaglia, le grida di guerra e gli ordini dei capitani.” (Giobbe 39, 19-27)
L’uomo ha così trasformato il comando di fuga in un comando d’attacco. Se prima i cavalli allo stato brado fuggivano insieme di fronte al pericolo ora nella fusione col cavaliere si lanciano all’unisono nella battaglia incontro alla morte.
La domesticazione del cavallo, inoltre, partecipando alla formazione della logica del comando, s’intreccia, oltre che con la cultura militare, anche con l’ordine sociale e con il tema dell’educazione. “Fin dalla prima infanzia – scrive Canetti – spine di ogni tipo (comandi, prescrizioni, divieti) si accumulano nel bambino: esse si trasformeranno poi nei limiti e nelle costrizioni della sua vita successiva. Egli deve quindi cercare altre creature nelle quali trasferire le sue spine”.
Riprendendo un altro concetto di Canetti possiamo dire che la spina del comando che caratterizza le nostre moderne società è senza dubbio riconducibile alla “muta di accrescimento”, nella tendenza cioè al produttivismo e all’accumulo. È proprio questa, che Ivan Illich chiama pax oeconomica, a non lasciare in pace i popoli, configurandosi di fatto come una guerra agli usi civici e all’ambiente (Illich, Nello specchio del passato)
“Il sistema del comando – conclude il suo studio Canetti – è universalmente ammesso. Lo si trova sommamente accentuato nell’esercito. Ma anche molti altri ambiti della vita civile sono dominati e caratterizzati dal comando. La morte quale minaccia è la moneta del potere. Qui è facile mettere una moneta sull’altra e accumulare capitali. Chi vuole riuscire ad aggredire il potere deve guardare negli occhi senza timore il comando e trovare i mezzi per sottrargli la sua spina.”
Con *jeug gli Anagoor provano a riscrivere il rapporto uomo-cavallo ripartendo da dove ha avuto originariamente inizio, ovvero dalle fasi di iniziazione e addomesticamento. Non a caso l’addestramento di Pioggia – la giumenta che con Anna Bragagnolo condivide la scena – e gli esercizi in preparazione dello spettacolo si rifanno al join-up, una tecnica nonviolenta basata sulla fiducia. È anche in ragione di questo che gli Anagoor possono parlare di un animale storicamente nuovo.
Se è vero che un certo tipo di domesticazione del cavallo ha portato ad una certa formulazione del comando, all’invenzione della cavalleria e a tutta una storia militare e sociale che arriva fino a nostri giorni, con questo nuovo inizio nel rapporto uomo-cavallo gli Anagoor cominciano un’altra storia: guardano negli occhi il comando e cercano di togliergli la spina, sperimentando, di fatto, sulla scena teatrale che però è anche scena del mondo, un’umanità nuova.
Tempesta
Il Giornale di Vicenza -13.04.2010
di Rosarita Crisafi
Chi si è messo in fila nelle scorse settimane per una visita alla mostra di Giorgione a Castelfranco Veneto, celebrativa cinquecentenario dalla nascita, non avrà potuto fare a meno di restare affascinato dalle immagini de "La Tempesta" secondo Anagoor, in scena venerdì sera al Teatro Astra di Vicenza.
Ultimo appuntamento del ciclo "Eva contro Eva" dedicato ai linguaggi del contemporaneo, lo spettacolo approccia una coraggiosa lettura della celebre opera di Giorgione, genio pittorico del cinquecento, riproponendo in una serie di simboli e suggestioni visive il mistero del dipinto.
Lo spettacolo, Premio Scenario 2009, indaga il complesso legame con il territorio e con la storia.
Anagoor, il collettivo di ricerca teatrale con sede a Castelfranco Veneto che ha trasformato i locali di una vecchia conigliera in un centro d'arte, affronta il tema dell'antico con un linguaggio raffinato ed affascinante.
Un teatro che procede per quadri, visioni e suggestioni, che non narra ma evoca. Le immagini ed i suoni de "La Tempesta" secondo Anagoor riportano alla luce la stratificazione di significati e l'ambiguità che si cela dietro il dipinto di Giorgione, realizzato tra il 1507 ed il 1508 ed ancora oggi una delle opere più controverse della storia dell'arte. L'intenzione dello studio di Anagoor non è certo quella della biografia d'artista, ma un'indagine nelle pieghe del fascino delle immagini del pittore veneto, considerato l'inventore del paesaggio, personalità ambigua e misteriosa le cui opere cariche di simboli e messaggi non sono ancora state decifrate.
Anagoor costruisce una drammaturgia a partire dalle immagini. In scena due schermi rettangolari in primo piano ed una scatola di vetro separano il palcoscenico in tre aree che ricalcano la partizone del dipinto e suggeriscono diversi piani di lettura.
Dalle nebbie compaiono e scompaiono gli interpreti, un giovane guerriero in posa disarmante ed una giovane che si manifesta in una nudità pittorica, con posa pudica e classica. Lo spettacolo sembra percorrere un senso circolare, dalla rinascita di un battesimo al contrario nelle nebbie della tempesta fino all'approdo nel giardino allegorico, che viene dapprima immaginato in una proiezione astratta nelle nebbie e poi svelato nella luce delle riprese video.
Un drappo rosso squarcia la scena nel vento della tempesta, un drappo fisico calato dal sipario e ripreso in continuità nelle immagini dei due video, che quasi sempre anticipano di qualche attimo qualcosa che sta per accadere realmente in scena, disegnano la previsione di un futuro dai tratti incerti, l'incombenza di accadimenti, simboli e presagi.
Si respira un'atmosfera misteriosa e a tratti cupa, la cui intensità è amplificata dall'intelligente utilizzo dell'audio che mescola sonorità elettroniche e antiche vocalità. Emerge anche la voce di Robert Oppenheimer, il fisico americano inventore della bomba atomica, a sancire la possibile imminente catastrofe sul punto di scatenarsi. Si trasmette il senso di un precipizio che fa barcollare lo spettatore sull'orlo dell'incertezza, del vuoto, del mistero, dell'angoscia.
Con "Tempesta" Anagoor ha offerto l'altra sera una prova di ricerca di grande stile e raffinatezza. Forse il linguaggio teatrale di difficile comprensione ha sancito un'accoglienza tiepida da parte del pubblico dell'affollatissimo teatro Astra. Applausi spontanei e calorosi all'incontro con la compagnia allo spazio Nadir al termine della rappresentazione.
Tempesta
sceneanordest.jimdo.com - 12.04.2010
di Silvia De March
Una nebbia aleggiante in platea accoglie il pubblico, che entra immediatamente in un'atmosfera sospesa, di attesa. La pulizia formale è netta lì sul palco: la scena intonsa ha la geometria di un cubo schermato, affiancato da due monitor sospesi. Schermi che guardano il pubblico e si fanno guardare, fissano il proprio sguardo e catturano l'altrui. In questa perfomance senza parole, sono infatti le immagini e l'interazione figurativa dei personaggi a tessere il filo di un discorso muto. Ed il risultato è senz'altro eloquente.
Luci-suoni, luci-tuoni avviano la narrazione in un'ambientazione ammantata di vaghezza: schermi interlocutori, superfici patinate, fari che intensificano oscuri contrasti, più che illuminare e definire le figure. Con una lentezza che non cede ad un fascino misterico, piuttosto concentra la fatica di emergere, di identificarsi, di essere, si affaccia nella gabbia cubica un giovane, sceso in calzamaglia da un altro tempo. Un corpo, esplorato con le mani come se accarezzassero pensieri e sentimenti inespressi. Un arciere che, uscendo dalla stanza, si sottopone al rito della vestizione armeggiando con movenze di danza. Ma la sintassi spesso si interrompe in puntini di sospensione: sguardi perplessi e poco persuasi scrutano una prospettiva indefinita, forse il proprio destino di guerriero.
In questa preparazione al coraggio s'interseca la scoperta della forma femminile, covata nella placenta della gabbia o scatola magica. Lungo le pareti si snoda tra i due un dialogo gestuale, che più si esplicita, più si distanzia differito ad altro momento da vele rosse alzate sullo fondo.
Contemporaneamente, nei video scorrono immagini di dettagli oppure di momenti preliminari o successivi a quanto si svolge in res. La stessa azione, dunque, si offre sotto aspetti diversi: franta, zoomata, simultanea - riflessa, in definitiva, nella complessità delle sue sfaccettature. Il pericolo di un'assimilazione passiva e superficiale della visione è scalzato proprio da tale approfondimento dell'azione in scena e l'effetto è potente, di coinvolgimento quasi empatico più radicale e di una tenuta narrativa più solida. Perciò l'interazione col video assume una valenza più costitutiva e narrativa rispetto ad altri e altrui lavori.
Come Rivelazione e in pendant con questa, anche in Tempesta la suggestione dell'opera del pittore è genetica e si palesa quando nella stanza il personaggio femminile assume posizione e fattezze della celeberrima Venere. O quando, in un momento topico, sui video compare la famosa coppia di cartigli dal fregio di Casa Giorgione: il primo con scritto Si prudens esse cupis in futura prospectum intende (Se vuoi essere prudente volgi lo sguardo al futuro), il successivo vuoto, quasi suggerendo allo spettatore di riempirlo di saggezza propria. Le figure, colte e staccate dalle pitture, sembrano dunque assumere vita in uno spazio reale, dinamico, interattivo, in un dialogo impossibile ma probabile tra personaggi familiari. Immagini d'acqua e musiche orientali suggeriscono un viaggio marittimo, come quello che il commitente Tuzio Costanzo affrontò al servizio della Serenissima tra la Marca Trevigiana e Cipro. Al termine, il condottiere penetra nella stanza della Venere e scatta un cortocircuito di immagini in sovrapposizione onirica, come se l'uno entrasse nel sogno dell'altra, come se gli spettatori entrassero in una vita retrostante i dipinti fissati sulla tela. E gli interpreti si distinguono per la capacità di percepire e restituire la complessità dei personaggi, nell'esprimere un'intrinseca necessità delle azioni e inazioni. La stessa ricerca formale, fondata sulla chiarezza, sull'equilibrio cromatico, sulla misura del ritmo, non è fine a se stessa: concentra e trasmette una tensione di approfondimento e di introspezione che si percepisce anche come impegno etico.
L'incontro tra la Venere e l'Arciere resta incompiuto: il dialogo non si realizza, interrotto forse dalla Tempesta. La performance potrebbe essere conclusa qui; e a dire il vero il secondo tempo estenua un po' la suggestione onirica in un'atmosfera dapprima più metafisica, poi addirittura misterica. Un nuovo transito attraverso liquidi amniotici schiude spazi edenici, in un paradiso ricostruito con riprese e voci naturalistiche. Influssi biblici poco convincenti (ma forse in sintonia con gli interessi esoterici del pittore) tessono il climax verso un appuntamento autentico tra i due giovani.
Resta comunque lo sconquassamento della Tempesta: un momento di convergenza e scelta tra istanze diverse (l'amore, il dovere, la vita, la sorte); e uno spazio in cui la caduta è anche possibilità di ritrovamento. Basta disporsi, con saggezza e fede, al divenire.
Tempesta
Il Manifesto - 28.03.2010
di Gianni Manzella
"La Tempesta ma non è Shakespeare. È Giorgione da Castelfranco Veneto il nume tutelare e genius loci della raffinata e rarefatta opera prima del gruppo che, sulla scorta di un racconto di Buzzati, si è dato per nome Anagoor (o forse seconda, l'opera, prima c'erano state le evoluzioni equestri che in *jeug accompagnavano il lento spogliarsi dell'abito ottocentesco con cui si presentava la performer). Siamo in quella provincia veneta, forse ricca ma non sempre felice, che d'improvviso ha prodotto una nuova generazione teatrale, sconvolgendo la tradizionale un po' asfittica geografia del nuovo teatro - e singolarmente presente negli stessi giorni negli spazi bolognesi. All'inizio è solo una finestra nello spazio buio, due ante accostate attraverso cui passano cieli nuvolosi, paesaggi nebbiosi in cui pare di distinguere figure che poi prendono progressivamente corpo. Atleti del cuore che si preparano alla loro performance. Poi il crescere delle luci rivela lì accanto una scatola vitrea, ugualmente immersa in una foschia fumosa che vela lo spogliarsi e il rivestirsi dei due interpreti. Un giovinetto in armatura, assai poco guerresco. La nudità di una Venere distesa nella posa pudica che da Giorgione arriverà a Tiziano e alla Olimpia di Manet. Sullo sfondo, un drappo rosso fluttua al vento di una tempesta che è tutta interiore, come nell'enigmatico dipinto dell'artista cinquecentesco loro conterraneo. Un senso di attesa si dilata nell'arco del lavoro, ed è il suo lato più emotivamente coinvolgente. Gonfiando l'erotismo senza sbocco che si spegne in un finale troppo dilatato."
Rivelazione
sceneanordest.jimdo.com - 31.01.2010
di Silvia De March
"Rivelazione è un titolo che corrisponde fedelmente al sentimento che le Sette meditazioni intorno a Giorgione sviluppate dagli Anagoor sollecitano sia rispetto al soggetto della mostra in corso, che alle peculiarità caratteriali della stessa compagnia.
In scena Paola Dallan e Marco Menegoni sono soli con le loro voci e i loro copioni. Alle loro spalle si susseguono proiezioni di paesaggi, volti, frammenti. Sono i dipinti muti del Giorgione, accarezzati da uno sguardo attento. La scintilla dell'interazione con la lettura scenica riaccende in essi un'insospettata vitalità.
Sette opere del pittore danno adito ad altrettante meditazioni che sarebbe più giusto definire "immedesimazioni": nella biografia dell'autore, nel suo contesto storico, nei personaggi da lui ritratti, nelle intenzioni espressive. La dimensione chiusa nella tela è continuamente trapassata e il mondo che appare in filigrana viene esplorato ed infervorato da una fresca curiosità. Il senso di appartenenza al proprio Comune e, di più, al proprio paesaggio si palesa nella rielaborazione di questi giovani, di cui si manifesta ancora una volta il raro rispetto per il passato, l'attenzione costitutiva per l'immagine, una sensibilità non comune di penetrazione nel gesto pittorico e scenico in senso lato, dentro il suo portato esistenziale.
L'impatto della loro passione che comunicano è travolgente: la capacità di coinvolgimento della drammaturgia e degli interpreti trascina lo spettatore in quell'aldilà tutto terreno che da una vaghezza remota acquista concretezza familiare; e persino il sostrato allegorico si esplicita con una disinvoltura non paragonabile alla superficialità delle audioguide...
Ma il movimento non è univoco: la cornice del Veneto tardo quattrocentesco presenta non pochi parallelismi con la contemporaneità. «Già allora il nord est che lavora» poggia sul viavai di «extracomunitari, badanti, gente senza permesso di soggiorno». «La gioventù dorata», «i ragazzi della bella società» svagano in un ingenuo edonismo l'angoscia dei «venti di guerra». Eppure questi sono così forti da spargere la percezione collettiva di un'apocalisse incombente, paragonata per effetto al panico del crollo delle Twin Towers, qui riprodotto.
Dalla collaborazione con Laura Curino è nato dunque un lavoro apprezzabile a più livelli, immediato ma non banale, denso ma non criptico. Colpisce la sapienza nell'orchestrare e alternare una varietà di linguaggi che oscilla tra la spontaneità attuale di un adolescente e il latino macheronico della Serenissima. Particolarmente ammirabile e determinante l'abilità dell'attrice, di cui si ascolta una modulazione determinata e calibrata, sempre puntuale.
Con questa proposta fruibile da un pubblico più ampio e variegato, Anagoor offre un'altra lezione di teatro, di etica e pratica teatrali in cui riconferma alcune cifre liriche; e soprattutto presenta una ricostruzione di storia dell'arte in competizione nettamente vincente sull'allestimento dell'esposizione museale".
Tempesta
obiwi.fr - 22.01.2010
di Hélène Sadaune
"Cette compagnie théâtrale de Castelfranco Veneto (région de la Vénétie) a obtenu une mention spéciale du Prix du Meilleur Scénario théâtral 2009 (Premio Scenario 2009, le prix italien le plus prestigieux dédié au théâtre contemporain) avec //Tempête//.
ANAGOOR est l’une des compagnies théâtrales les plus brillantes grâce à sa vision du théâtre moderne finement mêlé à la tradition. A l’occasion des célébrations du 5ème centenaire de la mort du peintre Giorgione (originaire de Castelfranco Veneto) les ANAGOOR rendent hommage à son génie à travers une série d’évènements théâtraux, de conférences et de laboratoires.
Après Révélation, Tempête est le seconde oeuvre que la compagnie ANAGOOR dédie au peintre Giorgione (mort en 1510 de la peste, dont ses élèves Titien et Sebastiano del Piombo finirent ses toiles inachevées). Nous expliquent les ANAGOOR: "Giorgione représente une sensibilité artistique et spirituelle dans laquelle nous nous retrouvons, à laquelle nous sommes préparés par notre éducation, et dont nous continuons à nourrir nos différentes expériences formatives. La nostalgie pour un âge de la Terre et la tentative de la concilier avec la modernité, en comprenant la profonde fracture et les tensions que cette fracture continue à exercer profondément dans notre société, caractérise depuis longtemps les travaux d’ANAGOOR. Nous appartenons à une génération qui n’a pas connu son propre territoire vierge mais est né et a grandi pendant et après sa dévastation définitive. Toutefois, c’est la première génération a avoir assimilé l’angoisse d’un holocauste nucléaire, la peur de pandémie et de contagion sexuelle qui a changé pour toujours l’amour et les relations interpersonnelles, l’inquiétude d’une véritable catastrophe écologique. C’est cette perception de nous-même, locale et globale à la fois, vision intime des choses et cadre d’ensemble, l’objet d’enquête des ANAGOOR".
Tempête est sans dialogue. Plus qu’un spectacle théâtral il s’agit d’une performance artistique réalisée à l’intérieur d’une installation multimédia, dont les différents langages se fondent entre eux et se complètent: audio, vidéo, geste théâtral.
Deux grands écrans verticaux dominent la scène, sur la droite de la scène, signe de l’importance que le vidéo a désormais conquis dans la réalité scénique contemporaine, alors qu’un mystérieux cube transparent est monté sur la gauche, remplit de vapeurs d’eau parfumée qui s’en échappe et va vers les spectateurs et remplit d’une brume mystérieuse la scène, au début du spectacle.
Commence le vidéo: des éclairs, le son du vent dans la tempête, le tonnerre qui foudroit les éléments alentours, parallèlement, on s’aperçoit que quelque chose est dans le cube embrumé et bouge. C’est l’acteur Pierantonio Bragagnolo, qui fait geste par geste, au même rythme, les gestes lents et étudiés du vidéo transmis sur la droite.
Les deux acteurs (frère et soeur dans la vie) Anna et Pierantonio Bragagnolo, composent des tableaux vivants, évoquant les silhouettes et les thèmes chers à Giorgione, appartenant à la même iconographie. Le jeu esthétique des images réalisées par leurs postures est répété et amplifié par l’utilisation savante du vidéo, qui retransmet les mêmes scènes mimées par les deux acteurs au même moment. Jeux savant reproduisant le "vivant" du "déjà vu"du vidéo. Les costumes de scène, les lumières, les images vidéos projetées, les sons: tout est organisé dans les moindres détails, rien n’est laissé au hasard, de manière à obtenir une élégance et une perfection formelle époustouflante...
On est frappé par la poésie des images, la beauté du son reproduisant des éléments essentiellement naturels (le vent, la foudre, la pluie qui tombe, les oiseaux qui chantent dans la forêt..) parallèlement aux vidéos transmises soit sur les deux écrans verticaux, soit sur le fond du cube.
Les acteurs muets, composants des tableaux vivant évoquant des scènes peintes par Giorgione, se déshabillent, se rhabillent, changeant de vêtement pour changer de tableaux, avec lenteur, avec grâce, dans la brume pour Anna Pierantonio enfermée dans son cube embrumé dont elle ne sortira pas, et sur la scène pour Perantonio, à deux pas de son propre vidéo, qui semble doubler son propre personnage…
A un moment, Anna devient le tableau vivant de Giorgione: "Vénus dormant" peint en 1501 et actuellement conservé au Musée de Dresde. Avec une lenteur étudiée, elle enlève son justaucorps de danseuse: elle est nue, identique au célèbre tableau, au milieu du brouillard vaporeux et léger du cube, retransmise parallèlement sur les deux écrans à droite de la scène. Le spectateur ne sait plus où donner de la tête, le cube ou le vidéo? Ils sont presque semblables, la différence est minime et voulue, comme dans un jeux de "chercher l’erreur".
Même si la signification à attribuer au spectacle est en parfaite harmonie avec l’auréole de mystère liée aux tableaux de Giorgione, le résultat est convaincant, signe évident que la compagnie de Simone Derai et Marco Menegoni ont réalisé un travail remarquable, le fruit d’une réflexion patiente, le fruit d’un travail et d’un engagement authentique qui ne laisse rien au hasard. Du très beau spectacle ".
Tempesta
delteatro.it - 21.01.2010
di Andrea Porcheddu
"Se dovessi scegliere, nel raffinato e rarefatto impianto iconografico che è sostanza e sfondo della Tempesta di Anagoor, un qualcosa a simbolo effettivo del tutto, sceglierei la felpa. La felpa, quell'indumento di spesso cotone, con cappuccio, zip e tascone è il capo che maggiormente si vede addosso agli adolescenti. Felpe sdrucite, magari con qualche scritta: che non rimandano più né ai college americani né tantomeno all'attività sportiva. Delle felpe, soprattutto, è funzionale il cappuccio, che nasconde e protegge: l'adolescente è lì dentro, nella sua magrezza, stretto nelle sue fragili spalle.
Anagoor, il gruppo di Castelfranco Veneto che con Tempesta ha meritato la Segnalazione speciale allo Scenario 2009 veste il protagonista di felpa e jeans. Poi i pantaloni cambiano, e sulla felpa viene indossata una corazza: ma lei rimane, il cappuccio rimane. A connotare, laddove ce ne fosse bisogno, tutta la fragilità generazionale di questi efebici tardo-adolescenti che vediamo, ogni giorno, in strada o nelle aule. Una fragilità che è anche marginalità, a volte autismo o anoressia, certo difficoltà a vivere: codici comunicativi diversi, alfabeti ridotti al minimo, identità fragili e fortissime.
Anagoor prende questa figura (così come, recentemente, ha fatto Motus per i racconti crudeli) e la mette al centro di un viaggio immaginifico nell'universo pittorico e simbolico di Giorgione - che di Castelfranco era, e che ha evidentemente segnato il percorso formativo della compagnia - a 500 anni dalla morte del misterioso pittore.
Di Tempesta avevamo visto, e amato, la versione "breve", quei venti minuti compatti e astrattissimi, evocativi e suggestivi che avevano convinto anche la severa giuria di Scenario. Ora ci troviamo di fronte allo spettacolo "compiuto" (che poi sono poco più di 40 minuti) presentato in un affollatissimo Teatro Fondamenta Nuove, a Venezia, ma anche in tournée nazionale.
Il lavoro dunque prende un respiro diverso, si dilata nel tempo, pur mantenendo immutata la struttura: vi è, a sinistra della scena, un enorme cubo trasparente, che - riempito di fumo - diventa spettrale luogo di proiezioni e visioni, scatola delle meraviglie e delle ombre. Poi a destra, sospesi a mezz'aria, due schermi rettangolari, ove scorrono immagini che danno contestualizzazioni geografiche e meteorologiche, oppure colgono dettagli, particolari, accompagnando o anticipando in una lieve sfasatura visiva, quanto accade. E cosa accade? Apparentemente nulla. Sono due figure: dell'uno, l'adolescente uomo, abbiamo fatto cenno. Assumerà vesti cinquecentesche (con braghe a strisce aderenti), gestirà una lancia e una sorta di bandiera.
Poi c'è lei, similmente efebica, chiusa nella grande stanza-prigione, appare dal nulla, si denuda, si sdraia come una Olympia. I due entrano in contatto, si sfiorano, si mutano in novelli Eva e Adamo di un improbabile giardino dell'Eden. Senza profferir parola, nel silenzio raggelato da musiche (non sempre efficaci), da rumori sordi, da cupe eco di suoni naturali e dal ronzio possente di un ventilatore industrial. Si susseguono quadri di un bignamino d'arte: Giorgione, ma ci par di notare un omaggio a Caravaggio, a Paolo Uccello ed altri. Ma sono solo suggestioni che scompaiono subito, l'una dopo l'altra, in un montaggio che procede per accostamenti azzardati e dilatate scarnificazioni.
Tutto è rarefatto, sospeso, ma a tratti pericolosamente annacquato. Eppure quella strana alchimia trattiene, avviluppa e incanta lo sguardo, anche quando le proiezioni di una foresta potrebbero far pensare a un banale cromakey degli Angela di turno, con canti e nenie sin troppo lancinanti. O quando, nel finale, l'insistita proiezione della donna in arme in un campo ormai spogliato di pannocchie al tramonto potrebbe virare ad uno stucchevole buonismo.
Se, insomma, questa Tempesta mostrava straordinaria efficacia nel "format" breve, pare quasi che una volta assunta la forma e la durata definitive perda di mordente, pur acquistando in evocazioni e lirismo. Resta comunque di rilievo - ed è la cifra di Anagoor, che della nuova generazione della scena italiana sono uno dei punti di forza - la raffinata fattura, la visionaria e tecnologica struttura, la capacità di aggirare e snidare l'attraente figura di Giorgione non solo attraverso l'opera pittorica, ma anche - e forse soprattutto - in quel territorio misterioso e oscuro, di significanti slegati da prevedibili significati, che si intuisce in ogni quadro".
Tempesta
nonsolocinema.com - 13.01.2010
di Elena Casadoro
"Qualcuno l’ha definito il “caso teatrale” dell’anno 2009. Di sicuro “Tempesta” della compagnia Anagoor di Castelfranco Veneto, è uno spettacolo interessante che ha portato una ventata di vitalità nella scena contemporanea italiana e soprattutto veneta, che è valso alla compagnia la Segnalazione Speciale al premio Scenario 2009.
Dopo aver debuttato al festival di Modena VIE e aver avuto la sua prima regionale veneta al Teatro Aurora di Marghera, “Tempesta” ha intrapreso un tour in tutta Italia con varie date fino ad aprile 2010 e sarà in scena domani sera al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, dove la compagnia si fermerà una settimana per tenere anche un laboratorio e un incontro con il pubblico.
Dopo “Rivelazione”, “Tempesta” è il secondo lavoro che la compagnia Anagoor dedica al pittore veneto Giorgione, avvalendosi della collaborazione scientifica, storica e iconografica del prof. Silvio D’Amicone, perché “Giorgione rappresenta una sensibilità artistica e spirituale in cui ci riconosciamo, a cui ci siamo educati”, spiegano. Come è facile aspettarsi in “Tempesta” non c’è trama né dialogo. Più che a uno spettacolo somiglia una performance artistica in un’installazione multimediale, in cui vari linguaggi si fondono tra loro: audio, video, teatrale. Due grandi schermi verticali dominano il palcoscenico, segno dell’importanza che il video ha ormai conquistato nella realtà così come in scena.
I due attori (fratelli nella vita), Anna e Pierantonio Bragagnolo, evocano, disponendosi in una lunga sequenza di suggestivi tableaux vivant, le figure del celebre dipinto del pittore del cinquecento e molte altre appartenenti alla stessa iconografia. Il gioco estetico delle immagini che scaturiscono dai loro corpi viene ripetuto e amplificato dall’uso sapiente del video. Costumi di scena, luci, immagini video, suono: tutto è curato nel dettaglio in modo da ottenere un eleganza e una perfezione formali sbalorditive.
Seppure il significato che vi si vuole attribuire non sia di facile lettura - in perfetta sintonia con l’aura di mistero legata ai dipinti di Giorgione - l’esito è convincente, segno che la compagnia di Simone Derai e Marco Menegoni ha fatto un lavoro pregevole, frutto di una riflessione, un lavoro e un impegno autentico che non lascia spazio al caso".
Tempesta
uncastellanomidisse.it - 09.01.2010
di Laura Visentin
"Non nascondo che prima di accingermi alla composizione di questa breve nota su Tempesta, di Anagoor, ho girovagato per la rete alla ricerca di recensioni, critiche, appigli. Mi sembrava che mi mancassero le parole, che mi mancasse un adeguato background, che mi mancassero gli spunti interpretativi. In realtà ho commesso un errore.
Ho sbagliato perché non sono una critica teatrale, né un’esperta o un'appassionata di teatro. Sono una semplice spettatrice, e la mia superficialissima conoscenza del teatro contemporaneo non va oltre all’opera di Becket. Quindi, leggere interpretazioni, apprezzamenti e stroncature dello spettacolo a cui ho assistito ieri sera, in un teatro colmo di persone, soprattutto giovani, non mi è utile per raggiungere il mio obiettivo.
Lo scopo di questa modesta riflessione, sulla quale sto meditando dall’uscita dall’Accademico, ieri sera, è condividere, con chi avrà la pazienza di leggerla, i motivi per cui mi è piaciuto lo spettacolo a cui ho assistito. Perché mi ha rapito, perché mi ha entusiasmato, perché mi ha suggestionato, perché mi ha regalato una scossa emotiva ed intellettuale. Per farlo, non ho bisogno di niente di più di quello che ho già. Non mi serve indagare.
Seduta in fila 10, mi sono lasciata trasportare dall’opera, mi sono affidata ad essa ed ho lasciato che lavorasse senza frapporre interpretazioni più o meno forzate, che muovesse i fili che si lasciavano muovere, che premesse i tasti che non opponevano resistenza. Ho lasciato che la musica, i suoni, il vento, la sensazione di freddo e di caldo, il futuro e la storia, la paura, l’attesa e la speranza si rincorressero sul palco e costruissero insieme ai corpi degli interpreti, i rimandi giorgioneschi, la luce ed il buio, il fumo e la natura, un’emozione creativa che mi accompagnerà per molto tempo.
Di più non serve dire, credo. Emozioni, suggestioni, creazione: infondo si tratta di questo, no?".
Tempesta
iltamburodikattrin.com - 8.12.2009
di Roberta Ferraresi
"Tempesta di Anagoor, segnalazione speciale al Premio Scenario 2009, è uno spettacolo complesso, che intende fare i conti con tante mitologie occidentali – dall’Ebraismo alla Grecia classica al Rinascimento, dalla Genesi all’Apocalisse fino alla prospettiva e alla proporzione aurea – senza però sottrarsi ai cortocircuiti del contemporaneo, in linea con quella che si è riconosciuta essere l’etica e l’estetica della compagnia di Castelfranco Veneto. Il contesto, annuncia la presentazione dello spettacolo, è quello «della nostalgia di un'età della terra e della polvere e il tentativo di conciliarla con la modernità», nell’obiettivo di rendere conto della frattura che si è realizzata fra queste due epoche, con i loro differenti modi di vivere e di rappresentare. Elemento decisamente interessante – e presente visibilmente a livello tematico e non tecnico, in senso iconografico in tutto il percorso di Anagoor, segnala il foglio di sala – senza affondi metodologici particolari.
Una scena divisa a metà annuncia già le non-corrispondenze di simmetria fra antichità, moderno e contemporaneo. Da un lato, due monitor lcd sospesi in verticale, utilizzati per evidenziare passaggi scenici altrimenti evanescenti o condurre l’attenzione su dettagli (soprattutto mimici, corporei, gestuali), ma anche per raccontare – il termine, certo, non è appropriato in questo caso – di divagazioni non riprodotte in scena (la preparazione del performer, ad esempio). L’altra metà del palcoscenico è occupata da una grande scatola opaca, da cui, in base alla modulazione luminosa, si possono vedere o meno le azioni del performer che la abita, nell’ambito di una complessa varietà della visione che conduce lo spettatore attraverso diverse possibilità percettive. La zona monitor è lo spazio di un giovane uomo, quella della scatola di una giovane donna: i performer sono fratelli, la cui somiglianza e differenza sono dichiarate essere – sempre, irresistibilmente, nel programma di sala – il cuore stesso del lavoro, che si sviluppa, con evidenza, lungo dicotomie a volte pregnanti, altre didascaliche: quella, già accennata, della visione (e ben riuscita, nell’esplorazione della vastità della gamma percettiva), ma anche maschile/femminile, interno/esterno e così via.
Si vedono dal vivo o registrate – ma la differenza non è così sostanziale, in questa impostazione scenica – immagini che evocano personaggi e situazioni da dipinti di Giorgione (non a caso alla vigilia del cinquecentenario dalla morte, nel 2010), dalla Tempesta alla Venere dormiente, antenata di tante Maya moderne; i corpi dei performer variamente abbigliati in un discreto mix di classicità immaginata e modelli di contemporaneità; contesti naturali miniaturizzati, anche temporaleschi, con presagi acquei mortiferi all’insegna di Bill Viola. Immagini al centro di operazioni di sintesi, di modellizzazione, di rimodellamento fino a sfiorare, in certi casi, un livello preoccupante di innocenza.
E qui un altro nodo, avvertito con forza alla base di questo spettacolo, capace, in certi momenti di nuocere ad alcuni passaggi performativi, ma anche emotivi, sensoriali, interpretativi: una sorta di dimensione analogica (di contro al digitale, in questo senso) che sembra governare l’opera. Una prospettiva sequenziale chiusa in se stessa, come nell’elenco di immagini sopra descritto, in una carrellata raffinata di riferimenti estetici (perché no etici, forse biografici) e dunque forse prossima alla nostalgia di certo postmodernismo, fra la citazione, invocazioni auratiche, sinestesia performativa: la piega di tanta pittura rinascimentale, gestualità e pose giorgionesche in tableaux (nemmeno troppo vivants), sguardi opacizzati della prima Raffaello Sanzio, atmosfere inquietanti di Bill Viola. Naturalmente, probabilmente: molto altro ancora. Basta, ancora una volta, sbirciare le righe copiose del foglio di sala per immaginare o almeno annusare l’ampiezza e la profondità dei riferimenti sottesi a questo lavoro. Ma la struttura è, appunto, analogica: un susseguirsi di tagli netti che godono di innesti fragili l’uno sull’altro – quando si trovano. Anche per questa ragione la testimonianza può ridursi a elencazione, a passione tassonomica e classificatoria – nemmeno a descrizione – rispetto a una wunderkammer personalissima e confusa, varia e caotica, ripetitiva pur con la sensazione di poter scovare meraviglie dietro il prossimo angolo (o cambio luci).
Non è solo una questione di relazione fra opera e spettatore: lo stesso discorso, del piano analogico che intercetta (e a volte rischia di inghiottire) la potente stratificazione di pensiero e immagini proposta da Anagoor, si può fare sul piano dei rimandi interni allo spettacolo. La formazione del performer, ad esempio, è mostrata con scarpette da danza e libri, la presenza della natura con alberi e acque, in un dispositivo che può semplificare la vivacità e la profondità interpretative ed estetiche della compagnia. Il problema, se ci si può permettere l’azzardo di un’ipotesi, sta proprio nel principio del dispositivo, di deleuziana memoria, che qualche tempo fa era tornato di moda: esso contiene uno stimolo, irresistibile, a realizzare una certa azione, e l’uomo non può sottrarvisi. Il rischio è nell’automatismo, nell’omogeneità, nella prevedibilità e in un percorso di ripetizione un po’ anni Sessanta: la stratificazione, si potrebbe dire grandiosa, in senso verticale ed orizzontale, che sta all’origine del lavoro in termini di pensiero, di estetica, di performance, è spesso inafferrabile e, purtroppo, emerge solo a tratti nella resa scenica. Anche nel caso della relazione fra i performer, fra cui non c’è nemmeno una parola: l’affondo nella relazione, (la messa in crisi delle sue strutture, dei suoi stilemi, delle sue convenzioni), l’incomunicabilità senza riscatto, l’impossibilità sia di dialogo che di intreccio sostanziale sono tutte idee che si trovano più nella complicità col foglio di sala che nella presenza sul palcoscenico".
Tempesta
nonsolocinema.com - 6.12.2009
di Elena Ballarin
"Una nuova, del tutto attuale interpretazione dell’enigmatica opera di Giorgione, Tempesta, presentata nella serata di sabato 28 novembre al Teatro Aurora di Marghera dalla compagnia Anagoor, compaesana del celebre pittore nato a Castelfranco Veneto. Gli enigmi giorgioneschi, concepiti come universali, dilagano sulla nostra società manifestandosi sotto forma d’angoscia esistenziale. Sentimento cui lo spettatore stesso viene messo alla prova, travolto in un’atmosfera totalmente disorientante, a cominciare dalla stessa scenografia, composta da un parallelepipedo trasparente e due schermi bianchi: ad un primo impatto nulla par avere a che fare con il quadro, ma si rivela nella realtà un’efficace traslazione del contesto cinquecentesco in chiave concettuale. La solitudine evocata dal pittore con una natura deserta e silenziosa diviene monocroma parete impenetrabile e impalpabile immagine su video; il vento premonitore della tempesta è tradotto in un ventilatore, la cui presenza viene volutamente palesata, in linea con una società dove la tecnologia regna sovrana.
L’assenza di comunicazione tra la donna e l’uomo nel quadro è resa da uno spettacolo interamente privo di dialogo; ma a differenza dell’opera pittorica, non vediamo in scena il bambino. Ciò cui ci si trova di fronte è dapprincipio una genesi: un uomo, poi una donna emergono attraverso una fitta nebbia dalle sonorità acquee, un’atmosfera primordiale cui fanno da contrasto abiti e oggetti contemporanei, il tutto in un ritmo accelerato dalla simultaneità di immagini.
Il suono va in coinvolgente crescendo fino all’esplosione di una tempesta che arriva a far tremare persino le sedie del pubblico; anche la luce assume ruolo attivo, offuscando o rendendo limpida la visione, o ancora, sovrastando dall’alto, centrale, la scena, simile a una presenza divina.
In quest’angusta atmosfera i due personaggi, impersonati dai fratelli Anna e Pierantonio Bragagnolo, benché molto somiglianti nei tratti somatici, si muovono completamente estranei tra loro, isolati nei propri rispettivi corpi, nelle proprie emozioni; dalla figura femminile non traspare istinto materno, ma solo amore per il proprio corpo, esposto nudo come una venere, distesa in posa su un letto. L’incomunicabilità delle due figure nude sfocia poi in avvicinamento, solitudine alla ricerca di conforto nel rapporto fisico. Dalla perdita di pudore e moralità si giunge al ribaltamento dei ruoli, in un finale dove la donna, femme fatale in abito rosso, impugna una spada affermando il suo potere sull’uomo: la più attuale delle ipotesi per dar vita alla vicenda giorgionesca in contesto odierno, attribuendone un prima e un poi".
Tempesta
Gazzetta di Parma - 6.11.2009
di Valeria Ottolenghi
"Molteplici le interpretazioni della «Tempesta» di Giorgione tra echi biblici, letture simboliche, significati alchemici, allegorie: nel raffinatissimo spettacolo di Anagoor dallo stesso titolo molte le suggestioni dal dipinto attraverso visioni di suprema eleganza e bellezza.
Questa creazione, Premio Scenario 2009, Segnalazione Speciale, è stata presentata mercoledì al Teatro Comunale di Casalmaggiore dopo l’illustrazione della stagione, un’antica abitudine, il dono di un evento particolare come avvio, come prezioso assaggio della qualità complessiva di tutto il percorso. Ed eccellente è stata anche questa scelta. In una visione candida della scena si svelano a tratti i colori, sia nei due schermi rettangolari sospesi che come sfondo della grande scatola quadrata dentro cui i corpi, le figure si mostrano lentamente, scomparendo poi di nuovo tra fumi e nebbie. In questa «Tempesta» - protagonisti Anna Bragagnolo e Pierantonio Bragagnolo, regia di Simone Derai, coproduzione Anagoor, Centrale Fies, Operaestate Festival, sostegno della Regione del Veneto - l’atmosfera è sospesa, i gesti quieti in una moltiplicazione d’immagini tra proiezioni e presenze d’attore.
Perfette anche le musiche, armonie, suoni naturali d’acqua e ritmi artificiali in flussi che accompagnano visioni parallele, l’attore che si cambia d’abito, tiene in mano un’asta, appare con l’armatura, sensazioni di tempesta, onde del mare frantumate, lievi correnti d’un fiume, lei nuda su un letto dentro il cubo scenografico, come cuscino un secondo materasso arrotolato. Il vento, un’elica che gira, un drappo rosso vero e «finto» sugli schermi. Luci di fulmini istantanei, voce del vento e d’uccelli. Lotta d’elementi naturali. Vicinanze tranquille degli interpreti. La foresta, gli alberi oltre la nebbia lattiginosa che si va rischiarando. Immagini di lei sullo schermo in abito rosso e la spada, diverse distanze, la
luce del tramonto alle spalle...
Uno spettacolo di rara cura costruttiva, di affascinante bellezza in ogni segmento. Lunghissimi, ripetuti gli applausi: sì, davvero un buon inizio per la stagione di Casalmaggiore..."
*Jeug-
Hystrio n.4, ottobre-dicembre 2009
di Laura Bevione
"Una ragazza e una giumenta si incontrano e imparano a conoscersi fino a quando, conscia e rispettosa l’una delle virtù dell’altra, arrivano a fondersi in un’unica entità armoniosa e pacificata. La giovane compagnia Anagoor, che trae il proprio nome da quello della città immaginaria di Dino Buzzati, mette in scena uno spettacolo eminentemente visivo, in cui la parola è abbandonata a favore della composizione di quadri in movimento di intensa suggestione e rarefatta eleganza. Un effetto, quest’ultimo, ottenuto anche grazie alla presenza di un sipario leggero e trasparente, diafano diaframma che separa la scena dagli spettatori. La ragazza, i capelli acconciati in un elaborato chignon di gusto ottocentesco e un pesante e scuro abito con la crinolina, vaga indecisa di fronte alla porta di una stalla, dietro alla quale abita la giumenta, bianca a chiazze scure. E, quando la giovane cavalla irrompe sul palcoscenico, irruente ed energica, libera e disinvolta, ha principio un passo a due che, dall’iniziale diffidenza, conduce alla complicità e alla finale simbiosi. Un graduale avvicinamento segnalato dal progressivo abbandono dei propri pesanti abiti da parte della ragazza, fino alla nudità che segnala l’avvenuta unione con l’animale. “Unire, congiungere” è infatti, il significato della radice indoeuropea Jeug scelta quale titolo dello spettacolo, che mira a mostrare la possibilità di un incontro significativo e rivitalizzante con il diverso da noi. Confrontandosi con la giumenta, la ragazza è spinta a guardarsi dentro e a liberarsi di quanto ne costringe l’anima, conquistando così una piena consapevolezza di sé. Il cavallo e l’attrice interagiscono e giocano ruoli di uguale entità all’interno di questa partita fra umano e animale, fra gabbia e libertà, il cui risultato è un pareggio che arricchisce entrambi e uno spettacolo sostenuto da una raffinata costruzione intellettuale e un’indiscutibile eleganza".
Tempesta
Hystrio n.4, ottobre-dicembre 2009
di Nicola Viesti
"Dopo anni dominati da compagnie meridionali, sono tutti del Nord i gruppi vincitori della dodicesima edizione del Premio Scenario. (...) Di tutto altro segno l'altro progetto segnalato, Tempesta, del gruppo trevigiano Anagoor. Opera di stupefacente sapienza figurativa, insolita per ragazzi così giovani - alla premiazione hanno ringraziato la loro mitica insegnate di lettere del liceo grazie alla quale hanno scoperto la comune passione per il teatro -, ispirata alla pittura del Giorgione. Un'enigmatica e affascinate visione in bianco che porta gli autori a parlare di devastazione de territorio, di angosce e paure, di "nostalgia per un'età della terra e della polvere". in realtà, prendendo a pretesto le suggestioni dell'artista quattrocentesco, Tempesta ci sembra un inquietante dialogo con il doppio, un'estenuante e narcisistica contemplazione della bellezza, anacronistica ma non priva di attualità, un chiedersi affatto banale delle ragioni dell'arte in tempi di tecnologia avanzata. Vorremmo aggiungere, inoltre, che i ragazzi si dimostrano straordinariamente efficaci e scaltri anche nel maneggiare erotismo e sensualità".
Tempesta
sipario.it - 13.11.09
di Claudio Facchinelli
"Dopo l’esplorazione, con lo spettacolo *jeug-, di un contatto rituale, quasi religioso, fra una giovane donna e una cavalla, metafora del rapporto perduto fra l’uomo e la natura, Anagoor si volge alla rivisitazione della Tempesta del Giorgione, con la stessa meticolosità, lo stesso ossessivo, quasi maniacale indugio sui particolari, in un’apparente cifra minimalista che cela invece una sotterranea densità. Non casuale, da parte della compagnia di Castelfranco, atipica ed intellettualistica fin dal nome, la scelta di uno dei più criptici capolavori della pittura veneta. Ma il lavoro non si propone di restituire teatralmente gli enigmatici elementi del quadro, bensì di moltiplicarli con raffinate variazioni sul tema, immerse in una scenografia consistente in una scatola, resa alternativamente trasparente, opaca e traslucida, e in due schermi affiancati, sui quali si proiettano, in un complice contrappunto, rivisitazioni di ciò che avviene in scena, alternate a suggestioni naturalistiche o meccaniche. La nudità morbida e dolce, davvero giorgionesca di Anna ora si disegna con più sensuale evidenza, ora si dissolve nella nebbia; mentre l’atletica figura di Pierantonio, dopo aver riproposto, con studiata lentezza, il costume e la postura del soldato (l’unica esplicita citazione iconografica del quadro), movendosi fuori e dentro la scatola, crea un rimando spaziale e drammaturgico fra gli elementi scenici. La partitura sonora è fatta di voci umane modulate su linee melodiche arcaiche, versi di rondini e di corvi, lo scrosciare pauroso e violento dell’acqua, il rumore del vento. Uno spettacolo in cui non succede nulla che si possa raccontare, ma che lascia nello spettatore un misto di inquietudine e appagamento; e che, come nel fascinoso *jeug-, sottende un impegno etico: la proposta di un rapporto fra gli umani fatto di attenzione e tenerezza, paradossalmente suggerito dall’ambigua eppur solare prossimità fra i corpi nudi dei due interpreti, fratelli nella vita".
Tempesta
abitare.it - 23.10.09
di Carlo Orsini
"Le ultime emanazioni della scena italiana ben rappresentano questa evoluzione: due giovani gruppi ANAGOOR e CODICE IVAN, segnalati i primi e vincitori gli altri del Premio Scenario 2009, presenti questa estate nei vari epicentri del teatro di ricerca italiano, in debutto ufficiale al festival VIE di Modena la scorsa settimana, esprimono le due polarità attuali dell’espressione artistica. Anagoor, gruppo di Castelfranco Veneto, mutuano il loro nome da un racconto di Dino Buzzati “Le mura di Anagoor” in cui l’attesa fuori dalle mura per l’apertura delle porte, rappresenta un momento significativo di per sé di tutta una esistenza, fino all’abbandono dell’attesa senza realizzazione. Profondamente figli del loro territorio, il ricco Nord-Est, di cui hanno vissuto la rapidissima trasformazione urbanistica e territoriale in uno spossessamento paesaggistico dello sguardo, partono da una profonda riflessione filosofica e artistica su le opere di Giorgione, loro concittadino, e di conseguenza i testi vetero-testamentari con i loro significati simbolici e di mistero. Riflessioni di pensiero che si incarnano sulla scena nel tentativo di dare corpo e visione alla espressione o alla repressione delle emozioni. In una costruzione classica dell’immagine, portano in evidenza la presa di contatto o la messa a distanza del nucleo emotivo profondo. In *jeug- una performer in abiti ottocenteschi interagisce con un cavallo, da loro posseduto e ammaestrato. Entrando sempre piu’ in contatto e in intimità, lentamente si spoglia degli abiti, fino a rimanere nuda in groppa o in piedi sul cavallo, in una unione tra raziocinio e animalità. Una performance che rimanda direttamente alla consapevolezza del proprio apparato emotivo e al percorso di controllo e conoscenza di ciò che proviamo e sentiamo nel quotidiano. Un percorso in cui ogni spettatore può riconoscersi e percorrere.
In Tempesta, gemello cattivo del precedente, ispirandosi all’apparato iconologico e filosofico del Giorgione, mettono in scena l’impossibilità di contatto e l’isolamento dei personaggi. Due fratelli, estremamente rassomiglianti, vestono i panni dei personaggi del Giorgione, in una spoliazione e vestizione continua, dalla Venere alle figure in armatura, passando per le iscrizioni del fregio dei Mestieri. In un impianto scenico minimale e allo stesso tempo ricco compositivamente, le immagini appaiono e scompaiono in un box di vetro riempito di nebbia, in un doppio video che rimanda le immagini preparatorie della scena e in un drappo rosso fluttuante, con in corpi nudi e in vestizione dei performer che rimandano ad un erotismo non esplicitato, ma sublimato nei loro lenti movimenti".
Tempesta
Linus - ottobre 2009
di Renato Palazzi
“Vorrei tornare un attimo a parlare degli spettacoli dell’estate (…) è soprattutto sul fronte dei nuovi gruppi che le scorse settimane hanno portato alla luce un autentico rivolgimento epocale:
la vitalità di alcuni piccoli festival – Dro, Bassano del Grappa – ha dimostrato con abbagliante chiarezza che quella fino a poco tempo fa era solo la promessa o l’avvisaglia di un ricambio è ora un fenomeno dilagante. Si moltiplicano, e conquistano spazio, le formazioni emergenti. Si ridefinisce la geografia della creatività teatrale:
la Toscana ribolle di energie, il Veneto è il laboratorio del rinnovamento.
Cresce vistosamente un nuovo pubblico, folto, assiduo, appassionato. I debutti dell’estate, da questo punto di vista, ci hanno offerto due significative conferme – Babilonia Teatri e Teatro Sotterraneo – e una scoperta, Anagoor, che non sembra destinata a una breve durata.
(…) Anagoor è l’autentica rivelazione dell’estate. Attivo sottotraccia da qualche anno, è cresciuto poco a poco,
e ora il suo Tempesta – tra i quattro finalisti del Premio Scenario – dà l’impressione di un’esperienza ormai pronta per la grande ribalta nazionale.
Colpiscono, in particolare, la raffinatezza e la mano sicura con cui il regista, Simone Derai, padroneggia la sua sintassi compositiva,
organizzando un’elaborata architettura di simmetrie e asimmetrie, di specularità e impercettibili sfasature tra le immagini che scorrono su due diversi schermi,
e poi tra i video e i corpi vivi sulla scena, tra corpo e corpo, tra maschile e femminile.
Originario di Castelfranco Veneto, Anagoor si ispira più o meno direttamente alle opere del suo illustre concittadino, il Giorgione, le cui atmosfere sospese, cariche di segreta aspettativa,
formano la sottile ma ferrea nervatura dello spettacolo. Come nel suo dipinto più famoso, La tempesta, appunto, lo spazio è scandito dalla relazione tra due figure,
un giovane e una ragazza, che essendo nella vita fratello e sorella si somigliano come gocce d’acqua.
Il giovane indossa un’armatura, la ragazza è distesa nuda in una stanza di plexiglas, in cui lui si prepara ad entrare. Il cupo boato temporalesco di fondo, il senso di qualcosa che sta per accadere evocano un clima teso, di tragedia incombente, denotando una sensibilità non comune in un gruppo al suo primo impegno importante”.
Tempesta
Rollingstone Magazine - ottobre 2009
di Carlo Orsini
“Anagoor, gruppo di Castelfranco Veneto, segnalato al Premio Scenario 2009 ed affacciatosi al circuito degli epicentri della live art nella scorsa estate. Mutuando il nome da un racconto di Buzzati, con una raffinata e profonda ricerca filosofica e scenica, propongono performances intense il cui tema centrale è l'incarnazione dell'emozione, nella sua presenza o assenza. Se in *Jeug- mettevano in scena la presa di contatto con il nucleo emotivo profondo attraverso l'interazione di una performer e un cavallo da loro addestrato, in Tempesta, mettono in scena l'impossibilità di dialogo. (…) In un impianto totalmente sonoro e visivo si gioca un contenuto erotico né larvato né troppo insistito, ma compensato dalla partecipazione dello spettatore, a cui sono forniti degli indizi sui quali lavorare per ripetere lo sforzo di incarnazione del pensiero nell'immagine”.
Tempesta
Corriere della Sera – 27.09.09
di Magda Poli
"(…) Nuove generazioni si affacciano sul palcoscenico e ricercano nuove espressività, scardinando la struttura complessa del linguaggio teatrale. (…) Giovani compagnie che privilegiano il gesto alla parola, consapevoli che per ritrovare la via del palcoscenico la parola deve riconquistare il suo senso profondo. Gesti e composizioni i cui riferimenti sono colti come in Tempesta della compagnia Anagoor con anna e Pierantonio Bragagnolo con la regia di Simone Derai che si rifà all’opera di Giorgione. Due schermi in verticale a lato di una scatola-camera che il fumo rende opaca e permette all’attore di materializzarsi all’improvviso, guerriero di oggi con una felpa con cappuccio, guerriero di ieri, elegante nel gesto e nella figura che uscirà dalla sua gabbia per interaire con gli schermi in un gioco di immagini fatto di rimandi e sfasature che lasciano un senso di attesa, di minaccia sublimata dal bello, in un tempo sospeso fino al comparire nella stanza di lei nuda che diventerà la morbida venere sdraiata di Giorgione. Si legge in questo spettacolo un’urgenza di sapere, il bisogno d esorcizzare il banale per affondare nelle proprie radici culturali e riappropriarsene”.
Tempesta
retididedalus.it - settembre 2009
di Chiara Pirri
Anche se non nego sia emozionante quando succede che la scena torni alla sua arcaica sacralità, come durante gli spettacoli del Teatro Valdoca o di Danio Manfredini, è altrettanto emozionante quando la scena diventa un focolare che accoglie e raccoglie, come negli spettacoli di Andrea Cosentino. Merita attenzione, per essere riusciti a creare un’atmosfera interessante e una forma estetica significante, lo spettacolo degli Anagoor, Tempesta (menzione speciale, premio Scenario). Su un fondale bianco si staglia un cubo di plexiglas al cui interno, dal fumo fitto che lo riempie fuoriesce una figura di uomo, la sua immagine è proiettata in due schermi rettangolari al lato del cubo. Quando il ragazzo esce, viene sostituito nel cubo da una donna, gli schermi continuano a funzionare da riproduttori dei gesti e contemporaneamente da emissari di immagini in situazioni altre (i loro sogni?). Si crea un’ atmosfera onirica che diventa fiabesca quando il ragazzo si trasforma in un cavaliere che ritorna al cubo per salvare la sua principessa che giace nuda.
Tempesta
La Repubblica –21.09.09
di Rodolfo di Giammarco
“Presenta alterni picchi molto alti il bel festival Short Theatre e, tra questi, in zona Scenario c'è (...) la levigatezza apocalittica di Anagoor (…)”
Tempesta
tuttoteatro.it - 19.09.09
di Simone Nebbia
"(...) Poi qualcosa cambia, Anagoor è un gruppo più solido e il loro lavoro, Tempesta, pure strizzando l’occhio al pubblico e approfittando eccessivamente delle possibilità installative, ha una qualità palpabile e lo spettacolo mi sembra fisicamente teso, vibrante, e dice molto anche nel silenzio indotto di una atmosfera ipnotica".
Tempesta
Il Giornale di Vicenza – 08.09.09
di Lorenzo Parolin
“Il lavoro, ispirato all’omonimo e misterioso dipinto del loro concittadino Giorgione, una volta di più ha trasmesso una bella sensazione: i giovani di Anagoor studiano per davvero e tra le pieghe della storia dell’arte si sono infilati con piglio deciso, scendendo in profondità fino al XVI secolo a cercare una chiave di lettura adatta a oggi”.
*Jeug-
Il Giornale di Vicenza – 02.09.09
di Stefano Girlanda
“(…) il 19 luglio di quell’anno (1985) nel mattatoio di Rimini i Magazzini Criminali allestirono Genet a Tangeri. Dopo dieci minuti di, secondo alcuni critici, “stupenda intensità", il cavallo in carne e ossa che era stato portato in scena fu prima ucciso e poi squartato. (…) Orbene: memori di tale depravazione assurta ad arte (!) avevamo letto con una punta di preoccupazione della ri-apparizione sulle scene di casa nostra di un nobile quadrupede. Preoccupazione che, con il passar delle righe, si era rapidamente dissolta: la storia dell’incontro fra due diversità (al Garage Nardini a fianco del cavallo ci sarebbe stata una donna), la ricerca di un linguaggio comune con il quale riuscire a comunicare con amore e rispetto reciproco, ci avevano rasserenato. Soprattutto quelle due parole: amore e rispetto reciproco, che poi si sono fedelmente tradotte sulla scena. Un plauso a distanza, che vuol cancellare infausti ricordi e sottolineare con piacere la presenza di una nuova avanguardia teatrale (post o meno che sia) in grado di confrontarsi con le emozioni senza sanguinolente e inutili provocazioni”.
*Jeug-
Il Giornale di Vicenza – 02.09.09
di Lorenzo Parolin
“(…) con il proprio contraltare sulla scena, l'attrice è andata via via a spogliarsi, metaforicamente di proprie paure e condizionamenti, fisicamente degli abiti che a inizio spettacolo la ricoprivano. Sensualità? Sì, ma non era l'eros il tema portante di Jeug: era, soprattutto, la forza delle relazioni la cui somma sa essere più delle singole parti originarie. Il tutto in un percorso a ritroso, in cui la nudità è stata anche un ritorno alle origini, alla già citata matrice indoeuropea nella quale affondano le proprie radici la nostra cultura e la nostra identità. C'è stato di più, tuttavia, nel lavoro degli Anagoor, perché, in un gioco di libere associazioni che il teatro di ricerca permette, non è stato difficile pensare alle atmosfere soffuse e ai paravento del medievale Principe Genji di Murasaki Shikibu, oppure, ascoltando sonorità degli antipodi, alle Vie dei canti degli aborigeni australiani. Ad essere proprio pignoli, poi, non mancavano le citazioni da “Lezioni di piano" di Jane Champion, e il tema della serata, in effetti, si prestava: ben vengano, però, le compagnie che hanno il coraggio di confrontarsi con pietre miliari della cinematografia e, in un'ottica allargata, dell'arte contemporanea”.
Tempesta
delteatro.it –02.09.09
di Renato Palazzi
"(…) Domenica 6 la rassegna si chiude nello spazio del Garage Nardini con la bellissima Tempesta del gruppo Anagoor, una delle rivelazioni dell'estate: due schermi video, un ossessivo suono di sottofondo, un ragazzo vestito da guerriero e una ragazza nuda in una stanza di vetro evocano una misteriosa situazione d'attesa componendo un intenso, tesissimo omaggio alle atmosfere sospese della pittura di Giorgione".
Tempesta/Rivelazione
Corriere del Veneto - 20.08.09
di Massimo Favaro
"Ricucire pezzi della tela strappata del Giorgione. È la missione coraggiosamente intrapresa dalla giovane compagnia Anagoor, che insieme a Laura Curino si è confrontata con la narrazione della personalità dell’artista di Castelfranco Veneto. La cui figura emerge ancora più grande ed enigmatica, attraversata dalle grandi inquietudini del suo tempo, dall’astrologia alla cabala, dal misticismo al millenarismo. Il primo risultato di questo progetto culturale è stato raccolto nel nuovo spettacolo intitolato «Rivelazione », una sfida tra teatro d’avanguardia e ricerca, ovvero la ricostruzione sulla scena degli affetti, dell’entourage e dei possibili dilemmi intellettuali del pittore veneto. La licenza teatrale può servire così a gettare un fascio di luce sull’artista, tanto celebrato quanto avvolto dal più fitto mistero. I fili conduttori di «Rivelazione», che andrà per la prima volta in scena sabato 22 agosto (ore 21) in piazza San Liberale, sono sette tra le più celebri opere attribuite al Giorgione. Infatti la Pala, l’ Autoritratto, la Venere di Dresda, la Giuditta, i Tre filosofi, La tempesta e naturalmente il simbolico fregio, conservato dalla casa-museo di Castelfranco Veneto, costituiscono gli altrettanti frammenti che compongono lo spettacolo. Mentre alcuni brani di Lessing e di Pavese vengono utilizzati per sciogliere alcuni tra nodi più ingarbugliati. «Il nostro lavoro è iniziato quasi due anni fa con una lunga ricerca, scavando - spiega Marco Menegoni, attore della compagnia Anagoor che salirà sul palcosenico insieme a Laura Curino - alla ricerca di suggestioni nei pochi documenti storici, nei più importanti saggi e negli atti dei convegni: abbiamo così delineato alcuni caratteri del nostro Giorgione ». Si è profilata così una personalità di spessore e una suggestiva ipotesi biografia. «Giorgione era un personaggio inquieto, vicino all’astrologia, al neoplatonismo, alla cabala e secondo alcuni studiosi forse - spiega Simone Derai, regista della compagnia Anagoor - di religione ebraica: questo spiegherebbe il suo misticismo, la mancanza di annotazioni circa la sua nascita e, nel caso fosse riconducibile ai sefarditi cacciati dalla penisola iberica, l’assenza di committenze ricevute da istituti religiosi ». Proprio la pala e il fregio, gli unici due lavori del Giorgione conservati nella cittadina veneta, sono la chiave di lettura della narrazione dello spettacolo «Rivelazione». «Il cosiddetto 'fregio delle arti liberali' rappresenta una allegoria di natura profetica - chiarisce Derai - che annunciava per il 1504 l’inizio della fine del mondo, sulla scia dei calcoli del medico e filosofo Giovan Battista Abioso». L’influente uomo di scienze era frequentato sia da Giorgione che dal committente della celebre pala, il mercenario Tuzio Costanzo. Ma la medesima nefasta congiunzione compare anche nel cartiglio in mano ad un personaggio dei «Tre Filosofi». Il Giorgione è quindi accomunato ai suoi coetanei dalla paura per l’approssimarsi della fine del mondo. Ma agli sterili timori l’artista oppone l’arte. «Secondo il Giorgione - nota Derai - solo la sapienza, le arti e uno sguardo consapevole rivolto al futuro potranno salvare l’uomo dal turbine». Lo spettacolo (...) rappresenta una tappa di avvicinamento all’11 dicembre, quando le celebrazioni per il cinquecentenario culmineranno nell’apertura della grande mostra dedicata al pittore".
Magnificat
Il Giornale di Vicenza - 17.08.09
di Lorenzo Parolin
"Un Magnificat a tutto tondo, la sera di Ferragosto al Castello degli Ezzelini di Bassano, grazie alle liriche di Alda Merini e alla recitazione intensa di Paola Dallan della compagnia teatrale Anagoor.
Ha scelto una strada coraggiosa, Operaestate Festival, (...).
Sulla scena, i versi del Magnificat firmato Merini hanno evocato femminilità, e adolescenza, inquietudine e fiducia, vita e morte, sensualità e maternità, dando forma ad una Maria colta pienamente in tutti i suoi aspetti umani, di ragazza, giovane madre e donna adulta che piange la morte del figlio.
Entro un intreccio che, lungo un'ideale linea del tempo, ha saputo isolare i momenti cardine di una figura fondamentale della cristianità, è andata dunque a delinearsi un'immagine a tinte forti di una Vergine pienamente calata nel suo essere creatura di questo mondo. Molto lontano, il tutto, dalla Madonna di maniera, un po' oleografica, che appartiene all'immaginario collettivo; probabilmente molto vicino, consapevole o meno che ne sia stata Alda Merini, alla Myriam storica vissuta in Palestina oltre duemila anni fa.
E della Myriam-Maria originaria, due aspetti sono specificamente emersi sabato sera al Castello degli Ezzelini: in primo luogo la particolare concezione della verità, non come "adesione al vero" ma come rapporto di fede e fiducia e, successivamente, il rapporto con Dio che declinato sul lato amoroso, è capace di coinvolgere totalmente la sfera delle emozioni e dei sensi.
Una Maria perfettamente umana e un Dio capace di passioni umane prima ancora di incarnarsi, per cogliere proprio attraverso la corporeità e l'emotività gli aspetti più misteriosi e, in fondo, indicibili della storia del cristianesimo.
Già tutto ciò avrebbe giustificato l'applauso: in più l'allestimento proposto da Anagoor ha giocato con gli spazi, i riverberi e le eco del Castello, riconducendo l'opera di Alda Merini alle vicende, complesse, che ne hanno determinato la genesi.
Costretta a lunghi periodi di isolamento a causa della malattia, la poetessa si trovava infatti spesso a dettare al telefono i propri versi all'amico Arnoldo Mondadori: la voce di Paola Dallan, nella serata bassanese, ha incontrato gli stessi effetti sonori della Merini in fase di ispirazione, fino al meritato applauso finale".
Tempesta
delteatro.it – 06.08.09
di Andrea Porcheddu
“Nella sua storia il Premio Scenario ha saputo dare un contributo fondamentale al rinnovamento della recente scena italiana. Definire "premio" un percorso articolato e sensibile come quello di Scenario è riduttivo: si tratta infatti di un lavoro costante, su tutto il territorio nazionale, di scoperta, accompagnamento, crescita, circuitazione di realtà teatrali giovani e giovanissime. (…) Partiamo da Anagoor, compagnia di Castelfranco Veneto che si era già fatta conoscere per il rigore delle proposte sceniche: Tempesta è una raffinata istallazione, un omaggio e un attraversamento nell'opera del Giorgione, un percorso di visione che gioca con rimandi alle pitture e alle ragioni della creazione, evocazioni di un Amleto (o forse Hamletmachine) adolescente e barbarico, ipercontemporaneo e medioevale. Mescola codici e stili con accattivante sapienza, dipana il video e il corpo dei performer su tempi rarefatti, avviluppa tra rumori e silenzi con sonorità intriganti e immaginifici, visioni apocalittiche e tableaux vivant. Il risultato, patinato ma intrigante, è decisamente promettente”.
Tempesta
delteatro.it – 05.08.09
di Renato Palazzi
“Grazie (…) alla insostituibile funzione del Premio Scenario, la transizione verso le nuove frontiere del teatro italiano ha subito un'accelerazione impressionante. Vedendo raccolte a Dro - tutte insieme - tante giovani realtà, se ne ricava un quadro che colpisce per la varietà e la molteplicità di stili e di linguaggi, e per la vitalità complessiva di un orizzonte che si arricchisce ogni giorno di nuovi, interessanti apporti: (…) hanno molto colpito anche dei gruppi finora meno conosciuti, come Anagoor, che in Tempesta ha messo in luce una straordinaria compiutezza formale (…). In questo caso, comunque, non è solo questione dell'affermarsi di alcuni gruppi più significativi di altri: è un fenomeno complessivo che si sta imponendo, un'intera generazione della scena, la prima, vera generazione emergente del teatro da almeno un quarto di secolo a questa parte, cioè dai tempi dei Tiezzi, dei Martone, dei Barberio Corsetti, dei Vacis (mentre quella degli anni Novanta, dei Motus, di Fanny & Alexander era stata più che altro l'avvisaglia di una corrente in arrivo). E al di là del livello di certi singoli spettacoli, è notevole il grado di maturità generale che questa generazione riesce a esprimere”.
Tempesta
Il Sole 24 Ore – 02.08.09
di Renato Palazzi
“A chi pensa che il teatro sia in crisi andrebbe prescritto un corroborante soggiorno a Drodesera (…), ne trarrebbe un’impressione di incontenibile effervescenza, frutto di un vorticoso ricambio generazionale (…) ha molto colpito la tesissima tragedia dei veneti Anagoor, dei figliocci della Raffaello Sanzio che operano sul montaggio di video e immagini reali: su due schermi scorrono le sequenze – elegantemente sfalsate – di un giovane che sembra prepararsi per degli esercizi ginnici, e di una ragazza nuda. Il giovane esce da dietro a una parete, la ragazza appare stesa su un letto, in una stanza di plexiglass: poi lui, indossando un’armatura la raggiunge. Non c’è racconto, ma l’evocazione, fortissima, di qualcosa di incombente, sottilmente ispirata ai dipinti di Giorgione”.
*Jeug-
Corriere della Sera Trentino - 26.07.09
di Claudia Gelmi
"*jeug- ci ha fatto scoprire i veneti Anagoor (…) ed è stato un regalo davvero prezioso: attraverso una vera performance in cui una ragazza entra realmente in relazione con una giumenta sul palco, si spalanca un universo emotivo e relazionale fatto di avvicinamenti e allontanamenti, di linguaggi diversi e primordiali, di contatti ancestrali e rapporti di ritorno alla natura dell’umano e dell’animale”.
Tempesta
Krapp’s Last Post - 22.06.09
di Kiara Copek
“Se ripenso a questi finalisti, lo spettacolo che mi ha lasciato sensazioni più forti e nitide è ‘Tempesta’ del gruppo Anagoor. Il lavoro, ispirato all’iconografia del Giorgione, è di forte impatto estetico e di grande qualità, e non a caso il gruppo fa già parte di un certo “giro” ed è già in programma in diversi festival estivi. La riproduzione dei dipinti del Giorgione, attraverso video a cristalli liquidi (che ricordano i meravigliosi lavori di Bill Viola) e l’interazione dei performer (due fratelli di rara bellezza), mette in relazione la tradizione del pittore con la contemporaneità dei nostri giorni”.
*Jeug-
Teatri delle Diversità/Catarsi - gennaio 2009
di Claudio Facchinelli
"Altrove la parola è esclusa totalmente, e la creazione si affida solo a elementi figurativi, ma il verbum rientra per la finestra, nella suggestione filologica del titolo. È il caso del lavoro proposto da Anagoor, *jeug, una radice sanscrita da cui il nostro termine giumenta, giogo, ma anche gioco e coniuge. La cavalla Pioggia, dalla bellezza levigata e scattante, irrompe nello spazio scenico come una'evocazione magica ed inquietante. Anna Bragagnolo, una giovane donna avvolta in un severo abito ottocentesco, sembra stabilire gradualmente con la giumenta una comunicazione complice, fatta principalmente di sguardi, ma dove l'intimità tra i due soggetti animati diviene sempre più intrigante, finchè la ragazza, liberatasi dalla costrizione dell'abito vittoriano, dalla crinolina, dai complicati laccioli che stringono il busto, aderirà con la propria armoniosa, atletica nudità allo splendido corpo dell'animale, in un trasparente richiamo iconico ai miti amorosi degli dèi sotto specie di animali; ad un'età dell'oro nella quale il rapporto fra l'uomo e la natura aveva la connotazione del divino; ma anche ad un erotismo panico, o cosmico alla David Herbert Lawrence."
*Jeug-
Sipario - novembre 2008
di Claudio Facchinelli
“*jeug-, di Anagoor, è un lento rituale che culmina nella trasparente allusione all’unione carnale fra una donna e una giumenta evocando, oltre ai miti greci sull’accoppiamento fra umani ed animali, anche un erotismo panico, alla Lawrence. La cavalla irrompe nello spazio scenico come un’inquietante apparizione arcana, magica, poi si acquieta, docile ai comandi della ragazza, espressi nel muto codice dello sguardo. La giovane donna lascia cadere a terra, pezzo dopo pezzo, l’abito vittoriano, fino a stabilire fra la sua nudità e quella dell’animale un contatto totale, metafora di un rapporto antico e perduto fra gli umani e la natura o, forse, fra gli umani e gli umani".
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